Sono il 18% in meno. Numeri a picco a causa della mancanza di adeguate opportunità professionali. Reggio e Catanzaro sono tra le cinque province italiane più colpite dallo spopolamento. Il report della Cgia
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Via da casa per studio e per lavoro. La Calabria “svanisce” a velocità impressionante. Negli ultimi dieci anni, la regione ha registrato la contrazione della popolazione giovanile (15-34 anni) più marcata d’Italia, con un crollo del 18%. In termini assoluti, la Calabria ha perso 85mila giovani in un solo decennio passando da 471.717 a 386.743. La provincia di Reggio Calabria ha visto sparire il 19,5% dei suoi under 35, Catanzaro il 18,6%, Crotone il 17,5%, Cosenza il 17,3% e Vibo Valentia il 15,3%. Lo dice l’ultimo studio della Cgia di Mestre sul panorama del lavoro nazionale entro 5 anni. Le previsioni sono drammatiche.
In termini numerici la provincia che ha pagato lo scotto maggiore è Cosenza da dove sono emigrati 28.831 giovani. Dai comuni della provincia di Reggio Calabria ne sono partiti 26.366. Da Catanzaro 16.025, da Crotone 7.682 e da Vibo Valentia 6.070.
Calabria maglia nera
Reggio Calabria e Catanzaro si posizionano rispettivamente al quarto e quinto posto nella classifica nazionale delle province italiane che hanno subito lo spopolamento giovanile più marcato in termini percentuali.
La Calabria non è solo la regione che perde più giovani, ma è anche quella dove il tessuto produttivo privato fatica di più: su una domanda di sostituzione di 75.400 lavoratori prevista tra il 2025 e il 2029, solo il 36,6% riguarda dipendenti del settore privato, la percentuale più bassa di tutto il Paese. Questo indica un’economia dove il ricambio avviene faticosamente e dove il lavoro autonomo o pubblico rimane l'unica, fragile ancora di salvezza.
Questi numeri hanno una ragione, anzi più di una.
In primo luogo, dice la Cgia, la Calabria è colpita in modo particolarmente acuto dalla crisi demografica che attanaglia il Paese con meno nascite e invecchiamento della popolazione residente con scarsa capacità di ricambio generazionale. Poi dall’emorragia di capitale umano dal Mezzogiorno che alimenta i bacini demografici e lavorativi del Centro e soprattutto del Nord Italia. L’associazione degli artigiani dice anche che è colpa della bassa capacità attrattiva delle imprese che fatica a inglobare e a trattenere nuove leve. Nel Mezzogiorno e in Calabria i giovani si trovano spesso ad affrontare il nodo, non secondario, di carriere lavorative discontinue e retribuzioni più basse rispetto alla media nazionale. Questa precarietà economica rende difficile la permanenza nei territori d'origine e mette a rischio la futura sostenibilità del sistema, inclusa la rendita pensionistica.
Con l'uscita dal mercato del lavoro di oltre 3 milioni di "baby boomer" prevista entro il 2029, il ricambio generazionale è compromesso dalla scarsità di giovani residenti. In Calabria il mercato del lavoro risulta meno dinamico rispetto ad altre aree del Paese e fatica a creare nuove opportunità stabili per chi resta.
L’Italia rallenta, i numeri del declino
Il dramma calabrese è però solo la punta dell’iceberg di una crisi demografica nazionale che sta svuotando l'Italia. Negli ultimi dieci anni, i giovani italiani tra i 15 e i 34 anni sono diminuiti complessivamente di quasi 550 mila unità. Sebbene dal 2023 la fascia anagrafica sembri essersi stabilizzata intorno ai 12,1 milioni di persone, le previsioni per il futuro sono cupe: entro il 2045 si stima un crollo a 10,1 milioni, ovvero 2 milioni di giovani in meno rispetto a oggi.
Questa "degiovanizzazione", come la definisce la Cgia, mette a serio rischio la tenuta del mercato del lavoro. Entro il 2029, infatti, circa 3 milioni di lavoratori -prevalentemente "baby boomer" - usciranno dal circuito produttivo per raggiunti limiti di età o anzianità contributiva . Di questi, 1,6 milioni sono dipendenti privati, oltre 768 mila sono dipendenti pubblici e circa 665 mila sono lavoratori autonomi.
La voragine del ricambio: chi prenderà il posto dei pensionati?
Il problema centrale sollevato dalla Cgia riguarda il ricambio occupazionale: chi sostituirà questi lavoratori? La difficoltà di trovare personale è già oggi una "missione quasi impossibile" per molti imprenditori, specialmente per le piccole imprese che hanno meno capacità attrattiva rispetto ai grandi gruppi.
A livello territoriale, la pressione sarà massima al Nord. In Lombardia, dice il report, l’incidenza delle uscite dei dipendenti privati sul totale sarà del 64,6%, in Emilia-Romagna del 58,6% e in Veneto del 56,5%.
Paradossalmente, mentre il Sud si svuota di giovani, il Nord si trova a gestire una domanda di sostituzione massiccia (913.000 unità nel solo Nord-Ovest) che rischia di restare inevasa.
La tenuta dei sistemi pensionistico e sanitario
L'invecchiamento della popolazione non minaccia solo le fabbriche, ma anche i conti dello Stato. La spesa previdenziale sul Pil, dice sempre l’associazione degli artigiani, passerà dall'attuale 15,4% a un picco del 17% verso il 2040. Sebbene il sistema sembri in grado di autosostenersi nel lunghissimo periodo (scendendo sotto il 14% entro il 2070), il vero problema riguarda l'adeguatezza degli assegni. I giovani di oggi, con carriere discontinue e stipendi bassi, rischiano una vecchiaia in povertà. La soluzione proposta è l'introduzione di forme di risparmio previdenziale nominativo volontario presso l'Inps per integrare le future pensioni.
La sanità è l’altro nodo. Qui la sfida è ancora più complessa. Gli over 65, che oggi sono il 25% della popolazione, assorbono già il 60% della spesa sanitaria nazionale. Entro il 2050, questa fascia d'età salirà al 35%, portando a un'esplosione dei costi per la sanità e la non autosufficienza.
Il confronto con l'Europa, l'Italia è maglia nera
L'Italia emerge come il Paese più "degiovanizzato" dell'Eurozona. Se la media europea di contrazione della popolazione 15-34 anni è dello 0,4%, l'Italia ha registrato un -4,3% tra il 2015 e il 2025. A differenza di altre grandi economie come la Francia (+1,6%) o la Spagna (+5,3%), che hanno invertito la rotta grazie all'immigrazione, l'Italia continua a scivolare lungo il declino demografico.

