Le 1.260 pagine con cui il gup Valeria Rey ha motivato le 18 condanne inflitte lo scorso 6 maggio nell’ambito del processo celebrato con rito abbreviato restituiscono la fotografia di una presenza della ‘ndrangheta radicata nel Bresciano. Centosette anni complessivi di pena, sei condanne per associazione a delinquere di stampo mafioso e una ricostruzione che parte da Flero e arriva a Castel Mella, passando per rapporti con imprenditori, politici, professionisti e altri esponenti della criminalità organizzata.

Al centro c’è la famiglia Tripodi, con Stefano, morto prima dell’avvio del processo, e il figlio Francesco. Per il giudice, il gruppo avrebbe mantenuto un legame con la cosca Alvaro-Violi di Sinopoli, nel Reggino, pur sviluppando nel territorio bresciano una propria autonomia. È e il Corriere della Sera a raccontare le motivazioni della sentenza. 

«La cosca Tripodi costituisce un ibrido tra una cellula delocalizzata della cosca Alvaro-Violi e una formazione di nuova costituzione. Risulta che il sodalizio costituito e capeggiato dai Tripodi manteneva uno stretto legame con la cosca egemone nel territorio di provenienza, ma godeva anche di autonomia decisionale e aveva saputo imporsi nel territorio bresciano, infiltrandosi nella società civile e divenendo un punto di riferimento sia per la comunità criminale locale che per quella organizzata operante in Lombardia e Veneto».

La base a Flero e il controllo del territorio

Secondo la ricostruzione contenuta nelle motivazioni, una delle basi operative del gruppo era una carrozzeria di Flero. Ma l'attività del sodalizio avrebbe interessato anche Castel Mella e altri territori della provincia di Brescia.

Per il gup non si sarebbe trattato di una semplice aggregazione criminale. «L’associazione a delinquere di tipo mafioso si ritiene sussistente e reale», si legge nelle motivazioni.

A sostenere la capacità intimidatoria del gruppo, secondo la sentenza, sarebbero state anche le armi. «Le armi venivano utilizzate per azioni intimidatorie».

Le estorsioni avrebbero avuto una funzione centrale nel consolidamento del potere del clan. «Le condotte estorsive rafforzavano la forza intimidatrice del sodalizio, mentre l’usura, i riciclaggi, le ricettazioni di veicoli e i reati fiscali costituiscono i core business dello stesso».

Il quadro ricostruito dal giudice è dunque quello di un'organizzazione capace di muoversi su più livelli: dalla pressione sulle vittime alle attività economiche, fino alla gestione di rapporti e relazioni utili a consolidare la propria presenza.

Le intercettazioni e le minacce

Una parte significativa delle motivazioni è dedicata alle intercettazioni raccolte durante l'inchiesta. Le conversazioni restituiscono un linguaggio violento, con minacce rivolte a chi non avrebbe rispettato gli accordi o avrebbe accumulato debiti.

«L’ho picchiato», «l’ho acchiappato per affogarlo, è scappato sopra», «non mi fido di lui, devo andare ad ammazzarlo là».

In un'altra conversazione emerge una minaccia particolarmente pesante: «con il ragno la voglio schiacciata (l’auto, ndr)e metto pure lui nel cassone...voglio sapere dove abitano questi qua (...) mamma mia mi è arrivata una rabbia, li ammazzo veramente li ammazzo!».

E ancora, parlando dei debiti: «adesso i debiti si sono fatti tanti.. dovete impegnarvi però, perché se manca un mese, poi divento cattivo, voi non mi avete visto cattivo».

Il tono, secondo il giudice, sarebbe stato coerente con una capacità concreta di intimidazione. In un'altra intercettazione si legge: «Se mi ha fregato, io vado con un bidone di benzina e lo brucio vivo davanti a tutti. Se stavolta sgarra lo faccio tenere, gli faccio buttare un bidone e mezzo addosso e lo brucio. Mi sono scocciato».

Stefano Tripodi, inoltre, avrebbe detto: «quando mi arrabbio divento pericoloso».

Dall'altra parte, secondo la ricostruzione giudiziaria, ci sarebbero state persone intimorite dalla reputazione del gruppo: «Non voglio finire morto».

«Lungi dall’essere una millanteria»

Il ruolo di Stefano Tripodi viene indicato nelle motivazioni come centrale. Ma, per il gup, la forza del sodalizio non sarebbe dipesa esclusivamente dalla sua presenza.

