Per anni gli investigatori hanno avuto un nome, ma pochissime immagini aggiornate da associargli. Le informazioni sulla voce erano scarse e la fisionomia era diventata incerta con il passare del tempo. Fisnik Smajlaj compariva nelle inchieste, nelle informative e nelle sentenze, ma quasi mai davanti ai giudici e agli investigatori che lo cercavano.

È da qui che nasce il paragone con Keyser Söze, l’imprendibile personaggio cinematografico de I soliti sospetti: una presenza capace di condizionare gli eventi pur rimanendo fuori dall’inquadratura. Nel caso di Smajlaj, però, non c’è finzione. Ci sono una condanna definitiva, una pena complessiva di 27 anni e sei mesi, un mandato d’arresto europeo e un nuovo procedimento della Dda di Catanzaro per narcotraffico.

La lunga latitanza è terminata. Il cittadino albanese è rientrato in Italia sotto la scorta dell’Unità I-CAN, acronimo di Interpol Cooperation Against ’Ndrangheta, appartenente al Servizio per la cooperazione internazionale di polizia. Il trasferimento è avvenuto nell’ambito della procedura di estradizione seguita alla misura cautelare ottenuta dalla Procura di Catanzaro. Il rientro è stato reso noto il 26 agosto.

L’aneddoto dell’arresto a Bari

Negli ambienti investigativi viene tramandato da tempo un episodio che contribuisce a spiegare la fama costruita intorno a Smajlaj. Molti anni fa sarebbe stato arrestato a Bari, ma chi lo aveva fermato non avrebbe compreso immediatamente di avere davanti proprio il broker ricercato in numerose indagini sul traffico di droga.

Le fotografie scattate in quella circostanza sarebbero rimaste tra le pochissime immagini nitide del suo volto a disposizione degli investigatori. Secondo il racconto delle fonti, Smajlaj riuscì poi a sottrarsi nuovamente alle ricerche. Per molto tempo quello sarebbe rimasto l’unico momento nel quale gli apparati investigativi italiani erano riusciti ad averlo fisicamente davanti.

La documentazione ufficiale certifica un arresto avvenuto nel 2006 per reati legati agli stupefacenti e la successiva espulsione dall’Italia nel 2008. 

Dopo Smajlaj avrebbe continuato a coordinare dall’estero le consegne di sostanze stupefacenti. La distanza gli avrebbe consentito di limitare l’esposizione personale e di operare attraverso una rete di contatti distribuita in più Paesi. Le fonti lo descrivono come un intermediario con entrature estese e disponibilità finanziarie elevate, capace di dialogare con gruppi criminali differenti senza legarsi stabilmente a un solo territorio.

Un fantasma senza volto e senza impronte

L’aspetto più sorprendente della sua strategia di sottrazione all’identificazione emerge nel corso delle ricerche internazionali. Nel 2021 Smajlaj si sarebbe sottoposto a un intervento chirurgico per alterare e invertire le impronte digitali, con l’obiettivo di eludere i sistemi biometrici.

Il particolare, riportato nella ricostruzione investigativa diffusa dopo l’estradizione, restituisce la complessità della caccia al latitante. Alle fotografie datate e alle informazioni limitate sulla sua fisionomia si era aggiunta la manipolazione di uno dei principali strumenti utilizzati per accertare l’identità di una persona.

Il suo profilo rimaneva così sospeso tra le risultanze dei procedimenti e l’assenza fisica dell’indagato. Il nome ricorreva nelle investigazioni, mentre volto, voce e spostamenti restavano difficili da ricostruire. Un metodo che gli avrebbe permesso di attraversare per anni ambienti e Paesi diversi, continuando secondo gli inquirenti a mantenere rapporti con il narcotraffico internazionale.

L’accusa sui trenta chili di eroina

L’ultimo procedimento nel quale compare Smajlaj è l’inchiesta “Gentleman II”. Il 2 maggio 2023 il gip del Tribunale di Catanzaro aveva disposto misure cautelari nei confronti di 25 persone: 19 custodie in carcere, quattro arresti domiciliari e due obblighi di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria. Contestualmente era stato ordinato il sequestro preventivo di beni per circa 3,8 milioni di euro.

Secondo l’impostazione della Dda di Catanzaro, l’indagine avrebbe delineato l’operatività di un’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, con una base nel Cosentino tra Cassano allo Ionio, Corigliano Rossano e la Sibaritide e ramificazioni in Germania. Il gruppo avrebbe organizzato importazioni di cocaina, eroina e hashish.

In questo quadro Smajlaj è accusato, ai sensi degli articoli 73 e 74 del Testo unico sugli stupefacenti, di aver svolto il ruolo di fornitore di oltre trenta chili di eroina destinati alla cosca Abbruzzese di Cassano allo Ionio. Quando gli investigatori tentarono di eseguire la misura cautelare, l’indagato risultava “uccel di bosco”. Le ricerche furono quindi estese in ambito internazionale fino all’emissione del mandato d’arresto europeo.

Una caccia coordinata in Europa

L’indagine è stata condotta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria-Gico di Catanzaro insieme allo Scico della Guardia di Finanza. Dal 2020 le attività sono confluite in una squadra investigativa comune costituita con il Polizeipräsidium di Francoforte sul Meno e con la Polizia giudiziaria federale di Liegi.

Alle investigazioni hanno contribuito anche la Direzione centrale per i servizi antidroga ed Europol, sotto il coordinamento delle autorità giudiziarie interessate e di Eurojust, con il coinvolgimento dei membri nazionali italiano, tedesco e belga. Una struttura internazionale resa necessaria dalla capacità attribuita all’organizzazione di spostare droga, denaro e contatti attraverso più Stati.

L’Unità I-CAN ha infine curato il trasferimento di Smajlaj in Italia. Il programma di cooperazione internazionale è stato creato per rendere più efficace la localizzazione dei latitanti e colpire le proiezioni all’estero delle organizzazioni di ’ndrangheta.

Da “Skoder” a “Gentleman”

Il nome di Smajlaj compare nelle indagini della Dda di Catanzaro fin dai primi anni Duemila. Gli inquirenti lo hanno inquadrato come un broker capace di rifornire organizzazioni criminali siciliane e calabresi, gestendo i passaggi tra i canali internazionali di approvvigionamento e i gruppi incaricati della distribuzione.

Nell’operazione “Skoder” era stato indicato come intermediario della famiglia Magliari di Altomonte. Nel procedimento “Gentleman” era invece emerso il rapporto con il clan degli Abbruzzese della frazione di Lauropoli. 

Il 12 gennaio 2023 infine la Corte d’appello di Catanzaro ha emesso nei suoi confronti un provvedimento di esecuzione di pene concorrenti, determinando in 27 anni e sei mesi di reclusione la pena complessiva da scontare.

Il “fantasma” evocato per anni nelle carte giudiziarie si trova ora in Italia.