Parlare di mafia, sempre e ovunque, per sottrarre terreno all’indifferenza e contrastare una narrazione che troppo spesso riduce il fenomeno criminale alla sola cronaca giudiziaria. Perché la ’ndrangheta non è soltanto violenza, intimidazioni e controllo del territorio, ma soprattutto capacità di accumulare ricchezze, infiltrarsi nell’economia legale e penetrare silenziosamente nelle istituzioni. È il messaggio lanciato dal procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, Salvatore Curcio, intervenuto a «Tam – Talk About Mafia», il progetto promosso dall’Associazione nazionale magistrati per approfondire i fenomeni mafiosi attraverso il dialogo tra magistratura, istituzioni e società. Un intervento che parte dall’esortazione di Paolo Borsellino a parlare di mafia, in televisione e ovunque sia possibile, per arrivare a una denuncia precisa: ancora oggi, secondo Curcio, manca una reale consapevolezza delle dimensioni e della capacità di penetrazione della ’ndrangheta. Una lacuna che, nel corso dei decenni, avrebbe consentito alle organizzazioni criminali di agire con maggiore libertà, approfittando anche della scarsa attenzione riservata al fenomeno.

«Parlare di mafia è fondamentale»

«Parlare di mafia è fondamentale. Prima di me lo hanno detto colleghi ben più autorevoli. Vi ricorderete tutti l’esortazione di Paolo Borsellino: “Parlate di mafia, ma parlate, parlatene sempre, in televisione, dove volete, ma parlatene”. Perché aiuta indubbiamente a colmare una criticità, un gap che ha rappresentato un punto di forza per le mafie e per noi anche in modo particolare».

Curcio insiste sulla necessità di superare una conoscenza superficiale del fenomeno mafioso, che riguarda non soltanto i cittadini, ma anche una parte degli stessi operatori del settore. La difficoltà di comprenderne la reale portata si traduce in una sottovalutazione della ricchezza accumulata dalle organizzazioni criminali e della loro capacità di condizionare il sistema economico e sociale. «Ancora oggi, nel 2026, e senza tema di smentite, vi posso assicurare che la gente, la comunità, ma anche molti colleghi, non hanno la consapevolezza delle reali dimensioni del fenomeno ’ndranghetistico, della sua diffusione, della sua pervicacia, del patrimonio illecitamente accumulato, che è pari a miliardi di euro».

Il rapporto Eurispes

Per rendere concreta la portata economica della criminalità organizzata, il procuratore richiama un rapporto Eurispes del 2008, intitolato «’Ndrangheta Holding», che stimava in 44 miliardi di euro i guadagni dell’organizzazione nel solo 2007. Una cifra che, racconta, ancora oggi viene liquidata da alcuni come inattendibile. Curcio contrappone a queste perplessità i risultati di un’attività investigativa della Dda di Catanzaro, utilizzando un esempio che restituisce la dimensione dei profitti potenzialmente generati dal traffico di stupefacenti. «Ancora oggi mi sento dire che un vecchio rapporto di Eurispes, pubblicato nel 2008 e facente riferimento ai guadagni della ’ndrangheta nel solo 2007, pari a 44 miliardi di euro, viene ritenuto una bufala. Io, dati alla mano, in una delle tante inchieste della Dda di Catanzaro, su un campione di 800 chili di cocaina, che rappresentava un grado di purezza pari al 95-98 per cento, perché era cocaina che usciva direttamente dalle raffinerie colombiane, mi divertii a formulare al mio consulente chimico-tossicologico, tra i tanti quesiti, questo: “dimmi quanto avrebbe guadagnato l’organizzazione mettendola sul mercato clandestino, con un certo numero di sostanze psicoattive”. La risposta fu un miliardo e 445 milioni di euro, 2.270 miliardi delle vecchie lire, per chi ha una certa età ed è abituato a ragionare ancora in lire. Allora, se le dimensioni sono queste del fenomeno, e quegli 800 chili erano praticamente un settimo di quello che era stato sequestrato in quell’attività di indagine, voi potete tranquillamente realizzare come quella stima fatta da Eurispes in quel dossier fosse estremamente aderente alla realtà».

La narrazione sulla ‘ndrangheta

Il punto, per il procuratore, è che la ricchezza delle cosche e la loro capacità di muoversi nei circuiti economici non trovano sempre un adeguato spazio nel racconto pubblico. A suo giudizio, la scarsa attenzione dei media e una narrazione concentrata prevalentemente sugli sviluppi delle inchieste hanno contribuito a lasciare in ombra le trasformazioni della criminalità organizzata, favorendo una percezione incompleta della minaccia. «Uno dei punti di forza della ’ndrangheta, in modo particolare, è l’indifferenza e anche l’assenza di una reale conoscenza del fenomeno, dovute sicuramente a una bassissima attenzione, nel corso di tutti questi decenni, da parte dei media, della stampa. Questo ha consentito alla ’ndrangheta di operare praticamente in sordina e anche attraverso una narrazione piuttosto sterile dell’organizzazione, limitata, in maniera estremamente sintetica e circoscritta, a una mera cronaca giudiziaria».

