La donna ha spiegato in tv le motivazioni personali e lo stato emotivo che l’avrebbero portata al gesto
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«Volevo solo stringere un bambino». Con queste parole Rosa Vespa ha raccontato a Porta a Porta la sua versione dei fatti, spiegando le ragioni che l’avrebbero spinta a compiere il gesto che l’ha portata al centro di un caso mediatico e giudiziario.
Rosa Vespa, la sera del 21 gennaio del 2025, rapì una neonata dalla clinica Sacro Cuore di Cosenza. La bambina fu ritrovata poche ore dopo dalla polizia. La donna è stata condannata a cinque anni e quattro mesi per il suo reato. Oggi ancora non riesce a dare una spiegazione al suo gesto
Durante l’intervista televisiva, Rosa Vespa ha parlato della propria condizione personale, descrivendo un forte desiderio di maternità e una situazione emotiva che, secondo il suo racconto, l’avrebbe portata a un gesto impulsivo e non pianificato. «Non volevo fare del male a nessuno, volevo solo stringere un bambino», ha dichiarato nel corso della trasmissione, ripercorrendo quei momenti e cercando di spiegare cosa l’abbia spinta ad agire.
Nel corso dell’intervista sono stati affrontati anche i temi legati alla sua situazione familiare, alle difficoltà personali e allo stato psicologico in cui si trovava in quel periodo. Vespa ha parlato di solitudine, di un forte desiderio di maternità e di una fragilità emotiva che, secondo il suo racconto, sarebbe stata determinante.
La vicenda resta comunque al centro dell’attenzione mediatica. L’intervista televisiva rappresenta intanto la prima ricostruzione pubblica fornita dalla donna, che ha voluto raccontare la propria versione e le motivazioni personali che, a suo dire, l’hanno portata a quel gesto.
Come noto, ll gup del Tribunale di Cosenza, Letizia Benigno, ha condannato Rosa Vespa a cinque anni e quattro mesi di reclusione nel processo, celebrato con rito abbreviato, sul rapimento della piccola Sofia, la neonata prelevata la sera del 21 gennaio 2025 dalla clinica “Sacro Cuore” di Cosenza. La sentenza arriva dopo la requisitoria con cui la Procura di Cosenza, attraverso il pubblico ministero Antonio Bruno Tridico, aveva chiesto una condanna più pesante: otto anni di carcere.


