Nel cuore della Cattedrale di Santa Maria Assunta di Cosenza esiste uno spazio che più di altri sembra condensare, entro pochi metri quadrati, alcune delle grandi dimensioni attraverso cui la città ha raccontato se stessa: la fede e il culto eucaristico, la devozione per i defunti, la committenza delle famiglie, il gusto artistico del Settecento e, infine, la memoria civile del Risorgimento. È la Cappella del Santissimo Sacramento, oggi una delle due cappelle maggiori che si aprono sul lato sinistro della Cattedrale, accanto a quella della Madonna del Pilerio, della quale mi sono già precedentemente occupato in un'altra puntata della domenica culturale.

A guardarla superficialmente, la Cappella del Santissimo Sacramento, potrebbe sembrare una delle tante cappelle barocche che impreziosiscono le chiese meridionali. A osservarla attraverso la storia, però, la prospettiva muta radicalmente. Quello che oggi chiamiamo Cappella del Santissimo Sacramento è infatti l'antica Cappella dell'Arciconfraternita della Morte, e soltanto nel 1943 assunse l'attuale intitolazione eucaristica. La sua storia è dunque più complessa di quanto lasci intendere il nome con cui oggi la conosciamo.

Una cappella nata per la morte, diventata luogo dell'Eucaristia. La storia delle cappelle della Cattedrale cosentina è stata profondamente modificata dagli interventi compiuti tra Settecento e Novecento.
Le fonti relative alle visite pastorali consentono di ricostruire una situazione assai diversa da quella odierna. Nel corso dei secoli la Cattedrale possedeva un numero molto maggiore di altari e cappelle. Nel Settecento, il Santissimo Sacramento aveva un proprio altare nella navata e, durante i grandi lavori settecenteschi, il culto eucaristico fu collocato anche all'interno della cappella del Pilerio.

La cappella che oggi vediamo, invece, era quella dell'Arciconfraternita della Morte, destinata al culto dei defunti e alle opere di suffragio.
È significativo che proprio sulla base del suo altare sia incisa la data 1770, che costituisce una delle poche certezze cronologiche direttamente leggibili nell'ambiente. La cappella appartiene dunque, nella sua configurazione settecentesca, alla grande stagione di rinnovamento della Cattedrale cosentina successiva alla ricostruzione e alla riconsacrazione dell'edificio.
La trasformazione decisiva avvenne nel Novecento.
Nel 1943 l'arcivescovo Aniello Calcara, nel quadro della sistemazione delle cappelle della Cattedrale, trasferì qui il culto del Santissimo Sacramento, che precedentemente era stato collocato nella cappella del Pilerio, e dispose che la cappella della Morte assumesse la nuova denominazione di Cappella del Santissimo Sacramento. È dunque una cappella dalla doppia anima: la morte e l'Eucaristia.
Ed è precisamente questa sovrapposizione a rendere straordinariamente coerente la sua storia: nella tradizione cristiana l'Eucaristia è infatti il sacramento della vita eterna, mentre la confraternita che aveva qui la propria sede si occupava della morte, della sepoltura e del suffragio delle anime.

L'altare settecentesco: il cuore architettonico della cappella

L'elemento che anzitutto impone la propria presenza è l'altare.
La data incisa sulla sua base è 1770. La documentazione disponibile consente quindi di fissare con sicurezza la cronologia dell'opera, mentre non consente, allo stato attuale delle fonti consultate, di attribuirne con certezza l'esecuzione a uno specifico scultore o marmoraro.

È una distinzione importante: l'altare è certamente settecentesco, ma il suo autore non può essere indicato responsabilmente come un determinato artista senza ulteriore documentazione d'archivio.
L'altare va letto nel contesto della grande cultura dei marmorari meridionali del XVIII secolo, quando le chiese calabresi, soprattutto quelle legate alle sedi episcopali e alle confraternite più facoltose, ricorrevano frequentemente a maestranze specializzate provenienti anche dall'area napoletana.
In questa fase Cosenza partecipa pienamente a quella stagione artistica che porta nelle chiese del Regno di Napoli marmi policromi, intarsi, cornici, motivi floreali, volute e una concezione scenografica dell'altare. Non abbiamo però, per questo specifico altare, una fonte sufficientemente solida che consenta di trasformare l'ipotesi in attribuzione.

La pala di Guglielmo Borremans: la grande scoperta della cappella. Pala d'altare: Madonna col bambino e anime purganti.

