Un giornalista scomparso nel nulla, un passato nella destra fascista, un tentativo di golpe e una trama di carte, depistaggi e testimonianze che continua a interrogare la storia italiana. È ruotata attorno alla figura di Mauro De Mauro la presentazione di Ritratto di giovane fascista di Mauro Canali, professore emerito di Storia contemporanea all’Università di Camerino e allievo di Renzo De Felice.

L’incontro, moderato dal direttore di LaCNews24 Franco Laratta, si è svolto al Museo del Presente come appuntamento conclusivo dell’edizione 2026 del Settembre Rendese, alla presenza del sindaco Sandro Principe e dello stesso Canali.

Al centro del volume c’è una tesi che riprende e approfondisce il filone di ricerca che collega la scomparsa di De Mauro al golpe Borghese, il tentativo di colpo di Stato preparato e poi interrotto nella notte dell’8 dicembre 1970.

Principe: «Lo storico deve scavare tra i documenti»

Nel suo intervento, Principe ha posto l’accento sul metodo della ricerca storica e sul rapporto tra documenti e verità.

«Ci sono molti modi di interpretare il lavoro dello storico, ma io condivido l’impostazione defeliciana: lo storico deve scavare tra i documenti, proprio come un archeologo», ha detto il sindaco, richiamando la necessità di confrontare fonti ministeriali, atti delle forze dell’ordine e carte processuali.

Secondo Principe, il lavoro di Canali costruisce «una tesi originale» partendo dalla biografia di De Mauro, «giovane fascista forse rimasto tale in cuor suo».

Da qui il passaggio al mestiere del giornalista e al suo rapporto con la verità.

«Questo libro ci restituisce anche l’idea di ciò che deve essere un vero giornalista. De Mauro probabilmente rimase in contatto con l’ambiente da cui proveniva e apprese della preparazione del Golpe dell’Immacolata. Ma si comportò da grande giornalista: tentò lo scoop anche sapendo che avrebbe potuto danneggiare la sua parte politica».

Il ricordo personale della notte del golpe

Principe ha quindi affidato al pubblico anche un ricordo autobiografico legato proprio a quella notte del 1970. «Avevo ventun anni. La vigilia dell’Immacolata mio padre non era in casa e io e mio fratello dormivamo nella stanza dei nostri genitori. Alle cinque del mattino arrivò una telefonata del segretario della Federazione socialista di Cosenza, preoccupato perché c’era un golpe in atto».

Il racconto prosegue con la decisione, presa insieme al fratello, di lasciare l’abitazione e rifugiarsi nella casa di campagna di un parente, «per paura di quello che sarebbe potuto accadere».

Canali: «De Mauro non era un semplice membro della Decima Mas»

Per Canali, il punto di partenza per comprendere il giornalista è proprio il suo passato politico.

«De Mauro non era un semplice membro della Decima Mas – ha spiegato – ma un volontario delle SS italiane a Roma, direttamente subordinato a nazisti come Kappler e Priebke».

Dopo la guerra, e dopo la fuga dal campo di concentramento di Coltano, De Mauro si stabilì in Sicilia, passando da giornali conservatori a L’Ora di Palermo.

Canali ricostruisce anche il contesto politico che rese possibile questo passaggio, legandolo alla cosiddetta operazione Milazzo, l’esperimento politico siciliano che mise insieme componenti provenienti da aree ideologiche molto diverse.

«De Mauro non era un giornalista comunista: era un grande camaleonte politico», ha osservato lo storico.

Gli appunti sul «colpo di Stato»

Tra gli elementi che Canali considera significativi nel collegare la scomparsa di De Mauro al tentativo golpista c’è il ritrovamento, sulla scrivania del giornalista, di appunti contenenti la dicitura “colpo di Stato”.

Secondo lo storico, il golpe dell’Immacolata «non fu una barzelletta», ma un tentativo serio, successivamente fermato.

La vicenda, ha spiegato, si intreccia poi con anni di depistaggi, carte scomparse e documenti riemersi soltanto molto tempo dopo.

Canali ha inoltre sostenuto che la pista mafiosa, da sola, non sia sufficiente a spiegare la scomparsa di De Mauro, richiamando sia il procedimento giudiziario nei confronti di Totò Riina sia le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo, secondo il quale il giornalista sarebbe stato eliminato per impedirgli di rendere noti dettagli sul progetto golpista.

«La memoria non basta, servono le carte»

L’ultima parte dell’incontro si è concentrata sul mestiere dello storico.

Canali ha rivendicato l’impostazione metodologica della scuola di Renzo De Felice, spesso contestata proprio per l’approccio documentario allo studio del fascismo.

«De Felice non era fascista, era un liberaldemocratico convinto, ma non lasciò mai che i suoi valori personali influenzassero il suo lavoro», ha spiegato.

Il punto, per Canali, resta la centralità delle fonti: le testimonianze possono essere imprecise, condizionate dal tempo o reticenti. Per questo il lavoro dello storico consiste soprattutto nello «scavare negli archivi» e confrontare le carte.

Una responsabilità che, secondo lo storico, avvicina la ricerca storica alla professione giornalistica: due mestieri diversi, ma accomunati dalla necessità di verificare, cercare e raccontare i fatti senza piegarli alle proprie convinzioni.