Nelle pagine dell’ordinanza, il gip indica la donna, uccisa in un agguato il 23 ottobre, come «partecipe dell’associazione»: riscuoteva il denaro per il capo clan, faceva da tramite con gli affiliati e avrebbe beneficiato di un’assunzione fittizia nell’azienda di un imprenditore estorto
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Quando si trovava in carcere il boss Damiano Pepe era stato chiaro al colloquio con i propri interlocutori: la sua convivente Silvana Sibarelli era la persona alla quale consegnare il denaro.
Lo scorso 23 ottobre – appena cinque giorni prima che l’operazione Ginestra della Dda di Catanzaro scattasse contro le cosche della Sibaritide – un agguato di mafia ha stroncato la vita di Silvana Sibarelli, 60 anni, e ferito gravemente Damiano Pepe, 64 anni. Inizialmente si è ipotizzato che la morte della donne fosse un effetto collaterale del piano di uccidere Pepe. Oggi lo scenario cambia perché cambia, alla luce dell’inchiesta, il peso specifico della donna nelle dinamiche criminali della Sibaritide. Secondo la ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, accolta dal gip, Silvana Sibarelli non sarebbe stata una figura marginale, legata al boss soltanto da un rapporto sentimentale, ma avrebbe avuto un ruolo operativo all’interno dell’organizzazione, tanto da essere raggiunta da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per partecipazione all’associazione mafiosa.
Il gip: «Partecipe dell’associazione»
Nell’ordinanza, il gip la definisce espressamente «partecipe dell’associazione» e ricostruisce le funzioni che avrebbe svolto anche durante i periodi di detenzione del compagno. A lei sarebbe stato affidato il compito di ricevere il denaro destinato al mantenimento di Pepe, un passaggio che, secondo il giudice, dimostrerebbe come il legame tra il boss e la consorteria criminale fosse rimasto saldo anche quando lui si trovava in carcere. Ma il suo ruolo, stando agli elementi raccolti dagli investigatori, non si sarebbe esaurito nella gestione delle risorse destinate alla famiglia: Sibarelli avrebbe amministrato il denaro della cosca, occupandosi della riscossione delle somme e dei rapporti con gli affiliati.
Un ruolo di raccordo che sarebbe diventato ancora più importante per le esigenze di riservatezza del compagno. Per evitare di esporsi ai controlli della polizia giudiziaria, Pepe avrebbe infatti evitato di utilizzare il proprio telefono personale, affidandosi al cellulare della donna per comunicare con gli altri componenti del gruppo, trasmettere messaggi e organizzare incontri. Il gip sottolinea che Sibarelli avrebbe fatto da tramite tra Pepe e le diverse articolazioni dell’organizzazione, venendo informata delle vicende interne alla vita associativa. Anche l’abitazione della coppia, in contrada Lattughelle, a Cassano all’Ionio, avrebbe avuto una funzione strategica: sarebbe stata utilizzata come base logistica riservata, protetta da un sistema di videosorveglianza.
«I soldi li devi portare a Silvana»
A restituire il peso della donna nei rapporti interni al gruppo sono anche alcune intercettazioni ambientali citate nell’ordinanza. In una conversazione registrata mentre Pepe era detenuto, alcuni sodali della cosca avrebbero sollecitato un debitore a rispettare le disposizioni del capo, indicando con chiarezza a chi consegnare il denaro: «Ha detto compà Damiano... che li devi portare alla moglie... li devi portare a Silvana e basta!». Poco dopo, sarebbe stata la stessa Sibarelli a intervenire direttamente per pretendere il pagamento: «E me li devi portare a me!». Parole che, nella lettura degli inquirenti, mostrerebbero come la donna fosse un punto di riferimento per la gestione delle entrate del gruppo e per l’esecuzione delle disposizioni impartite dal compagno.
Il lavoro fittizio dall’imprenditore estorto
Nell’inchiesta, inoltre, viene ricostruito il presunto ricorso a un canale di sostentamento economico mascherato da un rapporto di lavoro. Tra il 2018 e il 2022, Sibarelli avrebbe dichiarato redditi da lavoro dipendente presso un’azienda agricola riconducibile a un imprenditore che, secondo l’accusa, sarebbe stato vittima di estorsione. Gli accertamenti patrimoniali e i servizi di osservazione avrebbero però fatto emergere, secondo gli investigatori, assunzioni prive di effettive prestazioni lavorative. Il rapporto sarebbe servito, dunque, a garantire alla donna un salario, assicurando alla famiglia di Pepe un’entrata apparentemente legittima.
Sulla base degli elementi raccolti, il gip aveva disposto nei confronti di Sibarelli la custodia cautelare in carcere, ritenendo sussistenti i gravi indizi di partecipazione all’associazione mafiosa. La vicenda giudiziaria si è tragicamente interrotta con l’agguato del 23 ottobre, nel quale è stata uccisa mentre Pepe è rimasto gravemente ferito. Una morte che riporta drammaticamente in primo piano la faida che attraversa la Sibaritide e gli interessi criminali che, secondo le indagini, si muovono attorno al controllo del territorio.



