Prima Sibari, poi Corigliano, quindi Cassano all’Ionio. Nella storia della ’ndrangheta della Calabria settentrionale, il centro del potere si sposta insieme alle guerre, agli arresti e alle alleanze. Rossano attraversa questa evoluzione con una propria articolazione criminale, fino all’affermazione della cosca guidata da Nicola Acri. Sullo sfondo, e spesso dentro le decisioni più importanti, ricorre il ruolo di Cirò.

È una storia che si sviluppa nell’arco di decenni e che l’ordinanza del blitz antimafia nella Sibaritide ripercorre attraverso sentenze, precedenti indagini e dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Una ricostruzione storico-giudiziaria che distingue gli assetti accertati nei processi dalle contestazioni più recenti, ancora sottoposte alla verifica delle responsabilità individuali.

"Locali” e relazioni

Le organizzazioni hanno una propria base locale, ma mantengono relazioni, riconoscono autorità esterne e modificano gli equilibri quando un capo viene arrestato o una famiglia perde la capacità di imporsi. Anche la posizione di una struttura può cambiare: un “locale”, articolazione dotata di un’organizzazione più ampia, può essere ridimensionato a ’ndrina sottoposta a un altro centro di comando.

Sibari e l’arrivo di “don Peppe” Cirillo

Il punto di partenza individuato nel provvedimento è la Sibari degli anni Ottanta. Qui si trasferisce Giuseppe Cirillo, detto “don Peppe”, imprenditore originario del Salernitano, al quale viene attribuita la costituzione del primo locale della Calabria mediana e settentrionale, organizzato secondo il modello delle cosche reggine.

L’iniziativa avrebbe ottenuto il beneplacito dei cirotani. Intorno a Cirillo si raccolgono le articolazioni del circondario, comprese quelle di Corigliano, Rossano e Cassano all’Ionio. Il locale di Sibari diventa così il riferimento di un’area nella quale operano gruppi differenti, tenuti insieme da rapporti gerarchici e interessi comuni.

Tra gli esponenti destinati a modificare quell’assetto emerge Santo Carelli, alla guida del gruppo coriglianese. Alla fine degli anni Ottanta entra in contrasto con Cirillo: la contesa assume carattere armato e conduce al trasferimento del baricentro criminale verso Corigliano.

Sibari perde il rango di locale e viene ricondotta alla posizione di ’ndrina. Il cambiamento non riguarda soltanto la geografia del comando: segna il passaggio dall’egemonia del fondatore a quella di un nuovo capo, riconosciuto anche dalle altre organizzazioni calabresi.

Questa fase costituisce uno dei nuclei della ricostruzione giudiziaria sviluppata nell’inchiesta “Galassia”, che esamina le vicende maturate tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Novanta.

Carelli e il trasferimento del potere a Corigliano

L’ascesa di Carelli viene accompagnata dall’eliminazione di uomini rimasti vicini allo schieramento rivale. Nella ricostruzione richiamata dall’ordinanza, l’affermazione del locale di Corigliano passa anche attraverso la rinnovazione delle affiliazioni: nelle “copiate”, i riferimenti gerarchici dell’organizzazione, il nome di Carelli sostituisce quello di Cirillo, nel frattempo diventato collaboratore di giustizia.

Per rafforzarsi, Carelli stringe rapporti con la famiglia Abbruzzese, trasferitasi nel territorio cassanese e indicata negli atti anche come il gruppo di Lauropoli. Le sue ramificazioni rimandano a Cosenza, dove già negli anni Ottanta alcuni esponenti della famiglia si erano avvicinati alla cosca di Franco Pino.

Si intrecciano così percorsi destinati a incidere a lungo sugli equilibri della Sibaritide: il potere coriglianese, l’insediamento degli Abbruzzese a Cassano e le relazioni con la criminalità cosentina.

