Con la cancellazione temporanea del balzello la propaganda raddoppia: prima si fa passare per rivoluzionaria la proposta di Tridico che Meloni aveva sbeffeggiato, poi si glissa sulla durata dello sconto. Per crederci basta avere la memoria corta
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Un microfono acceso sul tavolo di Palazzo Chigi, i riflettori spianati, la retorica d’ordinanza delle grandi occasioni. “Cancelliamo una delle tasse più odiate”, scandisce la comunicazione di governo a beneficio di telecamere e rulli d’agenzia. La frase rimbalza sui social, viene impacchettata in card patinate, diventa titolo d’apertura, verità percepita. L'imposta sul possesso dell'automobile non c'è più, evaporata. Poi le telecamere si spengono, la sala stampa si svuota e la carta resta. Quella scritta in burocratese stretto, dove i verbi non hanno la squillante decisione della propaganda, ma il passo felpato del raggiro.
Basta far scorrere gli articoli della bozza per veder crollare l’impalcatura del proclama. Nessuna cancellazione. Soltanto una pausetta da dodici mesi, una bolla d'aria concessa al contribuente esclusivamente per l'anno d'imposta 2027. Dal primo gennaio 2028 il contatore riprenderà a girare esattamente come prima. È la solita tecnica della sospensione spacciata per funerale del balzello, un trucco da prestigiatore di provincia che vende un rinvio temporaneo per un'amnistia permanente.
A rendere il quadro grottesco intervengono le amnesie della memoria politica. Nello scorso anno, quando Pasquale Tridico ipotizzò l'abolizione del bollo in Calabria, la risposta della presidente Meloni fu tranchant. Bollò l'idea come una sparata alla “Cetto La Qualunque", roba che a confronto il personaggio di Albanese sembrava Otto von Bismarck. Oggi la stessa ricetta viene sfornata a reti unificate, riconfezionata come conquista epocale. Quando la misura la propone l'avversario è follia demagogica, quando invece la firma il proprio governo diventa visione di Stato. La doppia morale della propaganda non richiede coerenza, richiede soltanto memoria corta.
Sul territorio si assiste al medesimo cortocircuito narrativo. Se la proposta parte dall'opposizione si grida al delirio finanziario; se a riprenderla è il governatore Roberto Occhiuto scattano i caroselli. Diventa la luce sulla statale 106 di notte, il ponte sullo Stretto interiore, il Frecciarossa sulla linea jonica. Il trasformismo comunicativo trasforma la medesima idea da veleno a medicina a seconda della casacca di chi la intesta.
Nel frattempo la platea degli esentati viene recintata da paletti rigidissimi. Si salva solo chi guida un’utilitaria entro gli 80 kilowatt di potenza e per un solo veicolo a testa. Tutti gli altri continuano a versare le loro quote. Ma la vera partita di giro è contabile: il bollo è la linfa dei bilanci regionali. Per coprire il buco nel 2027, lo Stato rimborserà le Regioni rastrellando oltre due miliardi dal bilancio centrale. Soldi pubblici spostati da una tasca all'altra. Nessun taglio reale della spesa, solo un giro di valzer finanziario destinato a prosciugarsi allo scadere dei dodici mesi.
Il cittadino consuma lo slogan, si convince di aver ottenuto un sollievo definitivo e scoprirà la realtà soltanto quando ritroverà il bollettino nella buca delle lettere. Resta la sensazione di una politica che tratta l'elettorato come una platea da abbagliare con giochi di prestigio a scadenza. La domanda che rimane non riguarda i kilowatt o le coperture di bilancio, ma la tenuta del patto di fiducia. Fino a quando la narrazione di palazzo potrà permettersi di capovolgere i fatti prima che il conto delle mezze verità si presenti, salatissimo, da pagare?
*Documentarista

