Nelle denunce confluite nel fascicolo aperto a Castrovillari compaiono la stessa azienda agricola, presunti caporali e persone legate ai due pachistani arrestati per il delitto. L’indagine aperta a Matera nel 2025 potrebbe chiarire il contesto del rogo costato la vita a quattro lavoratori migranti
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C'è un fascicolo aperto dalla Procura di Matera già dal 2025 che potrebbe contribuire a ricostruire il contesto nel quale è maturata la strage di Amendolara, in cui quattro braccianti agricoli sono stati uccisi e bruciati all'interno di un'auto. Un'inchiesta che riguarda presunti episodi di caporalato e nella quale compaiono il nome della stessa azienda agricola per cui lavoravano vittime e arrestati, oltre a persone che, secondo gli atti investigativi, sarebbero legate da rapporti di parentela ai due pachistani accusati del pluriomicidio.
Le denunce dei braccianti bengalesi nel Metapontino
L'indagine prende avvio nel luglio 2025, quando due lavoratori bengalesi si presentano in una stazione dei carabinieri del Metapontino denunciando di essere vittime di sfruttamento lavorativo.
Secondo il loro racconto, un cittadino pachistano avrebbe gestito un gruppo di almeno trenta braccianti, trasferendoli tra la Basilicata e la Calabria, in particolare nell'area di Corigliano, seguendo le esigenze stagionali della raccolta.
Uno dei denuncianti avrebbe riferito di aver lavorato per circa due mesi ricevendo soltanto 500 euro attraverso un unico bonifico. L'altro avrebbe indicato come luogo di impiego la stessa azienda nella quale, come confermato dal titolare, erano impiegati anche i quattro braccianti uccisi e i due uomini oggi in carcere con l'accusa di omicidio.
L'imprenditore ha precisato che i lavoratori risultavano assunti con regolare contratto, retribuiti e che il rapporto di lavoro si era concluso pochi giorni prima della strage.
Le dichiarazioni del superstite
A delineare un quadro di forte precarietà è stato anche Taj Mohammad Alamyar, unico superstite della strage e connazionale di tre delle vittime.
L'uomo ha raccontato agli investigatori condizioni di vita e di lavoro estremamente difficili, sostenendo che, pur essendo formalmente assunti, i salari venivano corrisposti in contanti e che i lavoratori vivevano in abitazioni sovraffollate.
Un quadro che presenta analogie con quanto denunciato un anno prima dai due braccianti bengalesi. Anche loro avrebbero descritto un sistema nel quale il presunto caporale svolgeva il ruolo di intermediario con le aziende agricole, organizzando alloggi e trasporti verso i campi.
Quando i due lavoratori protestarono per le condizioni subite, l'uomo li avrebbe trattenuti contro la loro volontà per circa mezz'ora, sottraendo loro i telefoni cellulari e minacciandoli. Dopo l'episodio, i due si rivolsero ai carabinieri e furono inseriti nel percorso di tutela previsto dalla normativa contro il caporalato.
Il possibile collegamento con uno degli arrestati
Tra gli elementi che potrebbero collegare le due vicende vi sarebbe il riconoscimento, da parte di uno dei braccianti bengalesi, del fratello di Ali Raza, uno dei due uomini arrestati per la strage di Amendolara, come figura vicina al presunto caporale denunciato nel 2025.
Un riferimento analogo emerge anche dalle dichiarazioni di un conoscente pachistano di Raza, il quale ha raccontato agli investigatori di aver ricevuto una telefonata dall'uomo subito dopo il delitto.
Secondo quanto messo a verbale, Ali Raza avrebbe spiegato di aver agito dopo una lite scoppiata la mattina stessa tra le vittime e suo fratello, insieme a un amico, culminata in una presunta aggressione fisica. L'amico citato sarebbe verosimilmente l'altro arrestato nell'ambito dell'inchiesta.
Gli interrogativi ancora aperti
Tutti questi elementi sono ora al vaglio della Procura di Castrovillari, guidata dal procuratore Alessandro D'Alessio, che sta cercando di ricostruire il contesto nel quale sarebbe maturato quello che gli investigatori considerano un vero e proprio agguato.
Secondo il racconto del superstite, la mattina del 1° giugno vi sarebbe stata una discussione legata al mancato pagamento dei salari e uno dei lavoratori avrebbe colpito Ahmed con un pugno. Al momento del fermo, l'uomo presentava effettivamente un evidente gonfiore all'occhio destro.
Resta da chiarire se questo episodio possa spiegare una reazione tanto violenta o se, al contrario, il massacro sia maturato all'interno di un sistema di sfruttamento e controllo dei lavoratori agricoli più ampio e radicato. Le nuove informazioni emerse non consentono ancora di rispondere definitivamente a queste domande, ma contribuiscono a delineare con maggiore precisione l'ambiente in cui si muovevano vittime e presunti assassini.