Carelli viene arrestato il 17 febbraio 1993 e successivamente condannato all’ergastolo. Morirà nel gennaio 2016. La sua detenzione apre una fase di contrasti per la reggenza, nella quale si afferma Pietro Marinaro rispetto a Vincenzo Fabbricatore. Quest’ultimo diventa bersaglio di più tentativi di omicidio; nel 1997 viene ucciso Vincenzo Viteritti, indicato come uno dei suoi più stretti sodali.

Le dinamiche successive all’arresto di Carelli, fino al 1998, vengono ricostruite in una sentenza irrevocabile della Corte d’Assise di Cosenza richiamata nel provvedimento.

La prima ’ndrina rossanese e l’uscita di scena di Tripodoro

Rossano partecipa fin dall’inizio a questo sistema di rapporti. La ricostruzione giudiziaria individua una ’ndrina guidata da Pasquale Tripodoro, inizialmente inserita nel più ampio locale di Sibari e poi aderente alla struttura coriglianese di Carelli.

Il provvedimento cautelare firmato dal gip distrettuale Fabiana Giacchetti richiama la condanna di Tripodoro e Salvatore Morfò pronunciata dalla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro nel giugno 2005 e confermata in Cassazione, relativa a quella fase storica. È un precedente distinto dagli esiti di procedimenti successivi.

Tripodoro, arrestato nel 1994, sceglie di collaborare con la giustizia. La sua uscita dalla scena criminale, insieme alla detenzione di altri esponenti, contribuisce a modificare gli equilibri rossanesi.

Il passaggio verso una nuova leadership si inserisce però in una trasformazione più ampia. Alla fine degli anni Novanta, l’azione giudiziaria colpisce duramente anche Corigliano e apre spazi all’affermazione dei gruppi cassanesi.

Gli arresti e l’ascesa di Cassano

Le operazioni “Set Up” e “Big Fire”, alimentate anche dalle dichiarazioni dei collaboratori, incidono sui vertici coriglianesi. Le indagini confluiscono in un procedimento concluso con una sentenza del dicembre 2005, indicata come definitiva, e documentano la continuità dell’organizzazione fino al periodo esaminato.

Secondo la sintesi contenuta nella premessa investigativa dell’ordinanza, arresti e condanne ne determinano un forte ridimensionamento: Corigliano viene ricondotta al rango di ’ndrina sottoposta all’emergente locale di Cassano, con il riconoscimento del Crimine cirotano.

Sono gli anni dell’affermazione degli Abbruzzese e dei Forastefano, famiglie che tra il 1999 e il 2004 si contendono il controllo delle attività illecite nella piana di Sibari.

Alla guida degli Abbruzzese emerge Francesco Abbruzzese, detto Franco e soprannominato “Dentuzzo”. Tra i suoi uomini di fiducia viene indicato Nicola Acri, destinato ad assumere la guida del gruppo rossanese.

Il rapporto tra Abbruzzese e Damiano Pepe, proveniente dall’area criminale coriglianese legata a Carelli, costituisce uno degli assi del nuovo potere. Dopo l’arresto di Pepe nel 1998, per l’omicidio di Luigi Lanzillotta per il quale verrà condannato, l’espansione di Abbruzzese si sviluppa attraverso il narcotraffico e una successione di delitti.

Il 1999 e la sequenza degli omicidi

La ricostruzione descrive il 1999 come un anno decisivo. Il 6 gennaio, a Lauropoli, vengono uccisi Biagio Nucerito e Giuseppe Cristaldi. Quest’ultimo viene ricondotto al precedente gruppo Portoraro-Faillace e al tentativo di organizzare autonomamente il traffico di stupefacenti.

A giugno si verifica il tentato omicidio di Antonello Esposito; il primo luglio viene assassinato Giovanbattista Atene, anch’egli indicato come vicino al vecchio schieramento. Il 15 luglio viene ucciso Giuseppe Romeo e il 27 luglio, a Marina di Sibari, cade Antonio Forastefano, detto “u zoppu”.

L’ordinanza inserisce questi episodi in una strategia di eliminazione degli avversari e di imposizione dell’egemonia del gruppo, cosa che avverrebbe anche oggi alla luce degli ultimi assassini di mafia. Negli anni successivi richiama anche gli omicidi di Antonio Viola, Francesco Cosentino e Vincenzo Bloise.

