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Non permettetevi più

Nel 1991 Benito Scola, dopo la vittoria a Pescara nello spareggio, si rivolse a Salvatore Perugini: «Voi non vi dovete permettere più a farci soffrire in questo modo». Faccio mie le sue parole.

Il mio immaginario è letteralmente cresciuto con le tv locali. I Millennials non lo sanno, ma per i bambini degli anni Ottanta trovare i cartoni animati sulla Rai era quasi impossibile. “Holly e Benji” lo davano su Italia1, “Galaxy Express” su Tmc. Nella mia memoria, però, le cose migliori si associano ai loghi di CamTele3, Rete Alfa e Telecosenza: per interi pomeriggi mi sono nutrito delle repliche infinite di “Serata di gala” con Tom e Jerry, ma soprattutto della saga del riscatto sociale di “Rocky Joe” e delle fantasmagoriche battaglie di “Mazinga Z” a colpi di raggi gamma contro il Supremo imperatore delle Tenebre.

Poi per me arrivò il calcio, e non fu molto diverso. Le tv nazionali lasciavano intere praterie alle emittenti locali. All’epoca, se perdevi il Tg regionale della domenica sera, non c’erano i social o YouTube a salvarti. L’unica per vedere (o rivedere) le reti del Cosenza erano trasmissioni come “Goal su goal” dal lunedì in poi. E, con uno zapping, ti ritrovavi a scoprire racconti quasi sperimentali, come le “Intervistazioni” di Marcello Gallo, oppure opinionisti brillanti come Gianni Colistro o educati come Silvano Poli, che rivendicava ogni santa volta di aver scoperto Padovano.

Ma la cosa che amavo di più arrivava proprio ora, alla fine del campionato. Ed era un servizio che, col racconto di una voce fuoricampo e un paio di pezzi in sottofondo (tipo Europe e Spandau Ballet), metteva in fila uno dopo l’altro i momenti salienti della stagione. Decine di gol, volti, azioni, chilometri di striscioni e fumogeni da ammirare. Era un’operazione utile, spesso, proprio per capire cosa fosse successo davvero durante il campionato: l’effettivo peso degli errori arbitrali, i momenti in cui avevi perso o guadagnato punti decisivi, i giocatori che avevano deluso o erano esplosi.

Dopo la sbornia dei festeggiamenti di venerdì notte, ho aspettato di essere lucido per montare questo servizio nella mia testa. Ho scelto l’ultimo pezzo di Michael Stipe (“No time for love”, malinconico e clamoroso) e ho riannodato i fili. E penso di aver capito cos’è davvero accaduto in questa stagione. Il momento chiave è racchiuso in venti giorni nel mese di dicembre, in cui si annodano tre trame diverse. La prima è che il Cosenza affronta le stesse cinque partite che, al ritorno, hanno poi deciso la sua salvezza: Perugia (2-2 fuori), Pordenone (1-2 in casa), Pisa (1-3 all’Arena Garibaldi), la vittoria con l’Empoli al Marulla (1-0) e la sconfitta contro la Juve Stabia (1-0). Sette punti che non miglioreranno granché la posizione in classifica (Lupi terzultimi a 20 punti).

La seconda sono due diverse frasi di Piero Braglia, che aprono e chiudono il mese. “Giocatori con personalità in questa squadra? Pochi – risponde a domanda il 7 dicembre -. Schiavi, Sciaudone e pochi altri”. Non ne esce bene nemmeno il capitano Corsi, ridotto a “leader silenzioso”. Parole paradossali, perché Schiavi non vede il campo nemmeno col binocolo (“Devo provarlo in altre amichevoli”, insisterà Braglia ancora a fine gennaio), mentre il 29 dicembre Sciaudone viene inelegantemente accompagnato all’uscita (il mercato è alle porte) come il responsabile della sconfitta di Castellammare per aver procurato l’angolo che porta al rigore di Forte: “Se Daniele spazza quella palla, finisce pari”, accusa Braglia nel dopo partita.

Brutti segnali in settimane molto tese, e qui arriva il terzo filo della matassa. Sono infatti gli scampoli da direttore generale di Luca Petrone, assunto appena 40 giorni prima, il 21 novembre. La tensione è dovuta ai rapporti con il ds Stefano Trinchera. Girano i primi nomi per il mercato di gennaio (Omeonga è uno di questi) e non è chiaro chi dei due dovrà tenere il timone.

Il 4 gennaio, a sorpresa, il contratto di Petrone viene lasciato decadere. Sembra un momento come un altro, e invece è uno snodo chiave, se ricostruiamo cosa sta succedendo per intero. C’è uno spogliatoio che ha già sentito il ds definire Cosenza una piazza “senza appeal” (“E allora – si domanda un calciatore – perché mi ha portato qua?”) e il presidente ridurre la squadra a un “hobby” per accreditarsi presso i suoi elettori mentre cerca di diventare sindaco di Lamezia. E c’è un allenatore (Braglia) che, dopo la sconfitta col Pordenone, resta in sella solo perché il possibile sostituto (Pasquale Marino) fa un passo indietro. Le due vittorie consecutive contro Pisa e Empoli illudono molti (me compreso) che i problemi siano superati. Non è così.

