Si è concluso il lungo percorso che consentirà ai quattro braccianti agricoli morti nel tragico incendio avvenuto ad Amendolara di tornare nelle loro terre d'origine. Dopo circa cinquanta giorni di attesa, sono state completate le operazioni di rimpatrio delle salme dei giovani lavoratori stranieri deceduti nel rogo del furgone sul quale viaggiavano per raggiungere i campi.

Il primo feretro a lasciare la Calabria è stato quello di Waseem Khan, 29 anni, già rientrato in Pakistan, dove la famiglia ha potuto celebrarne i funerali secondo il rito islamico.

Le altre tre vittime, gli afghani Amin Fazal Khogiani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, e Safi Iayjad, 27 anni, sono invece partite alla volta dell'Afghanistan dopo il completamento delle procedure amministrative necessarie al trasferimento internazionale delle salme.

Le operazioni di rimpatrio sono state affidate all'agenzia funebre Curia di Corigliano Rossano, incaricata dalla Regione Calabria. L'intervento è stato sostenuto economicamente dalla Regione con uno stanziamento di 100 mila euro e coordinato dalla Protezione civile regionale, che ha seguito l'intero iter fino alla partenza dei feretri.

Nei giorni scorsi sono giunti in Calabria anche alcuni familiari delle vittime per il riconoscimento dei corpi e per seguire le pratiche necessarie al rientro dei loro congiunti. Successivamente i feretri sono stati trasferiti all'aeroporto di Ciampino, da dove hanno proseguito il viaggio verso i Paesi d'origine.

Durante le settimane trascorse in Calabria, ai parenti dei quattro lavoratori è stata garantita assistenza da enti di volontariato e associazioni del territorio. Alla vicenda hanno espresso vicinanza anche il vescovo della Diocesi di Cassano allo Ionio, monsignor Francesco Savino, la sindaca di Amendolara Maria Rita Acciardi, la comunità islamica, organizzazioni sindacali e numerose realtà del mondo associativo.

La tragedia si era consumata il 1° giugno, quando quattro braccianti agricoli persero la vita nell'incendio del mezzo che li stava accompagnando al lavoro nelle campagne dell'Alto Ionio cosentino. Un episodio che ha riportato al centro dell'attenzione il tema dello sfruttamento dei lavoratori agricoli e delle condizioni in cui molti migranti sono costretti a vivere e lavorare. Oggi, con il rientro delle salme alle rispettive famiglie, si chiude almeno il doloroso capitolo dell'attesa, mentre resta aperta la ferita lasciata da una tragedia che ha profondamente colpito l'intera comunità.