C’è un libro che racconta la storia di una delle realtà più significative del calcio calabrese. È il lavoro di Raffaele Tarantino, dedicato a una squadra storica del calcio calabrese capace di lasciare un segno indelebile nella cultura sportiva di Cosenza e dell’intero territorio circostante.

Cosenza, 1955. Sul campo cittadino scende anche la “Emilio Morrone”, società oggi ricordata non solo per le sue imprese sportive, ma anche per il forte legame con la comunità. La storia della Morrone non nasce per caso. Prende le mosse dalla tragedia che colpì il giovane portiere Emilio Morrone, morto in campo a soli 23 anni. Questo evento diventa il seme di un progetto che vuole onorarne il nome e i valori.

«Da tempo avevo in mente l’idea di scrivere un libro sulla Morrone», racconta Tarantino. «Il gruppo dei “morroniani” attivo sui social e i numerosi incontri in presenza hanno fatto cadere le ultime perplessità. Ma c’erano anche altre motivazioni: la passione per la scrittura, la specificità della storia della Morrone, e la mia esperienza personale di aver indossato per due anni la maglia granata».

La storia della società calcistica intreccia dolore e rinascita. Tutto ha origine in una domenica apparentemente come tante, il 19 aprile 1953. La Società Calcistica di Cosenza “Eugenio Sicilia”, allora guidata dal presidente Luigi Cribari - affermato avvocato penalista originario di Aprigliano - disputa una partita di Prima Divisione sul campo dello Scalea. A pochi minuti dalla fine del primo tempo, il portiere Emilio Morrone subisce un colpo accidentale alla testa, mentre anticipa un attaccante avversario in presa bassa. Il trauma si rivelerà fatale: Morrone muore il 20 aprile 1953 a soli 23 anni, per le conseguenze di una commozione cerebrale. La notizia scuote profondamente l’ambiente sportivo cosentino. Non passa molto tempo: il 14 gennaio 1954, lo stadio cittadino viene intitolato al giovane calciatore. Poco dopo, le due società locali, Indomita e Politano, si fondono. Nel 1955, nasce ufficialmente la “Morrone”, tributo eterno a Emilio e custode di una storia destinata a diventare gloriosa.

«Cosa rende davvero “gloriosa” la Morrone?»

«Non solo i risultati sul campo», spiega Tarantino, ma anche e soprattutto l’insieme di valori, passioni e principi che hanno animato la società e ne fanno ancora oggi un modello sportivo. A questi aggiunge le scelte e le motivazioni che ne hanno definito l’identità: «l’intitolazione della società a Emilio Morrone, l’ispirazione al mito del Grande Torino, l’attenzione alla crescita dei giovani calciatori, la passione dei giocatori e l’entusiasmo dei tifosi. E poi la gestione di tipo familiare, basata sulla economicità dei conti in ordine. Un metodo che le ha consentito di partecipare a 38 campionati consecutivi, di cui 24 nella più alta categoria regionale e 14 nella quarta serie».

«Fin dalla copertina del libro emerge chiara la connotazione della sua visione del calcio morroniano che definisce “romantico”. Perché e in che modo si riflette nella scelta narrativa?»

«Quel calcio era romantico perché raccontava storie di passione vera, autentica. Un calcio vissuto con lealtà e sacrificio, spesso in condizioni difficili, ma sempre con un forte senso di appartenenza e inclusione sociale. Una vera metafora della vita, con le sue cadute e i suoi trionfi».

Tarantino restituisce questa atmosfera non solo con le parole, ma soprattutto con le immagini: 336 illustrazioni di 176 squadre e oltre 610 protagonisti tra calciatori, allenatori, dirigenti e tifosi. Ogni fotografia racconta una storia, ogni nome riportato è un legame con la comunità e restituisce la dimensione collettiva della società e la magia dei campi di periferia.

Si percepisce il calore della storica sede di via Adige vissuta come una “casa” aperta a tutti e dove chiunque poteva entrare, osservare, imparare e sentirsi parte di una comunità. Sul campo di via Roma, invece, prendeva forma la missione sportiva della squadra: ogni partita era una prova di impegno e lealtà, un’occasione per trasmettere valori e insegnamenti ai giovani calciatori che vi si allenavano con dedizione. E non si può dimenticare il pubblico: tifosi appassionati e curiosi, che seguivano le vicende della società con attenzione e partecipazione, interessandosi non solo al risultato, ma anche alla vita della squadra e alle scelte societarie. L’attenzione alla gioventù locale, poi, era un pilastro fondamentale: valorizzare i giovani significava investire nel futuro, trasmettere loro disciplina, passione e senso di appartenenza.

Emerge, insomma, il racconto di una società calcistica che ha sempre saputo guardare oltre il gesto atletico, mettendo al centro l’uomo‑atleta, prima ancora che il calciatore.

L’inizio del 2026 ha visto la comunità morroniana piangere due custodi di quei valori: Teobaldo Aloe ed Enrico Etna, figure che hanno incarnato lo spirito autentico della Morrone dentro e fuori dal campo. Ma grazie al testo di Raffaele Tarantino, le loro storie e i principi che hanno difeso non saranno dimenticati. Anzi, potranno continuare a essere esempio per tutta la società civile, dai più giovani ai più adulti, insegnando che lo sport può essere portavoce di passione, lealtà, rispetto e comunità, e una scuola di vita capace di lasciare un segno duraturo.