Non fare rumore

È proprio questa riduzione del fenomeno mafioso a una questione di ordine pubblico a preoccupare Curcio. La violenza visibile, gli agguati e le intimidazioni rappresentano soltanto una parte del problema. «Questo basso livello di conoscenza ha avuto un primo corollario estremamente negativo, drammaticamente attuale, se me lo consentite: il rischio di confinare il contrasto ai sistemi mafiosi nell’alveo della mera problematica di ordine e sicurezza pubblica. Va sottolineato come le organizzazioni criminali agiscano soprattutto nel novero dei mercati finanziari e societari. E questa è la regola della ’ndrangheta. La prima regola della ’ndrangheta, detta in dialetto, è: “Non fare sgrusci”, non fare rumore».

Per il capo della Dda di Catanzaro, la sfida consiste dunque nel riconoscere le forme meno appariscenti del potere mafioso, senza attendere che tornino a manifestarsi attraverso episodi di violenza. «Parallelamente è in atto anche un grave arretramento nella stessa percezione pubblica della minaccia mafiosa, sempre più ridotta a una mera questione di ordine pubblico, della quale preoccuparsi soltanto dinanzi alle emergenze violente, chiudendo invece occhi e orecchie dinanzi ai processi di mimetizzazione economica e sociale delle componenti più raffinate dei circuiti criminali. È questo quello che stiamo vivendo».

Curcio richiama quindi il rischio di disperdere un patrimonio di conoscenze, strumenti giuridici ed esperienze investigative costruito in anni di contrasto alla criminalità organizzata, anche attraverso il sacrificio di tanti servitori dello Stato. «Il confinare tutta la problematica a una questione di ordine e sicurezza pubblica rischia di disperdere anche un patrimonio culturale e giuridico di anni di contrasto investigativo e giudiziario al fenomeno mafioso, accumulato anche, ahimè, con il sacrificio estremo di tanti servitori fedeli dello Stato. È stato detto che il passato non è mai morto, non è neanche passato. Sono parole che riflettono la consapevolezza che il passato è sempre fra noi, impegnandoci a preservarne il ricordo e l’esempio».

I tre nodi del contrasto alle mafie

La denuncia del procuratore si sviluppa attorno a tre questioni: le nuove strategie delle organizzazioni criminali, le difficoltà degli strumenti investigativi e la necessità di rafforzare la prevenzione amministrativa. «Le mafie odierne non cercano lo scontro, soprattutto con lo Stato, dopo quello che è successo negli anni Novanta, ma puntano alla silente penetrazione della pubblica amministrazione e del tessuto economico legale, attraverso complessi sistemi di riciclaggio, autoriciclaggio e reati societari. Un altro punto è l’arretramento degli strumenti investigativi a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni. Alcune riforme legislative pongono limiti stringenti all’utilizzo dei mezzi di ricerca della prova. Mi riferisco, chiaramente, al regime delle intercettazioni telefoniche e delle intercettazioni in generale. Queste barriere burocratiche rischiano di indebolire il contrasto proprio verso quei reati spia – corruzione e reati finanziari – che collegano le cosche al mondo, per esempio, dell’imprenditoria contigua e complice».

La risposta, tuttavia, non può essere affidata esclusivamente alle forze dell’ordine. Accanto all’attività investigativa, sostiene il procuratore, occorrono controlli efficaci sulla pubblica amministrazione, trasparenza nelle procedure e un’attenzione costante alla gestione degli appalti e dei contratti. «È necessaria la prevenzione e il controllo amministrativo. Se riduciamo la lotta alla criminalità organizzata e la concepiamo come delegata esclusivamente alle forze di polizia, intese come presidio del territorio e quindi come tutela dell’ordine pubblico, viene meno quella tutela preventiva e quel controllo della trasparenza dell’azione amministrativa e contrattuale».

Il messaggio conclusivo torna così al ruolo della comunità. Parlare di mafia significa rendere riconoscibili i segnali dell’infiltrazione, mantenere alta l’attenzione e impedire che l’indifferenza diventi un terreno favorevole alla criminalità organizzata. Una responsabilità che, per Curcio, riguarda magistrati, avvocati e forze dell’ordine, ma anche cittadini e istituzioni. «Parlare di mafia significa anche alzare l’asticella dell’attenzione da parte non solo degli addetti ai lavori, quindi dei magistrati, degli avvocati e delle forze dell’ordine, ma di un’intera comunità. Perché un altro dato, un altro punto a favore delle mafie, è sicuramente quell’indifferenza, quei comportamenti equivoci che a volte vengono adottati dagli stessi appartenenti alla nostra comunità. La mafia si nutre anche del nostro disinteresse e della nostra indifferenza».

Da qui l’appello finale del procuratore della Dda di Catanzaro, che affida proprio alla conoscenza e alla partecipazione collettiva una parte essenziale del contrasto alla ’ndrangheta, oltre il perimetro delle aule giudiziarie e delle operazioni di polizia. «E allora ben venga questo convegno, si continui a parlare di mafia e si tenga alta l’asticella».