venerdì,Maggio 20 2022

Gigi Marulla, Coda di Lupo

Correva l’anno 1978, la data è il 2 maggio: siamo a una settimana dal giorno in cui verranno rivelati al mondo i cadaveri di Aldo Moro e Peppino Impastato, quindi la realtà è quella del mondo brigatista. In un contesto storico che potremmo definire un tantinello imbarazzato, Fabrizio De André pubblica il suo nono album d’inediti, Rimini,

Gigi Marulla, Coda di Lupo

Correva l’anno 1978, la data è il 2 maggio: siamo a una settimana dal giorno in cui verranno rivelati al mondo i cadaveri di Aldo Moro e Peppino Impastato, quindi la realtà è quella del mondo brigatista. In un contesto storico che potremmo definire un tantinello imbarazzato, Fabrizio De André pubblica il suo nono album d’inediti, Rimini, nel quale Faber cela senza neanche sforzarsi troppo il proprio malcontento per il declino e il fallimento delle idee politiche che si stavano facendo largo, ma che presto sono morte. E a fare da altare a quest’ipotetico funerale è la traccia numero tre, dal titolo Coda di Lupo: se c’è una cosa che questa canzone ci ha insegnato è quella di non credere mai a nessun dio. 

Sempre 1978 si faceva largo ad Acireale un giovanotto riccioluto del quale si diceva un gran bene. Non era altissimo, per la fisiogniomica dei numeri “9”, ma aveva (dicono) un grande stacco da terra ed era (pare) capace di calciare col sinistro delle mine allucinanti da posizioni improponibili. Qualche anno dopo, anche lui avrebbe cambiato il suo nome in Coda di LupoEd avrebbe imparato, a sue spese, a non credere a nessun dio.

Cosenza, nel 1982, è una città a base proletaria, fatta di (pochi) ricchi e (troppi) popolari. Il calcio è l’unica chiave di sfogo che permette alle classi meno abbienti, come le avrebbe chiamate il megadirettore galattico di Fantozzi, di trovare un attimo di rivalsa nei confronti di una vita fatta di proteste, sindacati chini, difficoltà. Il calcio è l’allegria contagiosa dal Castello al Campagnano. Nell’estate del 1980 Nedo Sonetti, il Caronte di Piombino, aveva guidato una squadra di ragazzotti ribelli in Serie C1. Nell’estate del 1982, dopo i bagni nelle fontane per festeggiare l’urlo di Tardelli, arriva a Cosenza il ricciolino che stava ad Acireale. Era passato dalle giovanili dell’Avellino, in Serie A, e adesso guidava (contromano) sulla strada del Garden per andare al campo d’allenamento. Aveva 19 anni e doveva prendersi un riscatto sociale. Contro la borghesia della Massima Serie decise di riprendere dal basso, dalla C1, dai campi, allora sì, polverosi del Sud Italia. Dalla Juventus al Barletta ce ne passa di strada, ma al dio degli inglesi non credere mai.

Sì, ma questa squadra non vince. Sesti, settimi, sempre a girovagare in quelle posizioni. Certo, si è in buona compagnia, ma bisogna portare a casa successi. Niente, niente da fare: la nostra storia, caro Coda di Lupo, è stata sempre la stessa. Sai cosa dice il tuo amico Riccardo? «Tifare per il Cosenza è una propensione naturale: se noi fossimo nati a Madrid, avremmo tifato Rayo». Altra squadra proletaria, più della nostra, ma questo sintetizza tutto. E al loro dio perdente non credere mai.

Sono passati due anni. Il ricciolino si è appena laureato capocannoniere del Girone B di Serie C1 con 18 gol, quello che resterà il suo record personale. Ha poco più di vent’anni e le potenzialità per spaccare il mondo. Il problema è che, nonostante le sue reti, il Cosenza è rimasto a navigare a metà classifica, mentre in Serie B è andato il Catanzaro, accompagnato dal Palermo. Non il massimo, per la terra bruzia. Intanto il ricciolino si sta affezionando sempre più a questa città a base proletaria, che lo ha già adottato in tutti i modi possibili e immaginabili. Il ricciolino, adesso, è un simbolo. Ma arriva la chiamata dalla B. Genoa, la città di Faber. Vai, Coda di Lupo, vai a conquistare l’Italia. Cosenza lega la sciarpa al proprio figlioccio e lo guarda partire, fazzoletto in mano e lacrimoni agli occhi, sul treno in direzione Liguria. Vai, figlio mio: e al loro dio goloso non credere mai.

