L’economista e imprenditore, imputato per associazione mafiosa, respinge l’accusa di essere stato prestanome di Bagalà. Nel suo racconto l’incontro col presunto capocosca e l’assunzione come magazziniere all’Eurolido. La costruzione del Residence degli Ulivi e la contestazione delle intercettazioni. Cos’è successo in due ore di esame (non ancora concluso)
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«Questa approssimazione nelle indagini è ciò che mi ha fatto fare 17 mesi di carcere». Un commento impossibile da reprimere per il professore Vittorio Palermo, economista, imprenditore, fino al 2024 ricercatore all’Università della Calabria, imputato nel processo Alibante con l’accusa di associazione mafiosa. Palermo è stato sentito, in qualità di teste della difesa, per riportare la propria versione dei fatti in merito all’accusa di essere stato prestanome storico, imprenditore di riferimento e finanziatore per conto di Carmelo Bagalà, presunto capocosca dell’omonima consorteria attiva su Nocera Terinese e su comuni limitrofi come Falerna.
Vittorio Palermo, difeso dall’avvocato Aldo Ferraro, ha consegnato alla Dda e al collegio di giudici, presieduto da Angelina Silvestri, una corposa e documentata memoria difensiva. Ha specificato di avere consegnato per tempo le sue tesi difensive perché «auspico - ha detto - che il pm vorrà fare controesame perché ho bisogno di confrontarmi, di fornire elementi su tutte le accuse che mi riguardano».
Le accuse
Al centro della vicenda giudiziaria c’è il Residence degli Ulivi, costruito nel comune di Falerna. Secondo l’accusa, Palermo gestiva la struttura per conto di Bagalà (il quale avrebbe così allontanato dai propri beni eventuali misure di prevenzione). Il Residence, di proprietà dapprima della Turismo e Sviluppo srl e successivamente della Eurolido srl, entrambe riconducibili alla famiglia Palermo, nel corso della cosiddetta Emergenza Nordafrica, era divenuto una struttura ricettiva adibita all’accoglienza di extracomunitari da parte del consorzio di cooperative Calabriaccoglie. Ma, sostiene la Dda di Catanzaro, la gestione di Palermo serviva a schermare il vero proprietario e dominus, ovvero Bagalà, col quale Palermo avrebbe diviso gli introiti della locazione del Residence pagati al consorzio Calabriaccoglie. Vittorio Palermo avrebbe spartito con Bagalà gli incassi mediante assegni emessi a seguito di false fatturazioni.
In pratica, dice l’accusa, per passare a Bagalà i soldi dell’affitto del Residence, Palermo emetteva assegni, per lavori mai eseguiti, a Davide Ammendola, figlio di Rosa Mendicino, proprietaria della ditta Megarredi sas nonché ex compagna di Bagalà. Dal canto suo Ammendola avrebbe emesso una fattura per operazioni inesistenti, del valore di poco più di 12mila euro, e versato gli assegni sul conto corrente della Megarredi. Il denaro poi sarebbe stato ritirato in diverse trance e consegnato a Carmelo Bagalà. Rosa Mendicino e il figlio Davide Ammendola sono parti civili nel processo in qualità di vittime di presunti atti estorsivi compiuti dal sodalizio criminale.
Il primo incontro con Carmelo Bagalà
Nel corso di un esame durato oltre due ore (e non ancora concluso), Vittorio Palermo ha spiegato di aver conosciuto Carmelo Bagalà nel 1999 quando l’hotel Eurolido venne riaperto dopo lavori di ristrutturazione. A presentarglielo fu un dipendente dell’hotel, Umberto Gedeone, imputato in questo processo con l’accusa di trasferimento fraudolento di valori aggravato, e fratello di Antonio Gedeone, anch’egli imputato con l’accusa di associazione mafiosa. I due fratelli Gedeone sono persone che Palermo afferma di conoscere da tempo. Antonio Gedeone aveva lavorato nello studio da commercialista del padre di Vittorio Palermo ed era diventato il braccio destro dello stesso Palermo quando questi guidava un pool di periti del Tribunale di Cosenza nel corso del processo Garden, istruito contro la criminalità organizzata cosentina. In seguito Antonio Gedeone venne assunto come direttore all’Eurolido. I due fratelli cessarono i loro rapporti lavorativi con la famiglia Palermo nel 2001 e nel 2004.
I trascorsi e le promesse di Bagalà
Vittorio Palermo afferma di essere stato a conoscenza dei trascorsi di Bagalà, sapeva che aveva avuto un processo per associazione mafiosa. In quel periodo Bagalà gli disse che aveva bisogno di lavorare, che era sottoposto alla misura della sorveglianza speciale e all’obbligo di dimora nel comune di residenza che all’epoca era Nocera Terinese. Negò legami con la criminalità organizzata e promise che non avrebbe mai dato problemi, né che soggetti coinvolti con la criminalità si sarebbero mai inseriti nelle strutture della famiglia Palermo.
In più Bagalà chiese e ottenne di spostare la propria residenza all’Eurolido, dove abitò per qualche tempo, per via dell’obbligo di dimora. Bagalà, spiega Palermo, non era l’unico dipendente ad abitare all’Eurolido. Ce n’erano diversi che vi dimoravano tutto l’anno. In seguitò nell’hotel venne assunta come receptionist una figlia di Bagalà per espressa richiesta del direttore generale dell’epoca, Aldo Mele. La ragazza venne presa «con la qualifica di livello minimo» perché era giovane e si sarebbe formata sul campo. Al contrario Palermo rifiutò di assumere, su richiesta dello stesso Bagalà, la moglie di un poliziotto.
