La qualità del lavoro dei carabinieri di Scalea, con controlli costanti e perqiusizioni, è certificata da un insulto che alcuni indagati usavano per riferirsi a loro: «Cani morti». Parole dure, ma che sono anche la prova di quanto fosse diventata pesante, costante e asfissiante la presenza dei militari sul territorio
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
Il territorio di Scalea e dintorni controllato palmo a palmo, intercettazioni, pedinamenti, perquisizioni, sequestri e controlli continui. Nell’alto Tirreno cosentino, lo Stato c’è e non dà tregua alle nuove presunte organizzazioni criminali. Mai. È quanto emerge dalle carte dell’operazione “Baia Bianca”, scattata che martedì mattina ed eseguita dai militari del capitano Alessandro Francesco Senatore e dai colleghi di Vibo Valentia.
Dagli atti dell’indagine emerge la pressione costante esercitata dagli investigatori sul territorio. Gli indagati vivevano con il timore di essere fermati o controllati in qualsiasi momento. Un’ansia continua che traspare chiaramente dalle conversazioni intercettate per quasi due anni.
Le lunghe indagini
Le indagini partono nel 2023 e vanno avanti per venti mesi. La caserma dei carabinieri era allora retta dal giovanissimo capitano Andrea D’Angelo, poi promosso al grado di maggiore; sono i suoi uomini ad effettuare le indagini delegate dalla procura antimafia di Catanzaro e sono dappertutto: nelle strade ad effettuare posti di controllo, nelle case ad effettuare perquisizioni, nelle piazze a vigilare su un territorio difficile in cui spaccio di droga, estorsioni e altri guadagni facili, quanto effimeri, si inseriscono nei vuoti lasciati dalla mancanza di lavoro e da un crescente disagio sociale.
Quell’insulto pronunciato a denti stretti
L’ineccepibile lavoro delle forze dell’ordine sul territorio è certificato da un insulto annotato nelle tantissime pagine dell’inchiesta e che suona come un’offesa feroce. Alcuni indagati si riferivano ai carabinieri chiamandoli «cani morti». Sono parole dure, pronunciate a denti stretti, con la disperazione di chi teme di vedere fallire i propri affari, ma sono anche la prova evidente di quanto fosse diventata pesante, costante e asfissiante la presenza dei militari sul territorio.
L’ostacolo dei controlli
I controlli, quotidiani e incessanti, erano percepiti dagli indagati come un ostacolo insormontabile, tanto che alcuni di loro, puntualmente intercettati, parlavano spesso della necessità di cambiare itinerari e punti di incontro all’ultimo minuto, ma anche di utilizzare linguaggi criptici, per tentare di depistare eventuali inquirenti all’ascolto.
Ma chi batte il territorio giorno e notte, incessantemente, conosce volti e strade come le proprie tasche e non ci sono termini che possano confondere o strade che non possano essere raggiunte.
Loro, gli uomini in divisa, sono gli occhi e le orecchie di una Calabria che vuole cambiare volto e narrazione. Non eroi in cerca di applausi, ma uomini che ogni giorno mettono a repentaglio la propria incolumità per servire lo Stato, ma soprattutto per aiutare chi cade nella trappola dell’arroganza criminale a darsi una seconda possibilità.


