La responsabile della struttura donazione e trapianti del Pugliese racconta le 30 ore in ospedale per l’espianto: «I familiari non l’hanno lasciata da sola un attimo, poi si sono commossi quando i contenitori sono stati portati via. È stato come darle un’altra possibilità»
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Se ne era parlato in famiglia e in quella occasione lei aveva detto che, se fosse successo, avrebbe voluto donarli gli organi. Così quando i medici l’hanno proposto i genitori non hanno avuto alcun dubbio: è quello che Andrea avrebbe voluto. Il cuore a Torino, i polmoni a Milano, il fegato a Roma. Sono state le stesse equipe degli ospedali che hanno i pazienti in lista d’attesa a mettersi in viaggio durante la notte per raggiungere la rianimazione dell’azienda ospedaliera universitaria di Catanzaro.
Una operazione durata trenta ore. «La famiglia è stata al fianco di Andrea durante tutto il percorso, non l’ha lasciata da sola un attimo. Si sono commossi infine quando hanno visto i contenitori con gli organi andare via, mi sono commossa anche io che faccio questo mestiere da anni. Per chi li ha ricevuti è come rivedere la luce, una possibilità di rinascita: la morte questa volta non è riuscita ad averla vinta. Ci vuole un grande amore, una grande forza di volontà».
Ha la voce stanca, dopo quasi 48 ore trascorse in ospedale. «È il lavoro che ho scelto. Mi sono trovata al posto giusto nel momento giusto», dice Anna Grande, responsabile della struttura dipartimentale semplice donazione e trapianti, afferente alla rianimazione del presidio ospedaliero Pugliese.
«Trenta ore per la vita, veramente» aggiunge riferendosi al tempo necessario a completare le donazioni d’organo, autorizzate dalla famiglia ma decise da Andrea Minasi, la 23enne travolta da un’auto a Vibo Valentia e deceduta giovedì mattina all’ospedale di Catanzaro.
Dalle 8 di giovedì mattina sino a mezzogiorno di ieri. «Una famiglia unita che in un momento di grande dolore è stata capace di accogliere questa proposta con altrettanto amore. Hanno pensato che fosse una occasione per consentire ad Andrea di avere un’altra possibilità, in qualche modo di non morire», aggiunge.
Sono stati cinque gli organi prelevati. Il cuore è andato ad un paziente di Torino, i polmoni a Milano, il fegato a Roma. I reni sono stati trasferiti a Reggio Calabria, dove c’è il centro trapianti calabrese e già trapiantati. Le cornee invece alla banca degli occhi di Cosenza. Tutti giovani, o più o meno coetanei di Andrea, i pazienti in attesa di trapianto.
«Ci sono almeno un centinaio di professionisti impegnati in questa grande catena» spiega ancora la responsabile delle donazioni. «Ci sono le equipe mediche da fuori regione, i radiologi, gli esami di laboratorio, gli infermieri e gli oss e le attività di coordinamento tra strutture e il blocco operatorio».
E poi ci sono i genitori e i familiari. La dottoressa Grande rievoca un caso che lo scorso anno, sempre d’estate, ha destato grande clamore e culminato anch’esso con la donazione d’organi. Filippo Verterame, il 22enne di Crotone morto ad Isola Capo Rizzuto a seguito di una violenta rissa. «Di donazione d’organi bisognerebbe parlarne di più. È triste, lo so, ma dei gesti di queste grandi mamme bisognerebbe parlarne di più. In momenti simili è difficile pensare agli altri, più semplice sarebbe chiudersi nel proprio dolore».