Da magazziniere ad addetto ai lavori esterni
Il presunto boss venne inizialmente assunto come magazziniere, spiega Palermo, poi «ebbi modo di apprezzare le sue competenze in materia edilizia» e la sua qualifica passò ad addetto ai lavori esterni. Il suo compito, nel corso della costruzione del Residence degli Ulivi, era quello di controllare che i materiali forniti corrispondessero agli standard stabiliti. Ma, specifica Palermo, «Bagalà non era il direttore dei lavori», non è mai entrato in questioni di carattere economico o progettuale. A questo proposito c’è un aneddoto: Palermo rifiutò di ascoltare Bagalà che gli suggeriva di costruire un muro di contenimento per evitare i problemi di una possibile frana. Un consiglio non ascoltato che in seguito costò effettivamente il doppio a Palermo per lavori di riparazione. In seguito a questo episodio si sente Bagalà, intercettato, che apostrofa il suo datore di lavoro col termine «cornuto» per non averlo ascoltato.
Le intercettazioni
Le intercettazioni sono un altro argomento sul quale l’imputato torna spesso per spiegare, per esempio, che Bagalà non aveva alcuna contezza dei lavori che si svolgevano al Residence. In diverse occasioni sbaglia numeri e dati. Per esempio non ha conoscenza del numero di monolocali e mansarde di cui è composta la struttura. Non azzecca mai il numero esatto: 48 monolocali e 16 mansarde. Bagalà, intercettato, parla di 36 appartamenti. «Se fosse stato il proprietario effettivo – rimarca Palermo – avrebbe dovuto conoscere questi dati».
Nel corso di un’altra intercettazione la polizia giudiziaria traduce una frase di Bagalà in dialetto stretto, riferita agli appartamenti del Residence, come «sunu i mia (sono i miei)». In realtà secondo la consulenza tecnica del perito della difesa, il professore Luciano Romito, la frase, all’opposto, è: «nun sunu di mie (non sono i miei)».
I lavori di Ammendola e la Malgrado Tutto
Secondo i testi dell’accusa, Rosa Mendicino e Davide Ammendola, il residence era di Carmelo Bagalà che lo avrebbe gestito tramite la cooperativa Malgrado Tutto, mentre Vittorio Palermo avrebbe corrisposto una percentuale sui proventi mascherando l’illecito con una fattura da 12mila euro.
Qui i punti che Vittorio Palermo smentisce davanti al collegio sono diversi. La Malgrado Tutto non ha mai avuto un ruolo nell’accoglienza all’interno del Residence, cosa smentita dalla stessa cooperativa.
Inoltre Calabriaccoglie pagava un canone di 13mila euro al mese per la locazione del Residence arrivando a un totale di oltre un milione e 800mila euro. Perché - è la tesi difensiva – mascherare un illecito da un milione con una fattura da 12mila euro?
Tra l’altro Palermo afferma che la fattura da 12mila euro corrispondeva a lavori di falegnameria effettivamente eseguiti per l’Eurolido. «I lavori non sono inesistenti - dice - ma sono stati fatti e Ammendola ha eseguito altri 11 lavori per noi. L’ultima fattura risale al 2016. I lavori sono proseguiti anche dopo la rottura dei rapporti tra Bagalà e Ammendola».
Le origini
Il Residence degli Ulivi è il risultato di una lottizzazione, spiega l’imputato, iniziata negli anni ’80 dalla famiglia Palermo. Il Residence era nato come struttura turistica, ovvero un residence alberghiero. Nel 2011 due cooperative, Il Delfino e Promidea, «mi chiesero di poter adoperare il Residence per l’accoglienza di migranti». Vittorio Palermo afferma di aver acconsentito anche perché in precedenza aveva lavorato per Il Delfino. Le due cooperative si fondono nel consorzio Calabriaccoglie e gestiscono l’accoglienza nel Residence fino a marzo 2013 quando abbandonano tutto lasciando il Residence con i migranti dentro.
Il residence resta occupato abusivamente fino a dicembre 2016 quando avviene lo sgombero in seguito all’intervento dei carabinieri su ordinanza del sindaco di Falerna.
Dopo lo sgombero nasce un contenzioso civile con il consorzio che determinò la nomina di Paolo Cosentino quale custode giudiziario del Residence.
L’incontro con Bagalà nel 2018
Durante il proprio esame Vittorio Palermo ha ricordato anche che nel corso dell’unico incontro censito dalla polizia giudiziaria insieme a Bagalà, nel 2018, i due parlarono del fatto che Paolo Cosentino pagava la guardiania del Residence 7/800 euro al mese. «Io chiesi se si potevano trovare guardiani a quella cifra una volta rientrato in possesso della struttura. Quella cifra diventò, nelle intercettazioni, 75mila euro per la vendita del Residence».
Secondo l’accusa, infatti, le 75mila euro erano l’anticipo che Palermo avrebbe dovuto dare a Bagalà per la vendita del Residence. Palermo afferma, tra le altre cose, che il Residence non poteva essere venduto perché c’era una procedura esecutiva da parte delle banche».
Nel corso dell’udienza più volte l’imputato lamenta la poca cura da parte della polizia giudiziaria e degli inquirenti nel condurre le indagini. Più volte il presidente Silvestri e lo stesso avvocato Ferraro lo invitano a non commentare ma a limitarsi a rispondere alle domande.
«Questa approssimazione nelle indagini – sbotta Palermo – è ciò che mi ha fatto fare 17 mesi di carcere».