Per gli omicidi Atene e Forastefano e il tentato omicidio Esposito viene ricordato il processo “Arberia”, nel quale a Francesco Abbruzzese vengono inflitti due ergastoli. Altri delitti e vicende associative sono affrontati nei procedimenti “Lauro” e “Sibarys”, richiamati per la ricostruzione del gruppo e del locale cassanese.

La violenza riguarda anche l’interno delle organizzazioni. L’esito cautelare di “primo grado” menziona le uccisioni di Giovanni Russo e Salvatore Di Cicco. Per quest’ultimo delitto ricorda le misure cautelari eseguite nell’ottobre 2023 sulla base anche dei contributi di Acri e Ciro Nigro: un passaggio investigativo che va distinto dagli accertamenti definitivi relativi ad altri episodi.

Il doppio omicidio del 2002 e la risposta dei Forastefano

Dopo l’arresto di Franco Abbruzzese alla fine del 2000, la continuità della guida viene attribuita a Edoardo Pepe e Fioravante Abbruzzese, detto Fiore, fratelli minori dei due principali riferimenti detenuti.

Il 3 ottobre 2002 entrambi vengono uccisi. Per la ricostruzione riportata negli atti, l’agguato segna l’avvio di una nuova fase favorevole ai Forastefano. Antonio Forastefano, detto “Tonino u diavolo”, diventato successivamente collaboratore di giustizia (ma poi estromesso dal programma di protezione in quanto le sue dichiarazioni nel complesso non sarebbero state ritenute credibili agli occhi di magistrati e giudici), confesserà il proprio coinvolgimento nell’organizzazione ed esecuzione del duplice omicidio.

Nel giugno 2003 viene assassinato Nicola Abbruzzese, indicato come il successore alla guida del locale. Nel febbraio 2004, a Doria, viene ucciso Antonio Bevilacqua.

Il conflitto modifica anche i rapporti con Corigliano. Dopo la scarcerazione del 2006, Antonio Bruno, detto “giravite”, si avvicina ai Forastefano, dai quali avrebbe ricevuto stupefacente attraverso un’intesa maturata con intermediari e con il beneplacito di riferimenti cirotani.

L’espansione dei Forastefano subisce un duro colpo nel luglio 2007 con l’operazione “Omnia”, seguita da condanne e da collaborazioni con la giustizia di esponenti del gruppo. 

La guardiania: il controllo degli agrumeti e delle seconde case

Le vicende giudiziarie successive descrivono una criminalità che, accanto alla droga e agli omicidi, costruisce il proprio potere attraverso il controllo delle attività economiche.

L’operazione “Korinan”, eseguita nel 2009, indaga sulla guardiania, sulle estorsioni, sull’usura e sulle slot machine. Nella ricostruzione investigativa di quella fase il gruppo coriglianese viene indicato come retto da Giorgio Semeraro, con responsabili delle diverse zone e attività.

Uno dei settori più redditizi è quello dei “giardini”, gli agrumeti della piana. La guardiania imposta trasforma la protezione in una richiesta estorsiva: il proprietario paga un uomo scelto dal gruppo per evitare furti e danneggiamenti.

I collaboratori descrivono il meccanismo intimidatorio che sostiene il sistema. Il taglio delle piante o il furto degli strumenti per l’irrigazione mostrano agli imprenditori agricoli quali danni possa provocare il rifiuto. Il guardiano raccoglie il denaro, ne trattiene una parte e versa il resto nella cassa comune, la “bacinella”.

Una logica analoga viene descritta per le seconde case. Il pagamento periodico viene imposto come condizione per evitare intrusioni e danneggiamenti. Il potere del gruppo si manifesta così nella capacità di provocare il rischio dal quale pretende poi di proteggere.

