L’arcivescovo di Cosenza-Bisignano sui cortei contro il caro vita, i ragazzi che vanno via e le responsabilità della politica: «Torniamo a incontrarci: abbiamo bisogno di dirci con chiarezza di che cosa abbiamo bisogno e di metterci in gioco»
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È sceso in strada senza clamore, accanto a camionisti e agricoltori in protesta, per ascoltare, in punta di piedi, prima ancora che per parlare. Monsignor Gianni Checchinato, arcivescovo di Cosenza-Bisignano, è un pastore che preferisce le piazze e le periferie ai palazzi: sta tra la gente, va incontro a chi soffre e a chi si sente dimenticato. In questa intervista parla del disagio sociale della Calabria, della fuga dei ragazzi, del silenzio delle istituzioni e della pace in un mondo in guerra.
Monsignore, perché un arcivescovo scende in strada accanto a camionisti e agricoltori?
Il motivo lo trovo in quella riflessione che ha fatto papa Leone nell'esortazione Dilexi te, quando ha affermato: «La Chiesa, come una madre, cammina con coloro che camminano. Dove il mondo vede minacce, lei vede figli; dove si costruiscono muri, lei costruisce ponti. Sa che il suo annuncio del Vangelo è credibile solo quando si traduce in gesti di vicinanza e accoglienza». Il Vangelo ci insegna a cercare la pace e la giustizia e a condividere questi ideali con chi li cerca, chiunque esso sia.
Cosa le hanno detto i manifestanti che l'ha colpita di più?
Mi ha colpito un rappresentante delle forze dell'ordine presente al presidio che mi ha detto: «Sono madri e padri di famiglia che hanno il timore di non arrivare più a fine mese». E un agricoltore mi ha detto: «Ci sentiamo abbandonati. Sembra che i prodotti di qualità della nostra terra non interessino più a nessuno e si preferiscono prodotti di scarsa qualità che arrivano dall'estero. Non si può andare avanti così».
Anche i giovani sono scesi in piazza. La rabbia è legittima, la violenza mai: dove passa il confine?
Sento dire spesso che i giovani sono il nostro futuro, anche se non sono d'accordo con questa affermazione, perché i giovani sono il nostro presente e vanno ascoltati di più: hanno molte più risorse umane e spirituali di quelle che vengono loro accreditate. E scendono in piazza perché sanno che il loro futuro può essere reso più sfavorevole a causa di scelte attuali. Certamente non è mai legittimabile la violenza e chi la agisce va fermato. Quando però le legittime esigenze non vengono ascoltate ci si sente poco riconosciuti e la tentazione di regredire alle logiche violente si fa più forte.
Chi ha più responsabilità oggi: chi protesta o chi non ascolta?
Chi protesta esprime responsabilmente un diritto sancito dalla Costituzione repubblicana (cfr. artt. 17 e 21). Non è responsabile invece chi si limita a guardare dal balcone cosa succede e a sentenziare in maniera polemica alimentando il disfattismo; non è responsabile chi pretende che le cose cambino ma non si reca mai alle urne per esprimere il proprio pensiero; non è responsabile chi è ormai chiuso nella propria bolla esistenziale e non si cura di ascoltare gli altri, la gente che vive nei nostri paesini persi fra i monti o nelle periferie cittadine.
Ai giovani che guardano al futuro, cosa dice: andate avanti o fermatevi?
Cito tante volte, anche nelle omelie, il titolo di un libro di un nostro scrittore cosentino, Michele D'Ignazio: "Fate i tuoni!". Il titolo fa il verso alla raccomandazione che, soprattutto i più anziani, facevano ai più piccoli: "Fate i buoni!". Beh, penso che oggi i giovani siano chiamati a dire con responsabilità e coerenza il proprio pensiero. Quando viene loro permesso di esprimersi in libertà sono testimonianza di sapienza.
Troppi ragazzi calabresi partono: nulla li trattiene ancora qui? Perché?