Se c'è un'opera che deve occupare il centro della narrazione della Cappella del Santissimo Sacramento, è la pala raffigurante la Madonna con il Bambino e le Anime purganti, oggi definitivamente riconosciuta come opera di Guglielmo Borremans. Qui la storia diventa particolarmente interessante. Per lungo tempo l'opera aveva conosciuto un'attribuzione incerta. La ricerca storico-artistica condotta da Giorgio Leone, insieme al lavoro di restauro di Gianluca Nava, ha consentito di restituire la tela al pittore fiammingo Guglielmo Borremans, uno dei protagonisti della pittura tardo-barocca attivo nel Regno di Napoli e successivamente in Sicilia.

Borremans, nato ad Anversa nel 1670, era stato formato nella cultura pittorica fiamminga, ma la sua carriera italiana lo avrebbe portato progressivamente verso la grande tradizione napoletana. La sua presenza a Cosenza assume un'importanza particolare perché precede il trasferimento definitivo dell'artista nell'ambiente napoletano e, successivamente, siciliano. Treccani ricorda proprio l'attività cosentina dell'artista agli inizi della sua carriera italiana.
Ma la pala cosentina possiede un elemento ancora più prezioso. Durante il restauro è emerso che la tela era stata ridotta e inserita in una cornice non originaria. La pulitura ha consentito di recuperare una parte precedentemente occultata nella quale sono comparsi elementi riconducibili alla firma dell'artista e la data 1707.

Non si tratta semplicemente di una nuova attribuzione: è una delle opere che contribuiscono a riscrivere la storia del soggiorno calabrese di Borremans.
La data 1707 è particolarmente significativa perché precede di poco l'arrivo documentato dell'artista a Napoli nel 1707 e si colloca dunque in quella fase ancora relativamente poco conosciuta della sua carriera italiana. Gli studi pubblicati nel volume curato da Giorgio Leone hanno proprio insistito sulla necessità di ricostruire questa stagione calabrese del pittore.

La Madonna, il Bambino e le Anime: una teologia dipinta

Il soggetto della pala è intimamente legato alla funzione originaria della cappella.
In alto domina la Vergine con il Bambino; nella parte inferiore compaiono le anime purganti. L'immagine costruisce così una sorta di asse verticale tra il mondo celeste e quello della pena purificatrice. Maria è la figura dell'intercessione. Le anime, invece, rappresentano la condizione dell'uomo che, dopo la morte, attende la piena comunione con Dio.
La scelta iconografica non è casuale in una cappella appartenuta all'Arciconfraternita della Morte. L'opera diviene quasi una dichiarazione visiva della funzione confraternale: la morte non costituisce l'ultima condizione dell'uomo; attraverso la preghiera e il suffragio è possibile invocare la misericordia divina per le anime.
La presenza della Vergine accentua il carattere intercessorio della composizione.
E qui si comprende la straordinaria coincidenza fra funzione e immagine: la cappella destinata alla memoria dei morti possiede come immagine principale proprio la rappresentazione delle anime che attendono la redenzione.
La committenza: la famiglia Ferrari
La storia della pala non termina con il nome del pittore.
Uno degli aspetti più interessanti emersi dagli studi recenti riguarda infatti la committenza della famiglia Ferrari, importante famiglia cosentina.

Il volume pubblicato nel 2016 da Rubbettino, curato da Giorgio Leone, contiene infatti uno specifico saggio di Luca Irwin Fragale, dedicato all'araldica e alle committenze dei Ferrari di Cosenza. La pala diventa così anche un documento della storia sociale della città.
Nel Settecento le grandi famiglie non si limitavano a vivere la dimensione religiosa attraverso la devozione privata: intervenivano concretamente nella costruzione e nell'ornamento degli spazi sacri, finanziando altari, cappelle e opere pittoriche.

La committenza artistica era dunque anche una forma di autorappresentazione.
La famiglia Ferrari, attraverso questa pala, inseriva la propria memoria all'interno di uno spazio religioso pubblico, legando il proprio nome alla preghiera per i defunti e alla devozione mariana. Ed è proprio questo rapporto fra arte, fede, famiglia e prestigio sociale a rendere la pala di Borremans particolarmente interessante per la storia di Cosenza.

Un'altra presenza di Borremans: l'Incoronazione della Vergine

La documentazione dell'Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano segnala inoltre, nella Cappella del Santissimo Sacramento già dell'Orazione e Morte, una tela raffigurante la Incoronazione della Vergine, attribuita a Guglielmo Borremans e datata al XVIII secolo. Questo dato merita attenzione perché amplia il rapporto tra Borremans e la Cattedrale.
La Vergine, qui rappresentata nel momento della sua glorificazione celeste, dialoga idealmente con il tema della pala delle Anime purganti: nella prima opera Maria è mediatrice verso le anime che attendono la salvezza; nella seconda appare già nella dimensione della gloria. Si crea, dunque, un percorso iconografico che conduce dalla condizione terrena e purgatoriale alla gloria celeste.