Da Corigliano a Milano: gli affari ricostruiti in “Santa Tecla”

Il 21 luglio 2010 viene eseguita l’operazione “Santa Tecla”, dal nome della strada nei pressi del Duomo di Milano dove, secondo gli investigatori, si svolgevano incontri per definire accordi e strategie sul traffico di stupefacenti tra Lombardia e Calabria.

L’indagine porta all’arresto di 67 persone e descrive un’organizzazione che avrebbe esteso i propri interessi al narcotraffico, all’usura, alla sicurezza nei locali notturni, alle estorsioni e all’imposizione di imprese per i lavori edili. Nella ricostruzione di quella fase vengono indicati come riferimenti Maurizio Barilari e Pietro Salvatore Mollo.

Il dato storico che emerge è l’ampiezza delle relazioni economiche e territoriali: la base rimane nella Sibaritide, mentre approvvigionamenti, incontri e affari si sviluppano anche fuori dalla Calabria. Le contestazioni e gli esiti individuali di ciascun procedimento restano distinti da questo quadro generale.

Il controllo delle nuove leve

Un ulteriore capitolo riguarda le violenze registrate dal 2012 contro soggetti accusati, negli ambienti criminali, di commettere furti e altri reati senza autorizzazione. Chi agisce autonomamente sottrae risorse e mette in discussione il comando.

In quella fase la ricostruzione individua Filippo Solimando al vertice del gruppo coriglianese, affiancato da uomini con competenze territoriali e operative. Le aggressioni assumono quindi, nella lettura investigativa, una funzione disciplinare: riaffermare chi può decidere e chi deve obbedire.

Rossano, da “Ombra” all’accertamento della cosca Acri

Sul versante rossanese, il procedimento “Ombra” ricostruisce un’associazione dedita al traffico di cocaina nel centro storico e nei comuni vicini. Le condanne richiamate nel provvedimento diventano definitive nel maggio 2010.

Il passaggio successivo è l’operazione “Stop”, con le misure cautelari eseguite il 19 giugno 2013. L’accusa riguarda, tra gli altri reati, un’associazione mafiosa operante a Rossano e nei territori limitrofi.

Il lungo percorso processuale, sviluppato tra rito abbreviato e ordinario, conduce all’accertamento definitivo dell’esistenza della cosca Acri. Tra i ruoli riconosciuti per i periodi esaminati figurano Nicola Acri come dirigente, Gennarino Acri, Salvatore Galluzzi e Francesco Sommario come organizzatori.

La storia del processo comprende però anche riforme, annullamenti e assoluzioni. Nel troncone ordinario diversi imputati vengono assolti dalla contestazione associativa, in appello o nei successivi giudizi di rinvio.

Cirò, il riferimento che attraversa i decenni

Per comprendere i rapporti tra Sibari, Corigliano, Cassano e Rossano, il provvedimento torna infine alla storia di Cirò. Le sentenze richiamate ricostruiscono un’organizzazione già attiva negli anni Settanta, inizialmente guidata da Giovanni Santoro.

Il suo assassinio, il 30 agosto 1977, apre la strada all’affermazione del gruppo di Nicodemo Aloe e Giuseppe Farao. La ricostruzione collega il cambiamento anche ai riconoscimenti provenienti dagli ambienti della ’ndrangheta reggina.

Durante l’assenza di Farao, trasferitosi in Germania, Aloe (secondo la Dda di Catanzaro) consolida la propria posizione e sviluppa un’organizzazione capace di diversificare gli interessi, puntando anche al controllo delle attività imprenditoriali. I rapporti con altre cosche e con il gruppo di Cirillo a Sibari accompagnano la ricerca di maggiore autonomia.

Gli equilibri interni si rompono nuovamente. Il 10 gennaio 1987 Aloe viene assassinato. Per gli inquirenti si afferma la guida di Giuseppe Farao, Silvio Farao e Cataldo Marincola, secondo i ruoli ricostruiti nelle varie sentenze.

Il peso di Cirò sull’alto Ionio cosentino viene richiamato anche attraverso il procedimento “Bellerofonte”, la cui decisione diventa irrevocabile nel 2011.