Per tutto dicembre il ruolo di Petrone è rimasto opaco: fuori da Cosenza si chiedono “Ma il mercato chi lo fa davvero? Lui o Trinchera?”. E in questo dualismo si perde tempo prezioso, mentre pare consolidarsi l’asse tra il ds e Braglia (“Se c’è il suo esonero, vado via anche io”). Ormai però Braglia, dopo quell’altalena di risultati, è un allenatore in rotta con tutti. Con Guarascio, da quando ha protestato ad agosto per la rosa striminzita in attesa del mercato. Con la squadra, perché è arrivato a parlar male dei singoli (anche) pubblicamente. E, alla fine, forse pure con Trinchera, da cui non ottiene rinforzi all’altezza nel mercato di gennaio. Alla resa dei conti, arrivano due ottimi elementi (Asencio e Casasola, ma quest’ultimo a gennaio con pochi minuti nelle gambe), uno buono (Bahlouli, emerso alla distanza) e un oggetto misterioso (Prezioso, a tratti brillante, come a Pescara e Cremona, ma troppo poco continuo per essere utile in una stagione complessa). Non basta. Mancano due architravi che all’organico servivano come il pane: un difensore centrale (le incertezze di Monaco contagiano l’intero reparto) e un regista.

Braglia non protesta. Perde contro Crotone, Pescara e Salernitana. Forse è già rassegnato. Forse è prigioniero di questa morsa di incomprensioni, di sicuro lo è degli errori che ha commesso pure lui – e che, alla fine, mi spingono a rivedere il giudizio finale e metterlo accanto a Guarascio e Trinchera tra i responsabili degli stenti di questa stagione (i playoff 2018 bastano e avanzano a tenerlo nel mio Pantheon). Ad ogni modo, avalla il mercato nella famosa conferenza stampa di gennaio. È confuso (anche tatticamente) e, dopo la sconfitta col Benevento, l’esonero è inevitabile, ma, col mercato ormai chiuso, clamorosamente tardivo.

A questo punto, più che l’immediato sostituto (il Pillon fuggiasco), a essere davvero fondamentali saranno due fattori – e qui la colonna sonora cambia, e parte “Benedetto sei tu” di Dario Brunori. Il lungo lockdown interrompe il campionato nel momento peggiore del Cosenza (quattro punti in nove gare). E disinnesca gran parte delle dinamiche di spogliatoio che si erano incancrenite nei mesi precedenti. “È inutile stare fermo mentre il mondo va all’inferno”, incalza la Sas e Roberto Occhiuzzi, che a differenza di Pillon conosce bene tutta la storia, riesce a mettere a frutto acume e competenze in una situazione che pare disperata. Lo fa con calma e pazienza. Kanoutè e Pierini (due uomini su cui il ds aveva scommesso molto in sede di mercato, e invece sul campo hanno deluso alla grande) ringambano, ma lui costruisce mattone dopo mattone gruppo e gioco. Dopo il 5-1 con lo Spezia, trova pure la quadra in difesa con Idda centrale. Punta nelle ultime cinque partite (in 18 giorni) sugli stessi 11 titolari (tranne Corsi, che gioca dal 1′ solo col Perugia) e 6 sostituti (ovvero, 17 calciatori su una rosa teorica di 25). Centra infine addirittura la missione impossibile. E il soggetto di queste frasi è sempre e solo Roberto Occhiuzzi.

Questa salvezza è merito suo e dello staff, che ha preparato la squadra a questo rush finale come aveva fatto nella cavalcata playoff del 2018 (al prossimo torneo di calcetto, la scheda atletica me la faccio fare due mesi prima da Pincente). Il carro del vincitore è loro e io sono sotto ad applaudire. Ma chi, come il presidente e il ds, questo carro lo ha costruito sa che, nella ridda di errori che ho descritto finora, mancavano troppi pezzi. Quindi è bene che si limiti a fare clap clap, da sotto, come faccio io.

Ora che il quadro è chiaro, faccio un altro passo indietro alle tv private. Perché tra i tanti personaggi dell’etere cittadino che hanno influenzato la mia formazione (e tra questi l’avvocato Achille Morcavallo, che con la sua “partitopatia spartitocratica” anticipò di anni l’antipolitica del nuovo millennio) c’è un uomo chiamato Benito Scola. Un personaggio istrionico, sanguigno e passionale, che parlava in tv esattamente con la stessa verve che usava davanti al suo negozio di corso Mazzini per discutere del Cosenza – una volta suggerì di portare i cani al Sanvitino e sguinzagliarli al primo errore degli stopper, per risolvere le incertezze difensive della squadra.

