Dopo Ettore Lanzino, se ne va un altro esponente della vecchia guardia criminale cosentina. Si tratta di Silvio Chiodo, morto nelle scorse ore all’età di 63 anni. Come Lanzino, stava scontando anche lui l’ergastolo ed era detenuto nel carcere di Sulmona (Aq). E’ stato uno dei protagonisti oscuri della Prima guerra di mafia combattuta in città all’inizio degli anni Ottanta e sull’altare di quel conflitto, ha pagato un tributo altissimo: uno dei suoi fratelli, Antonio, ucciso a soli 17 anni nell’estate del 1982.

La sua militanza criminale è stata lunga e irregolare, tant’è che dell’instabilità quasi congenita dei gruppi di malavita cosentini, lui ne è un po’ il simbolo. Muove i primi passi al seguito di Mariano Muglia, poi si sposta con Franco Pino e, tempo pochi mesi, approda nel gruppo Perna-Pranno. Sul finire del decennio, poi, si aggrega al neonato clan Bartolomeo-Notargiacomo, ma appena questi muovono guerra a Perna, si sfila da quel contesto turbolento.

Evita così di restare coinvolto nei luttuosi eventi che passeranno poi agli annali sotto il nome di Seconda guerra di mafia a Cosenza e si dedica all’attività che gli riesce meglio: le rapine. Insieme ad altri reduci delle due vecchie bande un tempo contrapposte, forma un nuovo gruppo che, per qualche anno, si muove in trasferta, tra l’Emilia Romagna e la Toscana, assaltando banche ed esercizi commerciali. Poi a metà degli anni Novanta, anche per lui si apre la stagione dei processi.

Finisce nella rete dell’operazione “Garden” e al successivo processo incassa una condanna a ventotto anni di reclusione per associazione mafiosa e omicidio, quello di Mario Lanzino, consumato nel marzo del 1982 nel vecchio carcere di Colle Triglio. Da quest’ultima accusa sarà poi assolto in Appello, tant’è che la pena da scontare si riduce per lui a sei anni. Nel frattempo, il destino e le dinamiche diaboliche continuano a funestare la sua famiglia: alla fine del 1999, infatti, cade un altro dei suoi fratelli, Aldo Benito, falciato dai kalashnikov del nuovo corso criminale imposto dalla cosca nomade.

Un’attualità di cui in quei giorni, però, Silvio Chiodo sembra non faccia più parte. La condanna di “Garden” la espia in buona parte in semilibertà, lavorando in una pescheria, poi torna in circolazione con brevi e ulteriori passaggi dietro le sbarre per scontare piccoli e antichi residui di pena. Insomma, non fa più parlare di sé in termini criminali, sembra essersi ormai lasciato alle spalle il suo passato ingombrante. Quel passato che, però, nel 2006 bussa alla sua porta e gli chiede nuovamente il conto.

In quel periodo, infatti, la maxi-inchiesta “Missing” si propone di far luce su una quarantina di omicidi commessi durante la Prima guerra di mafia e rimasti impuniti fin da allora. Uno di questi, quello del giovanissimo Francesco Scaglione (1983), segna anche il coinvolgimento di Chiodo. Lo arrestano di nuovo e, al pari di altri vecchi compagni d’arme, finisce al 41 bis. Vi resterà per i successivi sei anni prima che, nel 2012, i giudici si accorgano di non avere più a che fare con un uomo pericoloso.

Il processo che lo riguarda, intanto, fa il suo corso. La sua colpevolezza viene riconosciuta in aula, ma incassa “solo” ventitré anni in virtù delle attenuanti generiche riconosciute dai giudici sia a lui che alla maggior parte degli imputati. E’ solo la sentenza di primo grado e in Appello le cose volgono al peggio. Stavolta, infatti, non c’è attenuante che tenga. La sua condanna è commutata in ergastolo e tale resterà anche in Cassazione.