Tra gli omicidi di Giuseppe Scorza e Silvana Sibarelli e il maxi blitz della Dda, a Cassano torna la paura. Il teatro gremito per l’assemblea voluta da sindaco e vescovo, oggi il vertice in Prefettura
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L’operazione scattata all’alba di ieri, insieme all’agguato di contrada Lattughelle della notte tra venerdì e sabato, riaccende i fari sugli scenari di ‘ndrangheta nel territorio della Sibaritide. Tra Cassano allo Ionio, Sibari e Corigliano Rossano torna una paura che molti pensavano di essersi lasciati alle spalle. Venerdì notte una donna è stata uccisa davanti al cancello di casa, Ieri i carabinieri hanno bussato a decine di porte per eseguire 41 misure cautelari. Le accuse contestate a vario titolo comprendono associazione mafiosa, omicidio, armi ed estorsione, oltre al patto elettorale politico mafioso, che porta l’inchiesta dentro la politica locale. Per tutti gli indagati vale la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.
L’operazione arriva mentre Cassano piange ancora Silvana Sibarelli, 60 anni, madre di due figli, uccisa nella notte tra il 23 e il 24 ottobre in un agguato che aveva come bersaglio il compagno Damiano Pepe (arrestato ieri; lo sarebbe stata anche la donna se non fosse stata uccisa). La donna forse non era l’obiettivo dei killer. Nella Sibaritide è già successo, ricordano gli investigatori, e i commando non si sono mai fermati davanti a chi si trovava accanto alla persona da colpire. La stessa sensazione si era avvertita a fine agosto. Il 28, alle 5.38, due killer arrivati in moto hanno ucciso Giuseppe Scorza, 36 anni, nell’ufficio di un’impresa di manutenzione del verde in una traversa di via Fiume, a Lauropoli, poco prima che iniziasse a lavorare. Della moto usata per la fuga non c’è traccia, e anche gli autori dell’agguato di Lattughelle non hanno ancora un nome.
Delitti che restano senza colpevoli si sommano ad altri delitti. Dal giugno 2018 all’omicidio Scorza nella Sibaritide si erano contati nove episodi omicidiari con undici vittime, due scomparse che gli investigatori considerano casi di lupara bianca e tre agguati falliti. Uno di questi risale al 24 ottobre 2025, nelle campagne di Cassano, un anno esatto prima di Lattughelle. Lo scontro tra le cosche del territorio va avanti da anni a strappi, con lunghe pause e ripartenze improvvise, e tra i cittadini cresce il timore che la calma non ci sia mai stata davvero e che la brace sia rimasta accesa sotto la cenere. Senza dimenticare che il territorio sibarita, oltre a essere una ricchezza in agricoltura, è anche oggetto di appalti importanti.
Cassano ha deciso di non tacere. Il giorno dopo l’agguato il sindaco Gianpaolo Iacobini ha parlato di un attacco che «per modalità e ferocia, restituisce ben evidente e riconoscibile la firma della ‘ndrangheta», e ha chiesto di nuovo allo Stato una presenza più visibile, come aveva già fatto dopo l’omicidio di agosto. Con il vescovo di Cassano, monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Cei, ha poi convocato per lunedì pomeriggio un’assemblea pubblica al Teatro comunale, aperta a cittadini, associazioni, sindacati e forze sociali, con lo slogan «Giù le mani dalla città». Lunedì il teatro era pieno, in sala c’erano molti giovani, i sindaci del comprensorio, rappresentanti delle forze dell’ordine, delle scuole e delle società sportive. «Questa non è l’ora di chi si rifugia nella rassegnazione e nel silenzio» ha detto Iacobini in apertura con il sindaco ha annunciato la riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica in Prefettura a Cosenza per domani mattina.
Sulla rassegnazione è tornato anche il vescovo. Savino ha messo in guardia dall’impotenza, cioè dalla convinzione che contro la ‘ndrangheta non ci sia niente da fare, e poi dall’indifferenza e dalla retorica: «Cassano allo Ionio non è la ‘ndrangheta» ha detto, ammettendo che sul territorio esiste un potere mafioso radicato ma rifiutando che rappresenti l’intera comunità. «Questa è l’ora di reagire – conclude il vescovo – questa è l’ora del coraggio» ha aggiunto.

