Il vescovo di Cassano all'Ionio e vicepresidente della Cei affida alle immagini dal Santuario calabrese un augurio che attraversa sessanta conflitti nel mondo e arriva dritto al cuore di ogni persona
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C'è un oliveto antico, prima ancora di arrivare al Santuario della Madonna della Catena, che Mons. Francesco Savino, vescovo della Diocesi di Cassano all'Ionio e vice presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha scelto come cornice per il suo messaggio pasquale 2026. Non una cattedrale, non un altare dorato, semplicemente un luogo di terra, di radici, di silenzio. Una scelta che dice già tutto, prima ancora che il Vescovo apra la bocca. «Il santuario è un centro di spiritualità», esordisce Savino, «dove tutti i mendicanti del cielo vanno per scoprire la bellezza della vita nonostante le contraddizioni della vita stessa».
Una definizione che colpisce per la sua franchezza, persone che vengono a cercare qualcosa che non riescono a trovare altrove. Il tono si fa subito lucido, quasi austero. Mons. Savino non concede nulla alla retorica consolatoria. «Non viviamo un bel momento», dice con nettezza. «È un momento difficile, complesso, dove sembra che la guerra faccia da protagonista al posto della politica, al posto della diplomazia, al posto del dialogo».
I numeri che cita pesano come pietre con circa sessanta conflitti attivi nel mondo oggi. E il Vescovo li nomina uno per uno, senza fretta, come si recita un rosario doloroso, Gaza, Ucraina, Iran, Libano, Sudan del Sud, Africa. Poi, con un passaggio che suona insieme come ferita e come dichiarazione d'amore, aggiunge: «La mia cara e amata Calabria, questa stupenda terra, anche se molto spesso martoriata». Nessuna distanza tra il globale e il locale. Il dolore del mondo e il dolore di casa propria appartengono alla stessa famiglia.
Ciò che rende autentico questo messaggio è la consapevolezza del pericolo insito nel parlare. «Il rischio è dire parole banali, parole inutili, parole vuote, parole senza senso», ammette apertamente il Vescovo. È un atto di umiltà raro, un Pastore che riconosce il limite della parola prima ancora di pronunciarla. Eppure sente di dover parlare. E lo fa rivolgendosi direttamente a ciascuno, con un'intimità disarmante: «Dico a te, fratello. Dico a te, sorella. Dico a te, amico. Dico a te, amica». Il cuore del messaggio è teologico ma espresso con il linguaggio della vita quotidiana. «Non pensare che la morte, il dolore, il fallimento siano le realtà ultime della tua vita», esorta Savino. «Sono soltanto realtà penultime».
Una distinzione che cambia tutto. Penultima, non definitiva, non conclusiva, non sovrana. Gesù di Nazareth, ricorda il vescovo, ha vinto la morte, e lo ha fatto non con la forza, non con la potenza, ma con un amore «gratuito, incondizionato, asimmetrico». Un amore che non chiede reciprocità per esistere. «La morte può essere vinta soltanto da chi ama», conclude Savino. Una frase che vale come un programma di vita.
Il messaggio pasquale di Mons. Savino non si chiude con le formule di rito. Si chiude con un invito. Non vivere una vita banale, non vivere una vita vuota. Vivere invece una vita piena, orientata dall'amore del Risorto che «indica una strada per risolvere ogni situazione negativa». Dall'oliveto di un santuario calabrese, in un tempo di guerra e di smarrimento, la voce di un vescovo ricorda a ciascuno che la propria vita vale la pena di essere vissuta. È forse il messaggio pasquale più necessario di questo 2026.

