Esiste un luogo dove la storia millenaria della Magna Grecia, anziché splendere sotto il sole della Calabria, annega nel fango e nel silenzio. È il sito archeologico di Casa Bianca, una delle perle del Parco di Sibari, che da oltre sessanta giorni è stato trasformato in un bacino lacustre involontario. Una distesa d’acqua torbida, che in alcuni punti raggiunge la preoccupante profondità di tre metri, ha cancellato alla vista le strutture antiche mettendo a serio rischio la conservazione di reperti che hanno sfidato i secoli ma che ora sembrano soccombere alla forza degli elementi.

La gravità della situazione è emersa in tutta la sua drammaticità grazie a una documentazione video prodotta da Davide Papasso, consigliere comunale di opposizione a Cassano all’Ionio. Nel filmato, girato a ridosso dell’area alluvionata, Papasso mostra uno scenario spettrale: «Come potete osservare direttamente dalle immagini – dichiara il consigliere puntando l’obiettivo verso l’invaso – questo è il varco attraverso il quale la piena ha travolto il parco durante l'alluvione. Da quel momento, ad oggi, la situazione è rimasta cristallizzata. Tutto è fermo, l'acqua non defluisce e sembra che nessuno sia ancora intervenuto con la dovuta risolutezza per liberare il sito». 

Secondo l'esponente di minoranza Papasso, la gestione del Parco avrebbe privilegiato la "vetrina" e la comunicazione istituzionale rispetto alla dura realtà della manutenzione ordinaria e straordinaria accusando l'amministrazione di aver minimizzato un disastro ambientale e culturale solo perché l'area colpita è attualmente chiusa al pubblico, quasi come se un bene archeologico avesse valore solo nel momento in cui può essere monetizzato attraverso lo sbigliettamento.

Non limitandosi alla sola protesta locale, Davide Papasso ha deciso di investire della questione i massimi livelli istituzionali del Paese. In una missiva formale inviata al Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e al Ministro del Turismo, Gianmarco Mazzi, il consigliere ha descritto Sibari come un «giacimento di bellezza» e uno «scrigno prezioso» che appartiene non solo alla Calabria, ma all'intera nazione. Nella lettera, Papasso denuncia con forza come l’allagamento persistente sia causato dal mancato funzionamento del sistema di idrovore, progettato proprio per contrastare la risalita della falda acquifera sottostante.

«Siamo ormai a ridosso della stagione turistica», ammonisce il consigliere, ricordando che migliaia di visitatori da tutto il mondo si apprestano a raggiungere Sibari, rischiando di trovare uno spettacolo di degrado anziché di cultura. Il suo è un appello mosso, come si legge nelle conclusioni della lettera, da un «amore profondo e viscerale» per la propria terra. Dall'altro lato, la direzione del Parco, guidata da Filippo Demma, ha cercato di fare chiarezza sulle enormi difficoltà incontrate. Non si tratterebbe di semplice inerzia, ma di una concatenazione di eventi avversi. Le pompe di sollevamento, recentemente acquistate con ingenti investimenti, sono state messe fuori uso proprio dai detriti e dal fango trasportati dalla violenza della piena. A complicare ulteriormente il quadro sono intervenuti fattori geopolitici globali con i nuovi componenti necessari per il ripristino degli impianti che sono rimasti bloccati nelle rotte commerciali internazionali a causa delle tensioni in Medio Oriente. Nel frattempo, la risalita naturale della falda ha continuato ad alimentare l'invaso, rendendo i tentativi di svuotamento parziali e insufficienti.

Attualmente, il sito è presidiato da macchinari elettro-alimentati provvisori che lavorano incessantemente nel tentativo di abbassare il livello del liquido, in attesa che la strumentazione definitiva arrivi entro la fine di aprile. Il rischio è che, senza un intervento strutturale e una risposta celere da parte dei Ministeri sollecitati, un pezzo fondamentale della storia magno-greca possa subire danni irreversibili.