«Lungi dall’essere una millanteria, la sua, quando si atteggiava a fare il “boss”, il sodalizio era percepito nella sua forza intimidatrice anche senza di lui».

Il figlio Francesco viene invece descritto come uno «stretto collaboratore», in grado anche di sostituire il padre.

Il gruppo, secondo la sentenza, avrebbe utilizzato sia minacce dirette sia la reputazione acquisita dalla ‘ndrangheta nel territorio.

«I Tripodi si sono serviti di forme di intimidazione palese in alcuni contesti, mentre in altri si sono limitati a sfruttare la fama ormai raggiunta dalla ‘ndrangheta. Tra le attività gestite dalla famiglia vi era quella di “recupero crediti” per conto di terze persone con modalità intimidatorie».

L’omertà come strumento di potere

Nella ricostruzione del giudice, la capacità di intimidazione non avrebbe riguardato soltanto le vittime direttamente coinvolte nelle attività criminali. Il gruppo avrebbe potuto contare anche su un sistema di relazioni e su un clima di omertà.

I Tripodi, si legge nelle motivazioni, sarebbero stati gerarchicamente «superiori» rispetto ad altre figure ritenute vicine alla criminalità organizzata presenti a Brescia.

Ma l'omertà avrebbe rappresentato anche un elemento interno alla struttura: «Oltre che una conseguenza esterna della forza intimidatrice del sodalizio, l’omertà è percepita anche come un valore interno fondamentale: la si declina sia come segretezza e riservatezza rispetto agli affari interni, sia come stigma assoluto della cooperazione con forze dell’ordine e autorità giudiziaria».

Il controllo del territorio, secondo il gup, si sarebbe quindi espresso anche attraverso la capacità di proporsi come alternativa alle istituzioni.

«Il controllo del territorio» che «si manifesta in svariati ambiti in cui il clan Tripodi — riconosciuto all’esterno oltre che nella comunità locale — si propone come alternativa al potere dello Stato».

Prestiti di denaro, forme di «protezione» e interessi legati ad alcune attività commerciali si sarebbero intrecciati con altre attività illecite, comprese quelle relative alle auto clonate.

La rete di relazioni tra criminalità, economia e politica

Uno degli aspetti più rilevanti delle motivazioni riguarda però il livello delle relazioni costruite fuori dal perimetro strettamente criminale.

«La consorteria che fa capo alla famiglia Tripodi non si è limitata a radicarsi sul territorio utilizzando la sua forza intimidatrice, ma è riuscita a creare relazioni con esponenti dell’imprenditoria e della politica, con professionisti, ex appartenenti alle forze dell’ordine e perfino con religiosi. Si tratta di quel fenomeno di infiltrazione capillare nel tessuto sociale di una realtà locale» che viene definito «come “il capitale sociale” della ‘ndrangheta».

È in questo quadro che si inserisce la posizione di Mauro Galeazzi, imprenditore ed ex amministratore locale di Castel Mella, condannato a 6 anni e 8 mesi per scambio elettorale politico-mafioso.

Il caso di Castel Mella e i voti in cambio di affari

Galeazzi era candidato sindaco a Castel Mella nell'ottobre 2021. Secondo la ricostruzione accolta dal giudice, avrebbe promesso a Stefano Tripodi «possibili settori pubblici in cui inserirsi per conseguire cospicui guadagni» in cambio di un sostegno elettorale.

Il rapporto tra i due, secondo le motivazioni, non si sarebbe però limitato alla dimensione politica. Tripodi avrebbe fatto riferimento anche a una richiesta di denaro e a una situazione debitoria. «Ha una ditta e viene a raccontare che è sotto strozzo, per tre mesi i soldi me li deve dare lui».

I prestiti, secondo quanto ricostruito nel procedimento, sarebbero poi stati restituiti integralmente.

Diciotto condanne, sei per associazione mafiosa

La sentenza pronunciata con rito abbreviato dal gup Valeria Rey ha portato complessivamente a 18 condanne, per oltre un secolo di pena complessiva.

La condanna più pesante è quella inflitta a Francesco Tripodi: 18 anni e un mese. Per sei imputati è stata riconosciuta l'associazione a delinquere di stampo mafioso, accogliendo la tesi sostenuta dai pm della Dda di Brescia Francesco Carlo Milanesi e Teodoro Catananti.