Sono affaticati e fragili. E avrebbero bisogno di un mondo adulto più coerente e responsabile: sono per la maggior parte il risultato di un modellamento che hanno ricevuto da noi adulti. Davvero abbiamo saputo testimoniare il valore della giustizia, della pace, del rispetto delle persone? O sono passati spesso invece i disvalori dell'apparenza, della mancata osservanza delle regole che ci permettono di vivere meglio insieme, dell'interesse privato a scapito del bene comune? Quando trovano ambienti che corrispondono anche solo un po' di più alle loro attese, scappano. Come biasimarli?
La Calabria torna a essere una terra dimenticata dalle istituzioni. La Chiesa cosa fa? Sembra silenziosa…
La Chiesa parla, e anche su questo tema i vescovi della Calabria, a nome dell'Ufficio regionale di Pastorale sociale e del lavoro e di tutte le diocesi calabresi, hanno espresso il loro pensiero qualche giorno fa, il 10 ottobre: «I Vescovi fanno appello alle istituzioni, a ogni livello, perché continuino e accelerino la ricerca di risposte efficaci, capaci di raggiungere concretamente chi sta sostenendo il peso maggiore di questa fase. La complessità dei problemi richiede ascolto, confronto e rapidità, ma anche la capacità di costruire soluzioni che non si limitino all'emergenza e sappiano restituire prospettiva e fiducia… Nessuno dovrebbe essere lasciato solo davanti alla paura di perdere il proprio lavoro, la propria attività o la possibilità di garantire serenità alla propria famiglia… È questa la responsabilità che oggi ci interpella tutti: custodire il lavoro significa custodire la persona, la dignità, la coesione delle comunità e la possibilità di costruire futuro». Purtroppo non sempre i comunicati dei Vescovi trovano posto nella comunicazione regionale e nazionale.
Guerre ovunque: la parola "pace" è ancora credibile?
Se rispondessi di no a questa domanda, sentirei di non essere più cristiano. Gesù è definito il "principe della pace" da un'antica profezia di Isaia. E gli ultimi papi, da Giovanni XXIII all'attuale pontefice, hanno gridato che la pace è possibile. Non potrà esserci la pace fino a quando sarà limitata da logiche di spartizione e di finanza, fino a quando si continueranno a spostare capitali ingenti, provenienti dalle risorse di intere nazioni e destinati all'educazione e alla sanità, per l'acquisto delle armi, fino a quando finanzieremo con i nostri risparmi le banche "armate" (gli istituti bancari o altri operatori che, all'interno di un'attività finanziaria ampia e votata principalmente allo sviluppo dell'economia reale, concludono operazioni di finanziamento ad aziende del settore delle armi).
Qual è il ruolo del Papa in questo tragico momento storico?
Papa Leone è in stretta continuità con il magistero di papa Francesco, suo predecessore, quando parla della pace. Formidabili le parole che ha pronunciato a Bamenda, in Camerun, lo scorso aprile: «I signori della guerra fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire. Fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare. Chi rapina la vostra terra delle sue risorse, in genere investe in armi buona parte dei profitti, in una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine. È un mondo a rovescio, uno stravolgimento della creazione di Dio che ogni coscienza onesta deve denunciare e ripudiare, scegliendo quell'inversione a U – la conversione – che conduce nella direzione opposta, sulla strada sostenibile e ricca della fraternità umana. Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali! Sono la discendenza di Abramo, incalcolabile come le stelle del cielo e i granelli di sabbia sulla spiaggia del mare».
Una parola sola per la Calabria oggi: quale?
Torniamo a incontrarci: abbiamo bisogno di dirci con chiarezza, e come persone responsabili, di che cosa abbiamo bisogno e di metterci in gioco. Tutti. Perché, come diceva don Pino Puglisi: «E se ognuno di noi può fare qualche cosa, allora si può fare molto».

