sabato,Marzo 2 2024

Da Cosenza una nuova voce per la regione: I Calabresi. Il direttore Pellegrini: «Un giornale deve aiutare la società a crescere»

L'INTERVISTA | Voleva fare l'insegnante, oggi guida una squadra di due redattori e diversi collaboratori che vogliono raccontare la realtà sul web sfidandone le regole

Da Cosenza una nuova voce per la regione: I Calabresi. Il direttore Pellegrini: «Un giornale deve aiutare la società a crescere»

Una redazione snella, con due soli giornalisti nella “stanza dei bottoni”, e una lunga lista di collaboratori che si arricchisce giorno dopo giorno. «Ci arrivano proposte di collaborazione anche da commentatori importanti». A dirlo, con una punta di orgoglio, è Francesco Pellegrini, cosentino di nascita, emigrato a Roma all’età di 7 anni («senza motivo», dice lui), con la testa ovunque e il cuore da sempre qui in Calabria. A Cosenza, per la precisione, dove finalmente è tornato e dove ha fondato e dirige il giornale web “I Calabresi”, iniziativa editoriale della Fondazione Giuliani che, per quanto da lui ideata e voluta, lo ha paradossalmente spiazzato: «Tutto pensavo alla vecchiaia meno che mettermi a dirigere un giornale che poi è il terzo della mia vita», afferma.

Schietto come pochi, con il coraggio delle proprie idee e la faccia tosta di esprimerle sempre e senza troppi giri di parole, ha trasferito questa forte personalità anche alla testata che dirige dal luglio di quest’anno.

Cosentino ma con una vita costruita a Roma, lontano da Cosenza che ha comunque sempre sentito come la sua città. Quanto è stato difficile starle lontano e come è stato il ritorno?

«Non amo Roma. Cosenza invece l’ho sempre amata e anche mitizzata. A partire dal 2000 ho cominciato a venirci spesso e ancora più spesso dal 2010, quando è nata la Fondazione Giuliani, e a mano a mano l’ho conosciuta meglio e ne ho tratto un libro, “Solo andata”, in cui racconto la mia vita ed esprimo un giudizio molto negativo sulle élite calabresi che io considero responsabili di tutti i mali di questa regione».

Anche per questo ha sentito il bisogno di tornare?

«No, sono tornato per tre motivi: innanzitutto perché non sono più un ragazzo, ho 75 anni e non posso più fare il pendolare; poi perché non si governa una fondazione a 600 chilometri di distanza; infine perché non avendo io mai amato Roma, mia moglie – che è romana – per un atto di amore nei miei riguardi si è fatta piacere Cosenza e siamo venuti qui. Questa città ha tanti difetti ma è sicuramente più vivibile di Roma».

Lei ha curato la comunicazione di aziende importantissime come la vecchia Sip e Ferrovie italiane, poi si è dedicato a quello che forse è il suo vero amore, il giornalismo, occupandosi di diversi ambiti.

«Ho sempre fatto di tutto. Sono stato un brillante studente e il mio vero amore in realtà era l’insegnamento. Ho vinto subito la cattedra ma siccome con lo stipendio di professore, allora ancor più che oggi, non si campava neanche una settimana, contemporaneamente ho cominciato a collaborare con vari giornali: andavo in sala stampa e facevo di tutto, dalla cronaca nera alla giudiziaria alla cultura. Nella mia vita ho fatto almeno dieci lavori diversi, compreso l’avvocato».

Cosa l’ha portata a voler fondare e dirigere un giornale come I Calabresi?

«Essendo uomo di comunicazione, avevo capito che quello che manca in Calabria è la società civile. La Calabria non ha un’opinione pubblica perché non ha un’informazione adeguata. Ovviamente con le dovute distinzioni perché ci sono realtà che fanno un’informazione di qualità, realtà che rispetto anche se la nostra è radicalmente diversa. Le faccio un esempio: quando alla cittadinanza non viene neanche comunicato che fine ha fatto la metro leggera, come mai a tre anni dall’appalto nessuno dice nulla, vuol dire che c’è qualcosa che non va, che ci sono notizie che vengono omesse. Noi siamo partiti dal presupposto che un giornale ha il dovere di aiutare la società a crescere e non l’aiuta se dà notizie parziali, remissive o funzionali a interessi esterni al giornale. Il che non vuol dire che non ci siano in Calabria soggetti editoriali – pochi per dire la verità – che fanno bene il mestiere di informare ma dal mio punto di vista a questa regione serve un altro tipo di giornalismo».

Il vostro è un altro tipo di giornalismo anche da un altro punto di vista: I Calabresi è un giornale online che va contro le logiche dell’online. Il web impone la velocità, la notizia cotta e mangiata da sparare prima possibile e prima degli altri: voi rispondete – citando un vecchio cantautore come Enzo Del Re – lavorando con lentezza e puntando sull’approfondimento e sulla riflessione e ovviamente su una certa cura nella scrittura. Non vi sembra una scelta pericolosa in una società che va sempre più di corsa e dove il lettore medio è attratto invece dalla notizia cruda, secca, che si esaurisce in poche righe?

«Quello che dice lei è indubbiamente vero, i numeri ci danno ragione però. Noi non diamo notizie, raccontiamo realtà ed eventi. Uno scandalo come quello della Sacal, per esempio, non si può raccontare in dieci righe, bisogna raccontarlo con un articolo lungo. Sicuramente il lettore medio del web ha tempi di lettura molto ridotti, ma dipende anche dalla qualità dell’articolo. Noi stiamo avendo successo perché la gente poco alla volta si è accorta che quello che avevamo promesso lo stiamo mantenendo. Chi legge il nostro giornale sa che possiamo sbagliare, come tutti, ma che non facciamo mai un’affermazione per simpatia o antipatia verso qualcuno: noi perdiamo ore e ore per ricercare le fonti. La nostra specificità è tale che quello che lei correttamente dice nel nostro caso non è vero perché la qualità e l’unicità dell’informazione che cerchiamo di dare fa sì che su un articolo si resti 5 minuti anziché uno e mezzo».

Una sfida alle regole del web fatta anche di fiducia, fiducia in tutta quella gente che ha ancora e anzi sempre più voglia di sapere, di approfondire, di fermarsi e godere della scrittura, una sfida che fa affidamento in quello che è scritto nella pagina di presentazione de I Calabresi: «Un’iniziativa editoriale che sfida le previsioni fosche che vedono la Calabria come terra che “destina a chi non vuole chinare la testa, sofferenza, isolamento e tanto, tanto dolore” confidando invece nelle molte persone – che immaginiamo essere maggioranza – che si ispirano ad un modello di cittadinanza attiva, libera, generosa con la comunità di appartenenza».