È agosto, Coda di Lupo è appena arrivato a Genova e c’è la Coppa Italia. Si gioca contro il Milan, ma non si gioca a San Siro: il teatro dell’esordio non è la Scala, è il Ferraris. Eppure Coda di Lupo non si è mai fatto di questi problemi, per lui era lo stesso sia a Barletta sia a Milano. Così, contro gli ultimi rossoneri prima di Berlusconi, al 90′ il punteggio è di 1–2: ha aperto le marcature Faccenda, poi un autogol di Mileti e una rete di Virdis hanno ribalato il risultato. Il ricciolino avrebbe già segnato, ma era fuorigioco. Così, all’ultimo respiro, salta su un calcio d’angolo che sembra perso nel nulla. Ma salta che sembra un pentatleta, salta che pare Igor Paklin, che pochi giorni dopo siglerà il nuovo record del salto in alto, e incrocia il colpo di testa sul secondo palo. Gol. 2–2. Sì, non siamo a San Siro, è vero, ma Coda di Lupo ci potrebbe arrivare. Ma al dio della Scala non credere mai.

E infatti Coda di Lupo, a San Siro, non ci arriverà. Un po’ per amore, un po’ perché forse gli abbiamo trasmesso quella sfiga innata che è propria di Cosenza, del Cosenza e dei cosentini. Anche perché l’anno successivo a quel colpo di testa arriverà a un passo dalla promozione, ma non ce la farà. L’anno ancora dopo è uno stillicidio: a Genoa lo ricordano con orrore, ma al ricciolino pensano sempre con affetto. Se ne torna ad Avellino, dove ha assaporato la Serie A, e con la maglia verde gioca anche contro il Cosenza, ma solo all’andata. Al ritorno non c’è, neanche in panchina, ma tanto basta. Il sapore di casa è troppo forte: ed eccolo che torna, perché «scendere in campo con la maglia del Cosenza era una missione: difendevo la città, difendevo i colori». E difendere i colori significa segnare quel gol alla Salernitana, la cui telecronaca di Pizzul è la madeleine proustiana di ogni tifoso nato dagli anni ’80 in poi. Ma, caro Coda di Lupo, a un dio a lieto fine non credere mai.

Stadio “Via del Mare” di Lecce, 14 giugno 1992. Con una vittoria il Cosenza si giocherebbe la Serie A nello spareggio con l’Udinese. La partita, però, è tesa in modo spasmodico. Così, a pochi minuti dalla fine, Maini batte Zunico ed è ancora Serie B. A un passo dal sogno. Il ricciolino, che nel frattempo ha perso quasi tutti i capelli che lo contraddistinguevano, ha giocato la sua migliore stagione in cadetteria, ma non è bastato.

Stadio “Euganeo” di Padova, 8 giugno 1997. Il ricciolino, i cui capelli sono oramai pochissimi, ha appena portato in vantaggio il suo Cosenza a uno sputo dalla fine. Quel gol significa continuare a sperare in una salvezza che appariva impossibile. Coda di Lupo si è fatto un culo così per difendere la città, la gente e i colori. Ma Faber ti aveva avvisato: il Padova pareggia e i rossoblù scendono in Serie C1. Nella pancia dello stadio, Antonio Lopez intervista Coda di Lupo, che si allontana amareggiato con una mano dietro la schiena e la testa china: l’immagine più triste della nostra storia. E a un dio fattilculo non credere mai.

19 luglio 2015. Quell’anno avevo conosciuto per la prima volta Coda di Lupo da giornalista. L’avevo visto a casa di Ugo Napolitano, certo, con mio padre che ascoltava incantato le sue storie, ma prima di un Cosenza-Salernitana 0–0 vidi Alfredo, il mio maestro, quasi genuflettersi davanti a lui, che scoppiò a ridere e lo abbracciò. Stavo preparando letteratura latina II, squillò il telefono. Era domenica, proprio come oggi. Riccardone. «Ci’, è muartu Gigi». Abbiamo tutti sperato che fosse un incubo collettivo. E invece, alla fine, abbiamo dovuto crederci.

Avremmo voluto vederti esultare con noi nello stadio che adesso porta il tuo nome, quando Frascatore ci ha spedito a Pescara, e avremmo voluto vederti correre sotto la Curva dell’Adriatico sei giorni dopo, proprio come vent’anni prima. Ma tu c’eri: eri nelle lacrime di Kevin, in quella meravigliosa foto che lo immortala, mani sul volto, a riportarti qui. Sono cinque anni senza di te, Coda di Lupo. Sono cinque anni senza di te, GiggiMaru’. Una domenica di luglio ci hai lasciati tutti senza fiato. Ma da Faber abbiamo imparato una cosa: a un dio senza fiato non credere mai.