Dalle cabine telefoniche di Reggio Calabria alla missiva anonima recapitata a Polistena: le carte della sentenza d’appello bis ’Ndrangheta Stragista svelano come i clan adottarono la sigla del terrore per firmare il duplice omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo. Le parole dei killer Villani e Calabrò
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Nella geografia del terrore che ha attraversato l'Italia nei primi anni Novanta, la sigla Falange Armata ha rappresentato a lungo uno spettro comunicativo indecifrabile: un marchio fantasma associato a rivendicazioni telefoniche giunte a poche ore dalle stragi di via dei Georgofili a Firenze, via Palestro a Milano e San Giovanni in Laterano a Roma. Tuttavia, le motivazioni della sentenza d’appello bis ’Ndrangheta Stragista dimostrano che, sul versante calabrese, l'uso di quella sigla non fu un'iniziativa estemporanea ma un preciso protocollo politico-criminale elaborato ai vertici dell'alleanza tra Cosa Nostra e 'Ndrangheta.
L'obiettivo strategico dichiarato era quello di sradicare la percezione di semplici delitti di mafia locale, iscrivendo l'offensiva contro l'Arma dei Carabinieri nel registro di un vero e proprio attacco eversivo alla sovranità dello Stato.
«Come a Bologna, come la Uno bianca»: l'addestramento del commando
Per comprendere la genesi della "Falange Armata" in territorio reggino, i giudici di merito ripercorrono le deposizioni del collaboratore di giustizia Consolato Villani, all'epoca dei fatti giovanissimo esecutore materiale assoldato da Giuseppe Calabrò.
Nei verbali d'interrogatorio riassunti in sentenza, Villani descrive come Calabrò non gli prospettò un regolamento di conti o una vendetta contro singole divise, ma un vero e programma di guerra seriale: «All'inizio mi disse che dobbiamo sparare ai Carabinieri... ma no a una pattuglia di Carabinieri, a una Gazzella di Carabinieri, che dobbiamo fare diciamo una serie di agguati contro i Carabinieri, contro lo Stato, contro i Carabinieri».
Interrogato sui modelli a cui il compagno di armi si ispirava nel configurare l'azione eversiva, Villani mette a verbale paragoni inequivocabili: «Dobbiamo passare in questi agguati, bene che passiamo, diciamo come un'azione diciamo terroristica, no?, anche se viene vista come un'azione terroristica, un'azione come quella di Bologna, come quella della Uno bianca... come in Sicilia, come quelli che facevano gli attentati nel resto d'Italia».
La Corte rileva come tali indicazioni dimostrino chiaramente che agli esecutori materiali era stato trasmesso un ordine superiore: conferire all'azione criminosa un significato ideologico e destabilizzante capace di superare i confini regionali.
La firma seriale: sparare sempre con la stessa arma
Un secondo pilastro del protocollo stragista calabrese era rappresentato dalla rigorosa serialità operativa. Gli attentati dovevano formare una catena visibile, un'unica traccia di sangue facilmente riconducibile a una regia unitaria.
Per raggiungere lo scopo, Giuseppe Calabrò insistette affinché gli agguati venissero compiuti impiegando inderogabilmente il medesimo arsenale — in particolare una mitraglietta M12 di provenienza clandestina e un fucile calibro 12 a canne mozze. Come spiegato da Villani: «Lui ha risposto che dovevamo fare quelle azioni con la stessa arma, con le stesse armi. Questo era un programma suo... Doveva apparire come un attentato terroristico... bisognava firmare gli agguati».
Questa scelta tecnica trovò piena conferma nella confessione autografa scritta da Calabrò nel carcere di Ferrara (e corretta dal codetenuto Luca Goglino), acquisita agli atti del dibattimento. Nella missiva indirizzata alla Procura Nazionale Antimafia, il killer spiegava espressamente la natura dell'ordine ricevuto: «Dobbiamo fare come la mafia siciliana... spaccare sempre con la stessa arma in modo che le forze dell'ordine capissero che si trattava di un attacco terroristico della 'ndrangheta per indebolire lo Stato».
