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Riecco l’idea del Ponte sullo Stretto, la saga fantasy preferita dai politici

L'assessore siciliano alle Infrastrutture rilancia l'idea del Ponte. A febbraio la Gelmini aveva messo la pulce nell'orecchio alla Santelli. Inizia un nuovo capitolo della saga?

L’ha chiamata oggi “la madre di tutte le battaglie”, l’assessore alle Infrastrutture della Regione Sicilia, Marco Falcone. Anche se più che campo di battaglia l’idea del Ponte sullo Stretto, assomiglia a un ring dove a turno si sfidano i partiti dandosele di santa ragione. Ma è un po’ come la pesca sportiva, alla fine le trote le ributtano dentro e tutti tornano senza niente nel cesto. Ma basta una scintilla per riaccendere la questione.

E questa volta il casus belli è stato il Frecciarossa.

«Abbiamo accolto positivamente la notizia dell’arrivo fino a Reggio Calabria dei treni Frecciarossa, leggendovi un segnale di attenzione nei confronti delle aspirazioni in termini di trasporti pubblici dell’intero Mezzogiorno. Tutto ciò sebbene tali collegamenti non possano oltrepassare lo Stretto di Messina e raggiungere per via diretta le principali città della Sicilia. Una circostanza che mette in luce, ancora una volta, la strategica ed epocale necessità della costruzione del Ponte fra la nostra Isola e la Calabria. La madre di tutte le battaglie infrastrutturali che l’intera Italia deve impegnarsi a compiere».

Ed ecco che di colpo le lancette tornano indietro.

Dove eravamo rimasti

Da mezzo secolo (anche se l’idea ha origini ancora più antiche e si parlò a inizio ‘900 anche di un tunnel sotterraneo), come un’influenza, il caso Ponte, torna a ogni stagione politica, bagnando fazzoletti di vari partiti. L’ultimo a essersela beccata è stato Renzi che, in diretta tv, aveva annunciato cinque anni fa che era giunta l’ora di mettere in piedi l’opera tra Messina e Villa San Giovanni. Ma quest’idea è un vecchio gatto che era stato anche accarezzato da Silvio Berlusconi prima di lui.

Nonostante i big scesi in campo, armi in pugno, a lottare per arrivare alla meta, il Ponte sullo Stretto resta un argomento respingente, e quei 3 chilometri di mare sembrano quasi avvolti da un antico incantesimo che cancella la memoria di chi resuscita il progetto poco dopo averlo rispolverato. Un oblio che dura fino al prossimo avventato che riaccende il fuoco sotto al calderone.

Ma qualcosa, in questi anni è accaduta in riva allo Stretto, da quando nel 1971 si diede vita al “Gruppo Ponte di Messina Spa”, una bella comitiva composta da pezzi da Novanta (Finsider, Italstrade, Fiat, Italcementi, Pirelli) che ci avevano visto lungo.

O quasi.

Le monetine cadute in mare

Tra un match e l’altro, qualche “monetina”, chiamiamola così, è caduta nel Mediterraneo, anzi una bella montagna. Trecento milioni di euro. Un bel po’ di desideri se fosse Fontana di Trevi . Trecento milioni di euro spesi tra stipendi, stesure di progetti e opere propedeutiche cominciate e mai terminate, mentre l’affilata scure dell’Impregilo, chiamata penale, ci penzola ancora sulla testa tra corsi e, neanche a dirlo, ricorsi (nel senso stretto). E parliamo di una cifra che balla tra i seicento milioni e il miliardo di euro.

Se per ipotesi, un governo si mettesse d’impegno a costruire questo benedetto Ponte, aprendo il portafogli, dovrebbe tirare fuori qualcosa come 9 miliardi di euro prima di ordinare le tartine dell’inaugurazione. Un desiderio come questo non va in saldo, a quanto pare.

La tela di Penelope

Siamo nel 2003, il progetto con i piloni ormai è stato stracciato via per far posto a una più innovativa ideazione progettuale, da 8,5 miliardi di euro, che valgono una sola campata lunga 3,3 chilometri, sorretta da torri di circa 400 metri d’altezza per far transitare auto e treni. Le campate, su carta, aumenteranno con gli anni e anche i costi. Pensate che quando la ditta Eurolink di Impregilo vinse la gara d’appalto, mise sul piatto “solo” 3,9 miliardi di euro. Questo Ponte è un po’ come una torta, più resta nel forno e più cresce (almeno in euro).

Chi scaglia la prima pietra?

“Posa della prima pietra”, un concetto molto romantico quando si parla della casa dei propri sogni, un po’ meno romantico e assai più dispendioso quando si parla del progetto ingegneristico e architettonico più ambizioso della nostra storia. Siamo all’antivigilia di Natale del 2009, l’ad della società “Stretto di Messina”, Pietro Ciucci, annuncia l’inizio dei lavori. Quella pietra messa lì, scagliata nel nulla abbracciato dalle correnti di mare, aveva un significato molto più che simbolico per Ciucci: era il battesimo di qualcosa che in tanti avevano inseguito senza raggiungerla. Era il sogno di trasformare quel braccio di mare in uno scorcio da cartolina statunitense.

Sogno rimasto dov’era, a prendere vento e guardare i traghetti passare.

Un piatto vuoto e un conto da 33 milioni di euro

Aprile del 2012, il totale del progetto viaggia già sui 26 milioni di euro. Occorre deviare la linea ferroviaria esistente per non ostacolare il cantiere del Ponte. Ma accade quello che è sempre accaduto, tutto sfuma. Del Ponte se ne fa più nulla ma intanto la variante in qualche modo va nascosta, abbellita, anche perché non è un bel vedere, e così il make up per sistemare il paesaggio viene a costare 7 milioni di euro. Totale: 33 milioni. Niente Ponte, niente variante, niente di niente, ma il conto al tavolo arriva lo stesso. Un vero affare.

Arriviamo non ad oggi ma all’altro ieri. La pulce nell’orecchio la mette il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Maria Stella Gelmini che, a febbraio scorso, applaudendo alla vittoria di Jole Santelli alla Regione Calabria, la butta lì: «Credo che grazie anche alla vittoria di Jole Santelli in Calabria, quello del Ponte sullo Stretto possa essere un tema da riprendere, anche perché è assurdo pagare delle penali per una mancata realizzazione».

E la giostra ricomincia.

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Alessia Principe

Alessia Principe è una giornalista professionista. Nata a Cosenza, si è laureata in Giurisprudenza all’Università degli studi di Messina. Durante gli studi, ha iniziato a lavorare come cronista per il quotidiano Edizione della Sera, occupandosi di cronaca. Subito dopo la laurea è diventata parte della redazione del quotidiano regionale Calabria Ora occupandosi delle pagine di spettacoli e cultura. Con la nomina di Piero Sansonetti come direttore de L’Ora della Calabria, ha ricoperto il ruolo di responsabile del settore Spettacoli e Cultura dell'inserto “Macondo”. Nel 2014, è stata responsabile per la Calabria delle pagine di Cultura del quotidiano Il Garantista. Nel 2016 la sua mostra video-fotografica “Stati Uniti della Sila”, è stata esposta a Palazzo Arnone, prima personale realizzata interamente con smartphone a essere ospitata da una galleria nazionale in Italia. Nel 2018 ha pubblicato “Tre volte”, il suo primo romanzo per i tipi di Bookabook. Scrive di cinema per il blog dell’Huffington Post e racconti per riviste letterarie. Ha partecipato alla stesura della sceneggiatura del documentario “Il sogno di Jacob” ispirato alla vita di Nik Spatari e alla nascita del Musaba.

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