La scarsa internazionalizzazione del settore limita la destagionalizzazione e riduce le opportunità economiche di un territorio che continua a vivere soprattutto di vacanze estive
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C’è un’immagine che torna ogni anno, puntuale come una scadenza fiscale, sulle spiagge della Costa degli Dei. È la spiaggia di Tropea a metà agosto: un tappeto umano, denso e accaldato, che si contende un metro quadrato di bagnasciuga color turchese. È la cartolina del miracolo apparente. Poi basta aspettare quaranta giorni. Verso la fine di settembre, lo stesso identico luogo si trasforma in un deserto di silicio, dove il vento solleva la sabbia e i ristoranti abbassano le saracinesche con un tonfo sordo. Fine della corsa. Luci spente.
Questo moto ondoso, che gonfia l’economia locale per sessanta giorni e la prosciuga per i restanti trecento, non è una fatalità meteorologica. È il sintomo di una fragilità strutturale che gli economisti Francesco Aiello (direttore del Desf Unical) e Michele Mercuri hanno radiografato in uno studio ricco di dati e grafici, pubblicato su “OpenCalabria”, capace di smontare pezzo dopo pezzo la narrazione del boom turistico meridionale. I numeri non sanno mentire, ma sanno fare male. Mentre l’Italia intera si nutre di una linfa internazionale che ormai supera la metà delle presenze totali, la Calabria resta arroccata in un isolamento quasi medievale. Appena il 19% dei visitatori attraversa la frontiera con un passaporto straniero. Il resto è un affare di famiglia.
Un turismo domestico, quasi autarchico, che si muove in blocco nei giorni scanditi dal calendario industriale del Nord e dalle ferie d’agosto. La regione raccoglie le briciole del banchetto nazionale: un misero 1,75% delle presenze complessive. È un dato che pesa come un macigno sulla bilancia dei pagamenti e sulle speranze di sviluppo di una terra che continua a guardare al turismo non come a un’industria strutturata, ma come a una lotteria stagionale.
La miopia non è soltanto temporale, ma soprattutto geografica. Tutto si concentra sul perimetro esterno, su quella striscia di sabbia che accarezza lo Ionio e il Tirreno. Oltre il 92% dei flussi turistici si concentra nei comuni costieri. L’entroterra, invece, muore di solitudine. Le montagne della Sila, i paesi aggrappati alle rocce dell’Aspromonte e alle pendici della Sila, le valli interne dove il tempo sembra essersi fermato, rimangono fondali invisibili, quinte teatrali di una rappresentazione che va in scena soltanto sul bagnasciuga. La Costa degli Dei fagocita tutto, cannibalizza attenzioni e capitali, lasciando al resto del territorio le briciole di un’economia della sussistenza. È un modello che cammina su una gamba sola. Un gigante dai piedi d’argilla, che rischia di crollare alla prima flessione del potere d’acquisto delle famiglie italiane.
Dipendere quasi esclusivamente dal turista della porta accanto significa condannarsi a una stagionalità esasperata. Lo straniero viaggia a maggio, cerca il silenzio di ottobre, vuole scoprire l’identità profonda di un luogo attraverso il cibo, la storia e i sentieri millenari. l bagnante nostrano cerca il mare, il sole e l’ombrellone. Quando l’autunno bussa alla porta, il secondo scappa, mentre il primo non è mai arrivato, perché nessuno è andato a cercarlo attraverso le giuste rotte aeree, una promozione mirata e servizi all’altezza di un mercato globale.
Manca una visione d’insieme capace di trasformare la bellezza grezza in un prodotto raffinato, in grado di generare occupazione stabile e non soltanto contratti a termine che durano lo spazio di un’estate. Quella descritta da Aiello e Mercuri non è una condanna divina, ma il risultato di decenni di improvvisazione. La Calabria si è cullata nell’illusione che lo splendore della sua natura bastasse da solo a riempire le casse degli alberghi. Purtroppo non è così.
La competizione globale non fa sconti a nessuno e le coste del Mediterraneo sono piene di sabbia dorata e acque cristalline a prezzi competitivi. La vera sfida si gioca sulla capacità di accoglienza, sulla digitalizzazione e sulla narrazione del territorio, che non può e non deve esaurirsi in un semplice tuffo in mare. Resta da capire se la classe dirigente locale saprà leggere questi dati con la dovuta preoccupazione o se, come accade a ogni fine estate, si limiterà a contare le auto in fila sull’autostrada, convincendosi che vada tutto bene. Le saracinesche chiuse di Tropea a ottobre sono lì a ricordare che l’inverno, da queste parti, dura sempre troppo a lungo.
Lo studio si può leggere al seguente link:
Il turismo internazionale resta il punto debole della Calabria - Open Calabria
Documentarista Unical*