Per questa tela, tuttavia, la documentazione pubblicamente reperibile non offre una data precisa paragonabile al 1707 della pala principale. È quindi corretto parlare di XVIII secolo, evitando di attribuirle arbitrariamente un anno.

A rendere la cappella ancora più singolare interviene poi un elemento che apparentemente appartiene a un'altra storia: la memoria dei patrioti della spedizione dei Fratelli Bandiera.
La cappella dell'Orazione e Morte accolse infatti le salme dei patrioti caduti nella spedizione calabrese del 1844 e divenne, nell'Ottocento, uno dei luoghi simbolici della memoria risorgimentale cosentina.
Attilio ed Emilio Bandiera e Domenico Moro furono fucilati nel Vallone di Rovito il 25 luglio 1844 insieme ad altri compagni della spedizione. I loro resti furono successivamente trasferiti a Venezia; nella Cattedrale di Cosenza rimase però la memoria monumentale degli altri patrioti legati alla spedizione e alla vicenda cosentina.

Una lapide conservata nella cappella ricorda proprio i patrioti cosentini del 1844. La documentazione fotografica contemporanea consente di identificare la lapide come parte integrante della cappella.
Questo elemento trasforma radicalmente la percezione dell'ambiente.
La cappella era nata sotto il segno della morte cristiana; nell'Ottocento diventa anche luogo della morte per un ideale politico e nazionale.
È quasi una sovrapposizione di significati: la morte cristiana; il suffragio per le anime; la speranza nella vita eterna; il sacrificio dei patrioti; la memoria dell'Italia nascente.
La morte, dunque, viene sottratta al semplice dato biologico e trasformata in memoria.

Cosenza e i Bandiera: la città come luogo della memoria nazionale

Il rapporto tra Cosenza e la spedizione dei Bandiera è naturalmente assai più ampio della sola cappella. Nel 1844 Cosenza era stata teatro di una precedente insurrezione antiborbonica e rappresentava, nella geografia politica della Calabria, uno dei principali centri del movimento liberale.
La spedizione dei Bandiera si inserì in questo clima. Quando Attilio ed Emilio Bandiera e i loro compagni giunsero in Calabria, però, l'insurrezione cosentina era già stata repressa. La spedizione si concluse tragicamente nel Vallone di Rovito.
Il fatto che la loro memoria sia entrata nella Cattedrale è particolarmente significativo: un luogo consacrato alla memoria cristiana dei morti divenne anche un luogo di memoria nazionale.
È uno dei casi più interessanti in cui la storia religiosa e quella civile della città si sovrappongono.

L'Arciconfraternita della Morte

Per comprendere realmente la cappella occorre infine tornare alla confraternita che ne determinò l'identità originaria.
Le confraternite della Morte avevano una funzione religiosa e sociale fondamentale nell'Italia di età moderna: accompagnavano i morenti, garantivano la sepoltura dei poveri, organizzavano preghiere e suffragi, custodivano la memoria dei defunti.
La cappella cosentina deve dunque essere interpretata alla luce di questa spiritualità.
La sua pala principale, con le anime purganti, non era un semplice quadro devozionale. Era una sorta di immagine istituzionale della confraternita, capace di rendere visibile la ragione stessa per cui quella comunità esisteva. L'arte, in questo caso, non decorava semplicemente uno spazio: ne spiegava la funzione.

Dal Barocco al Novecento

La cappella che vediamo oggi è quindi il risultato di stratificazioni successive.
La struttura settecentesca si lega alla grande stagione di rinnovamento della Cattedrale; l'altare porta la data 1770; le opere pittoriche appartengono a una fase ancora precedente, come la pala di Borremans del 1707; la memoria risorgimentale appartiene invece all'Ottocento; la denominazione attuale è novecentesca, perché risale al trasferimento del culto del Santissimo Sacramento disposto dall'arcivescovo Aniello Calcara nel 1943.

È quindi improprio considerarla semplicemente una «cappella barocca».

È piuttosto un palinsesto storico.
La storia della cappella può allora essere letta come una metafora della città stessa: un luogo nel quale le epoche non si cancellano, ma si depositano l'una sull'altra.
Ed è proprio l'arte a permettere di leggere questi depositi.