L'agguato autostradale di Scilla e il tentato scempio dei corpi
La dimostrazione più drammatica di questa strategia si consumò il 18 gennaio 1994 lungo il tratto autostradale compreso tra Bagnara e Scilla. Il commando composto da Calabrò e Villani, a bordo di un'autovettura Opel Astra rubata a Melito Porto Salvo, si mise alla caccia di una pattuglia dell'Arma.
Avvistata la Gazzella su cui viaggiavano gli appuntati Antonino Fava e Giuseppe Garofalo, Calabrò affiancò il mezzo di servizio ordinando al complice di stringere le distanze: «Aspetta un attimo, prepariamo le cose per bene... quando ti affianchi, devi toccare quasi il tuo specchietto con il suo». Sportosi dal finestrino, Calabrò scaricò l'M12 ad altezza d'uomo, uccidendo sul colpo i due militari.
Ma il piano non doveva esaurirsi nell'esecuzione omicidiaria. La direttiva prevedeva di trasformare il delitto in un atto dimostrativo di inaudita ferocia. Riferisce Villani: «Calabrò aveva detto che “dobbiamo essere molto ma molto più spietati”... i Carabinieri, dopo che li abbiamo uccisi, li dovevamo buttare di sotto, li dovevamo prendere dalla macchina e buttarli sotto il guard-rail dell'autostrada».
Solo l'improvviso e inatteso sopraggiungere di un mezzo pesante alle spalle dell'auto dei killer impedì la consumazione del secondo segmento del piano, costringendo i due a una rapida fuga.
La telefonata dal rione Modena e la lettera anonima di Polistena
Subito dopo la carneficina di Scilla, scattò la fase della rivendicazione mediatica. Calabrò accompagnò Villani a una cabina telefonica pubblica situata nel rione Modena di Reggio Calabria, nei pressi dell'istituto "Galileo Ferraris", fornendogli il numero di telefono da contattare e le parole esatte da pronunciare.
In adempimento agli ordini ricevuti, Villani effettuò personalmente la chiamata indicando la matrice dell'agguato "tipo Falange Armata".
L'efficacia comunicativa della sigla trova un secondo riscontro oggettivo negli atti processuali: la missiva anonima giunta il 4 febbraio 1994 presso la Stazione Carabinieri di Polistena. Il testo, recante a margine la firma "Falange Armata", preannunciava nuovi attacchi alle forze dell'ordine e confermava la direzione unitaria della campagna eversiva.
A riprova di come la sigla rispondesse a una direttiva calata dall'alto dai vertici di Cosa Nostra, la sentenza reggina richiama anche le convergenze dichiarative di collaboratori di giustizia dell'area catanese, quali Malvagna, Avola e Pulvirenti. Quest'ultimo riferì che, durante il summit di Enna in cui Totò Riina decise la prosecuzione della strategia stragista, il capo dei Corleonesi «ordinò che le azioni da commettere per “fare la guerra” avrebbero dovuto essere "firmate” con la sigla “Falange Armata”».
La Falange Armata, uno schermo politico per ricattare lo Stato
Analizzando la catena degli agguati — dal tentato omicidio Pasqua-Ricciardo a Saracinello (dicembre 1993), alla strage Fava-Garofalo a Scilla (gennaio 1994), fino al ferimento dei militari Musicò e Serra a Ravagnese (febbraio 1994) — la Corte d'Assise d'Appello conclude che la Falange Armata fu il veicolo comunicativo prescelto per due scopi simultanei: amplificare la portata del ricatto, cioè trasformare il sangue dei Carabinieri in una minaccia diretta alle istituzioni romane per imporre la revisione dell'articolo 41-bis e del regime sui pentiti; schermare le matrici reali, vale a dire nascondere la diretta responsabilità delle cosche calabresi ed evitare reazioni investigative devastanti sul territorio reggino, facendo credere all'opinione pubblica che a sparare fosse un'organizzazione eversiva parastatale o terroristica autonoma.
Inganno svelato dalla sentenza che ha ricondotto la Falange Armata alla sua vera natura: la maschera di ferro indossata dalla mafia per fare la guerra allo Stato.


