giovedì,Dicembre 1 2022

Commissione antimafia a Rende, dove eravamo rimasti

Dal primo accesso eseguito in Municipio nel 2012 ai processi a politici e amministratori, dieci anni di sospetti e di flop giudiziari

Commissione antimafia a Rende, dove eravamo rimasti

Ancora tu, ma non dovevamo vederci più? A volerne trovare uno, è il sottofondo ideale per salutare l’arrivo della Commissione d’accesso antimafia a Rende; un deja vu per politici e semplici cittadini, oggi come ieri alle prese con il solito sospetto: quello di una vita pubblica e amministrativa del loro Comune inquinata da condizionamenti malavitosi. Era già successo più di un decennio addietro, ecco come andò a finire in quell’occasione.

I primi avvisi di garanzia

Tutto ha inizio il 6 dicembre del 2011 quando, nell’ambito di un’operazione della Dda di Catanzaro, due avvisi di garanzia per corruzione, voto di scambio e concorso esterno sono recapitati all’ex sindaco Umberto Bernaudo  e a un assessore della sua Giunta di centrosinistra,  Pietro Ruffolo. A quel tempo, i due siedono in consiglio provinciale, ma l’ipotesi degli inquirenti è che la loro elezione sia stata favorita da un accordo stretto con la cosca Lanzino e in particolare con Michele Di Puppo, referente zonale del clan in questione e impiegato della  “Rende servizi”, società in house del Comune. È una brutta tegola, ma il peggio deve ancora venire.

Le ombre dei boss latitanti

Pochi mesi dopo, ad aprile del 2012, la polizia arresta ad Arcavacata Franco  Presta, un temibile killer della cosca Lanzino, ricercato da più di tre anni che si nasconde in pieno campus universitario. La circostanza non sfugge al procuratore della Dda di allora, Giuseppe  Lombardo che, durante la conferenza stampa celebrativa dell’arresto, rileva come, a suo avviso, non fosse affatto casuale che un personaggio di quella caratura criminale si nascondesse proprio in territorio rendese. Apriti cielo. Per la politica rendese è un brutto colpo, ma non l’ultimo.La situazione sembra precipitare perché, dopo Presta,  arriva il turno del superboss in persona. Ettore Lanzino, infatti, è latitante ormai da quattro anni quando i carabinieri riescono a pizzicarlo in un residence di Roges. Ancora a Rende, dunque. Solo coincidenze sfortunate, o le sponde del Campagnano rappresentano davvero un  buen ritiro per le “primule” della  malavita?

L’arresto di Ettore Lanzino avvenuto a dicembre del 2012

La “tigre” reggina

La vicenda diventa un caso politico, anche perché pochi mesi prima, a ottobre del 2011, un altro “modello” di segno politico opposto, quello reggino, era finito nella polvere  con lo scioglimento del Comune decretato dal Governo. Nei giorni successivi, dunque, i leader regionali di un centrodestra ancora tramortito per quanto consumatosi in riva allo Stretto, iniziano a invocare a gran  voce l’invio dal ministero di una Commissione d’accesso antimafia nella Rende a guida Pd. Di fatto, cavalcano una tigre già in movimento. 

Il flop della Commissione

A quel tempo, è passato quasi un anno dal primo terremoto che ha investito Ruffolo e Bernaudo, due nomi che a novembre del 2012 tornano d’attualità. Entrambi, infatti, finiscono ai domiciliari nel prosieguo dell’inchiesta che li riguarda e, poche ore dopo, i commissari inviati  da Roma s’insediano nel palazzo  di via Rossini con mandato di  setacciare, palmo a palmo, la vita  amministrativa della città. Resteranno lì per sei mesi, fino a maggio, ma bisognerà attendere settembre affinché l’allora ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ufficializzi la decisione che dirada ogni ombra: a Rende non c’è mafia, la vita amministrativa può riprendere normalmente. Almeno sulla carta.

I processi ai politici

Di normale, infatti, oltre Campagnano c’è rimasto ormai ben poco. L’inchiesta contro Ruffolo e Bernaudo, demolita da Riesami e Cassazioni, rimane in standby per un paio d’anni e poi risorge dalle sue ceneri nel 2016 con un indagato eccellente in più: Sandro Principe. I tre politici dovranno affrontare un calvario giudiziario di sei anni prima di vedere riconosciute le loro ragioni in primo grado: concorso esterno? Voto di scambio? Il fatto non sussiste.

Sandro Principe dopo la sua assoluzione i

Le accuse a Manna

Amministratori che vanno e altri che vengono, ma la musica non cambia. Nel 2019 l’incontro ravvicinato con l’antimafia è affare del nuovo sindaco Marcello Manna. Su di lui si allungano prima l’ombra cupa del giudice corrotto Marco Petrini e poi il presunto voto di scambio con il gruppo di Adolfo D’Ambrosio, personaggio quest’ultimo già determinante in negativo per Sandro Principe. Il resto è cronaca recente, con gli eventi che si susseguono rapidamente fino a sovrapporsi: Manna finisce ai domiciliari e resta lì per un mese prima che il Riesame lo rimetta in libertà per mancanza di indizi di colpevolezza; tempo poche ore e il Ministero invia la commissione antimafia a Rende. Rivincita? Vendetta?

Marcello Manna festeggiato in Municipio dopo la sua scarcerazione

Coincidenze

Il legame, se c’è, è solo temporale. La scarcerazione del sindaco è notizia di ieri, la tentazione commissariale risale a un paio di settimane prima, quando il prefetto Vittoria Ciaramella convoca il Comitato provinciale per l’ordine pubblico e, sentiti il procuratore della Repubblica (Mario Spagnuolo) e quello distrettuale (Nicola Gratteri), decide di procedere in questa direzione. Solo coincidenze, dunque. Suggestive, ma nulla di più.     

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