Le mani degli anziani sanno di resina e di vento amaro. A Bova, capitale dell’Aspromonte greco, il tempo non scorre perché ristagna tra i vicoli di pietra, dove l’aria profuma ancora di un’arcaicità che non chiede permesso. È la Domenica delle Palme. Ma dimenticate la liturgia asettica delle città, il ramo d’ulivo agitato distrattamente tra i banchi. Qui, la materia vegetale si fa carne.

Le Pupazze di Bova

Le «Pupazze» avanzano nel silenzio verticale del paese, giganti di foglie intrecciate che dondolano come divinità stanche. Sono donne. Sono sagome giunoniche nate da un brivido antico, coperte di fiori di campo, ciliegie precoci, ninnoli di zucchero e primizie che sembrano rubate a un giardino sotterraneo.

È un’immagine che schiaffeggia la modernità. Queste creature appartengono a un’eredità prepotente che profuma di Magna Grecia. Quando le Pupazze sfilano, non portano solo il messaggio della Passione, ma trascinano con sé l’ombra lunga di Demetra e Persefone. È il ciclo del ritorno, la terra che si spacca per lasciar risalire la vita. Il rito è carnale, fisico, quasi erotico nella sua abbondanza vegetale.

Eppure, il momento più brutale e sublime arriva alla fine, quando la processione muore nella piazza principale. Lì, le figure vengono smembrate. Le membra di ulivo e frutta sono fatte a pezzi, distribuite ai fedeli, portate a casa come talismani contro la sventura. È uno sbranamento rituale. Una sparizione necessaria affinché l’ordine del mondo venga ristabilito.

Il documentario «Persefone rivisitata», partorito più di venti anni fa nel ventre del Centro Demoantropologico “R. Lombardi Satriani”, ha catturato questo paradosso con una sensibilità che oggi definiremmo quasi scandalosa. Non c’è la pretesa di spiegare tutto con il piglio dell’accademia. C’è l’osservazione nuda. La macchina da presa si muove con la circospezione di chi sa di stare violando un segreto domestico che dura da millenni.

Il lavoro dell’Università della Calabria non è una semplice catalogazione di folklore per turisti della domenica, ma un’analisi chirurgica su come il mito sopravviva sottotraccia, mutando pelle per non morire sotto i colpi della globalizzazione che livella ogni differenza.

Riguardando quelle immagini, si percepisce il peso del territorio grecanico. Bova è un presidio di resistenza linguistica e psichica, profondamente culturale. Qui il Greco di Calabria non è un reperto da museo, ma il battito di una cultura che si rifiuta di sparire.

Le Pupazze sono le sue guardiane. Rappresentano la madre che cerca la figlia, la terra che attende il sole, il lutto che si trasforma in festa attraverso la distruzione. Il documentario ci ricorda e ci sbatte in faccia questa verità: la tradizione non è un oggetto di cristallo da conservare in una teca, ma un organismo vivo che ha bisogno di sangue, di linfa e, talvolta, di essere fatto a pezzi per essere compreso.

C’è qualcosa di profondamente disturbante e al contempo magnetico in questa «rivisitazione». Ci ricorda che siamo ancora figli di quel Mediterraneo nero e profondo, dove il sacro non è mai separato dal profano. Le donne e i ragazzini di Bova che intrecciano le foglie non eseguono solo un compito artigianale. Officiano un mistero.

La loro abilità manuale è un linguaggio non scritto che scavalca i secoli. Quando le Pupazze vengono smembrate in piazza, non assistiamo a un atto di vandalismo, ma alla comunione definitiva. Ognuno si porta via un pezzo di mito, una foglia che è al contempo speranza di raccolto e memoria di un rapimento divino.

Oggi, in un’epoca che santifica l’immateriale e il digitale, il rito di Bova agisce come un contrappeso necessario. È materia. È sudore. È il rumore secco delle foglie di ulivo che si spezzano sotto le dita. Il filmato del Centro dell’Unical rimane un documento imprescindibile non perché ci insegni la storia, ma perché ci restituisce il senso dello stupore.

Ci obbliga a chiederci quanto di quel mondo sotterraneo batta ancora sotto la nostra pelle di cittadini distratti. Forse, in fondo, siamo tutti alla ricerca di quel pezzetto di ulivo benedetto dalla mano di una gigantessa vegetale, sperando che la primavera decida, ancora una volta, di non dimenticarsi di noi.

Le Pupazze spariranno di nuovo l’anno prossimo, inghiottite dal fango e dal tempo, per poi risorgere identiche e diverse. Resta il dubbio, tra le pieghe della pellicola e i silenzi di Bova, che quelle figure non siano solo rappresentazioni, ma le vere padrone del paese. Guardano il mare dall’alto dell’Aspromonte con occhi di bacca, aspettando che l’uomo finisca di agitarsi per riprendersi lo spazio che spetta al mito.


*Documentarista Unical