Al di là di questi metodi assai spicci, però, ricordo bene che nel giugno del 1991 fu ripreso dalle telecamere di una tv privata dopo lo spareggio con la Salernitana all’Adriatico. Nella folla festante c’era Salvatore Perugini, allora nella dirigenza societaria, che lo abbracciava. Ma Scola rimaneva imperturbabile, il volto duro e risoluto, come se quello (e solo quello) fosse il momento giusto per dire una cosa inoppugnabile. 

Era stato un campionato durissimo, il secondo consecutivo in B a lottare per non retrocedere, e la coda dello spareggio lo aveva reso ancora più disperato – molti erano convinti che, tornando in C, il calcio a Cosenza sarebbe morto appena tre anni dopo la storica promozione dell’88. “Benito! Benito!” urlava Perugini, e fu a quel punto che a Scola uscì di bocca una frase che non ho dimenticato: “Voi non vi dovete permettere più a farci soffrire in questo modo”. Punto, semplice.

La storia ci racconta che, nell’immediato, andò davvero così. Dall’orlo del baratro di Pescara, nacque un Cosenza ambizioso (e, purtroppo, dalla gestione economica spesso troppo allegra). Le sirene del mercato non furono ascoltate: i migliori, tra cui Marulla, Biagioni e Catena, rimasero e con loro l’allenatore Edy Reja. E, per i due anni seguenti, il Cosenza sfiorò la promozione. Le storie dei popoli si reggono sui cosiddetti “miti fondativi”. Per varie ragioni, il Cosenza aveva appena rischiato di dilapidare subito quello dei vari Simoni, Bergamini, Padovano, Urban che lo avevano condotto in B e, poi, a una classifica avulsa dalla A. Ci volle un altro mito fondativo – il gol di Marulla – per riaprire un ciclo. E io credo che l’impresa di Occhiuzzi stia da quelle parti: una squadra spacciata che trova la salvezza all’ultimo tornante, dopo 5 vittorie consecutive pesantissime, anche grazie alla zampata di un cosentino a 800 chilometri di distanza.

Me lo ricordo bene mio padre quel 26 giugno 1991, dopo che al 90° Compagno si divorò la rete della vittoria. “Simu scisi”, disse. “E no, papà” mi ribellai io, e litigammo, ma dieci minuti dopo ce n’eravamo già dimenticati, persi nell’abbraccio dopo il gol di Gigi. In quel passaggio dalla rassegnazione alla gioia, non c’era finora ricordo più bello che avessi legato a questi colori. “Simu scisi” l’ho pensato pure io, quasi trent’anni dopo, alla fine di Cosenza-Ascoli. Invece, articolo dopo articolo, ho voluto (e poi dovuto) ricredermi. I miti fondativi sono così. Costringono a cambiare. Cambiano le persone e le cose. E sono le persone stesse a renderli “fondativi” – perché sono obbligate a comprendere gli errori e costruirci sopra cose nuove.

Un anno fa il presidente Guarascio disse che nel 2019-20 il Cosenza avrebbe “alzato l’asticella”. Ero assai scettico sul punto già nel mio primo “Minamò”. E infatti il risultato sono stati l’esonero del tecnico del ritorno in B dopo 15 anni, una disperazione che da tifosi non conoscevamo da tempo e poi una miracolosa salvezza al fotofinish con 46 punti (gli stessi dell’anno prima).

Attendo di conoscere ora i progetti per le prossime stagioni. Marulla e Biagioni purtroppo in squadra non ne vedo, ma su un allenatore come Occhiuzzi e gente come Baez, Bruccini, Legittimo, Sciaudone e Carretta, dopo un’impresa del genere, qualcosa si può provare a costruire.
Una cosa, però, mi sento in diritto di pretenderla. E, mentre mi scuso con Benito Scola per un furto così plateale e dichiarato, mi sottraggo per un attimo agli abbracci del 31 luglio 2020 e lo dico senza mezzi termini e con la faccia più dura che posso: non vi dovete più permettere a farci soffrire così.

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Andrea Marotta

Andrea Marotta (Cosenza, 1982) è sposato con Sara ed è padre di tre figli (Arianna, Caterina e Tommaso). Si è laureato a Perugia in Scienze della Comunicazione nel 2005. Giornalista professionista dal 2009, ha collaborato con Tam Tam e Segnali di Fumo, Il Quotidiano della Calabria, Calabria Ora, Il Firenze, Il Mucchio Selvaggio e L'Espresso. Lavora in Rai dal 2008, a Firenze dal 2013. E' autore di due libri: "Io Raimondo Ricci, memorie da un altro pianeta" (con Domenico Guarino, Sagep Editore) e "Eravamo tanto amati" (con Andrea Lattanzi e Domenico Guarino, Effigi Editore). Nel 2018 ha vinto il Premio Ghinetti - Sezione Giovani.

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