Il gup di Catanzaro ha deciso con rito abbreviato. La Dda aveva chiesto otto anni: nel procedimento parte civile il ministero dell’Interno
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Si chiude con una condanna a sei anni di reclusione il processo di primo grado a carico di Halmi Ben Mahmoud Mselmi, cittadino tunisino residente a Cosenza, finito al centro dell’inchiesta della Dda di Catanzaro per terrorismo internazionale. La sentenza è stata emessa dal gup del Tribunale di Catanzaro all’esito del rito abbreviato. In requisitoria, la Procura distrettuale – rappresentata dal pm Alessandro Riello – aveva chiesto 8 anni di carcere.
L’esito del giudizio arriva dopo mesi in cui, sul piano penitenziario, per Mselmi era stato disposto anche il regime del 41 bis. Il provvedimento, secondo quanto emerso nelle fasi precedenti della vicenda, era stato adottato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio su richiesta della Dda, dopo informative legate alla detenzione nel carcere di Rossano: l’ipotesi riferita dagli inquirenti è che l’uomo avrebbe continuato a svolgere proselitismo anche durante la permanenza in istituto. Dopo gli accertamenti, Mselmi era stato trasferito in un altro carcere e poi destinato a una struttura di massima sicurezza.
Il procedimento e le parti
Il processo di primo grado si è celebrato davanti al gup, dopo la richiesta della difesa – affidata all’avvocato Giovanni Cadavero – di accedere al rito abbreviato. Nel procedimento si era costituito parte civile il ministero dell’Interno.
L’inchiesta e il secondo indagato
A monte del giudizio, la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro aveva già chiuso le indagini preliminari notificando l’avviso di conclusione a Mselmi e a un secondo indagato, Skander Ben Fehri Bahroun. L’atto, come ricostruito nella fase investigativa, portava la firma del pm Paolo Sirleo e del procuratore aggiunto Giulia Pantano, nell’ambito dell’inchiesta coordinata dal procuratore capo Salvatore Curcio. La Procura indica Bahroun come parte attiva nella diffusione dell’ideologia jihadista insieme a Mselmi.
Le accuse: Isis, propaganda e attività online
Nell’impostazione accusatoria, a Mselmi viene contestata l’adesione all’Isis e la diffusione di contenuti di propaganda collegati all’ideologia jihadista, ritenuta finalizzata a destabilizzare gli ordinamenti statali anche attraverso azioni violente. Le indagini, condotte dalla Digos di Catanzaro con supporti investigativi nazionali e internazionali, avrebbero ricostruito un percorso di radicalizzazione maturato soprattutto online.
Nel fascicolo gli inquirenti hanno richiamata l’attività su Facebook, con l’uso di due account indicati come “Jàs Sém” e “Hel Mi”, e un impiego ritenuto centrale di Telegram, descritto dagli investigatori come un archivio di propaganda. Tra gli elementi citati, ci sarebbero materiali ritenuti riconducibili alla manualistica operativa e a contenuti di esaltazione di attentati.
Le chat e l’ipotesi di proselitismo
A sostegno del quadro accusatorio, sono state menzionate anche conversazioni con altri soggetti. In una chat, secondo quanto riportato negli atti, Mselmi avrebbe scritto che «la cosa più facile è morire sulla strada di Allah». Per la Dda, questi dialoghi sarebbero indicativi non solo dell’adesione ideologica, ma anche di un ruolo attivo nella diffusione del messaggio, profilo che – sempre secondo l’impostazione investigativa – si collegherebbe anche agli elementi alla base della richiesta del 41 bis.
Il nodo “lupo solitario”
La vicenda, secondo quanto scritto dall'accusa, rientrerebbe nel modello del cosiddetto “lupo solitario”, ovvero un soggetto non inserito in una cellula strutturata ma ritenuto potenzialmente pronto ad agire dopo un percorso di radicalizzazione online.

