Carburanti ai massimi, trasporti sotto pressione e primi segnali di difficoltà nei rifornimenti: la crisi energetica globale legata allo Stretto di Hormuz è ormai entrata anche nella quotidianità della Calabria, dove l’impatto dello shock internazionale si sta rivelando più pesante che nel resto del Paese. Il rincaro di benzina e diesel – come evidenziato dal Sole 24 Ore – , spinto dalla riduzione dei flussi di petrolio attraverso uno degli snodi più delicati al mondo, sta trasformando una crisi geopolitica in un problema concreto per famiglie, imprese e intere filiere produttive calabresi.

Alla base c’è il conflitto in Medio Oriente, che nelle ultime settimane ha portato al rallentamento, e in alcuni momenti quasi al blocco, del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, da cui nel 2024 sono transitate circa 21 milioni di barili di petrolio al giorno. Di questi, quasi quattro quinti erano destinati all’Asia, con la Cina primo importatore globale e fortemente dipendente dal Golfo. Ma l’impatto della crisi si estende ben oltre l’Asia. Paesi come Pakistan, Thailandia e India stanno già vivendo effetti diretti sull’energia e sui consumi, tra razionamenti, fondi pubblici in difficoltà e carenze nei beni essenziali.

Questo scenario globale si riflette inevitabilmente anche in Italia, che resta fortemente dipendente dall’estero. La produzione nazionale di gas copre poco più del 4% del fabbisogno, mentre una quota significativa delle forniture arriva dall’estero. Il blocco delle esportazioni dal Qatar, che copriva circa il 10% del consumo italiano di gas naturale liquefatto, ha ulteriormente complicato il quadro, costringendo il governo a cercare alternative tra Stati Uniti, Azerbaigian e Algeria.

Nelle ultime ore lo scenario internazionale ha registrato un passaggio chiave. Il presidente degli Stati Uniti Trump ha annunciato una tregua temporanea di due settimane con l’Iran, raggiunta poco prima della scadenza dell’ultimatum che prevedeva possibili attacchi su larga scala contro il settore energetico iraniano: «Un'intera civiltà sta per morire», aveva tuonato ieri il numero uno della Casa Bianca. L’accordo è subordinato alla riapertura completa dello Stretto di Hormuz, mentre da Teheran è arrivata la disponibilità a garantire il transito delle petroliere per un periodo limitato. Una tregua fragile che ha però avuto effetti immediati sui mercati, con forti rialzi nelle Borse asiatiche e un temporaneo allentamento della pressione sul petrolio.

Ma se sul piano globale si intravedono segnali di distensione, in Calabria la crisi è già pienamente in atto. Il prezzo del gasolio ha superato stabilmente i 2,20 euro al litro, tra i più alti d’Italia, tanto che – come evidenziato dalla Codacons, sulla base dei dati regionali forniti dal Mimit – il diritto alla mobilità rischia di trasformarsi in un lusso. Una condizione che colpisce un territorio già fragile, dove la dipendenza dal trasporto su gomma e la carenza di infrastrutture amplificano ogni aumento dei costi energetici.

Le conseguenze per la nostra regione sono diffuse e soprattuto immediate. L’agricoltura registra un aumento significativo dei costi di produzione, la pesca è tra i settori più colpiti dal caro carburante, mentre il trasporto merci vive una fase di forte difficoltà. Anche il turismo inizia a risentire del rincaro dei carburanti, con effetti su servizi e mobilità. A questo si aggiungono i primi segnali di tensione nella distribuzione, come dimostrano le limitazioni nei rifornimenti all’aeroporto di Reggio Calabria, introdotte per garantire la continuità operativa.

Il Notam sulla limitazione di carburante per aerei a 3. 000 litri nell'aeroporto reggino «è stato un nota di tutela per limitare il rifornimento da parte di vettori che venivano a Reggio per incrementarlo atteso che su altri scali come Bologna, Venezia, Treviso e Linate non c'era disponibilità». Lo ha detto l'amministratore unico di Sacal, la società di gestione dei tre aeroporti calabresi, Marco Franchini parlando con l'Ansa sottolineando che «in questo momento per gli aeroporti calabresi non c'è nessun problema».

Ma la crisi non riguarda più soltanto l’energia. Il blocco dello Stretto di Hormuz sta colpendo anche un’altra arteria fondamentale dell’economia globale: quella dei fertilizzanti. Circa un terzo del commercio marittimo mondiale di fertilizzanti passa proprio attraverso questo snodo, mentre i Paesi del Golfo producono quasi la metà dell’urea globale e circa il 30% dell’ammoniaca, elementi essenziali per la produzione agricola.

Il crollo del traffico marittimo, sceso di oltre il 95% nelle settimane successive all’inizio del conflitto – secondo dati UNCTAD (Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo) – , sta già producendo un effetto domino. Meno fertilizzanti disponibili significa raccolti più scarsi, con una conseguente crescita dei prezzi alimentari. I segnali sono già evidenti com il prezzo dell’urea è salito fino a circa 700 dollari a tonnellata rispetto ai 400-490 del periodo precedente alla crisi, con un aumento vicino al 50% in poche settimane.

Anche la Fao ha lanciato l’allarme, stimando un aumento medio dei prezzi globali dei fertilizzanti tra il 15% e il 20% nella prima metà del 2026 se la crisi dovesse proseguire. Gli effetti di questa dinamica rischiano ovviamente di colpire direttamente anche la Calabria. In una regione dove l’agricoltura rappresenta un settore fondamentale, l’aumento del costo dei fertilizzanti si somma a quello del carburante, comprimendo ulteriormente i margini delle aziende e mettendo a rischio la sostenibilità delle produzioni. Il risultato è un ulteriore aumento dei prezzi lungo tutta la filiera, con ripercussioni dirette sui consumatori.

Il rincaro dei carburanti e dei fertilizzanti si sta già riflettendo sui prezzi dei beni di prima necessità, alimentando una pressione inflattiva crescente. È un effetto domino che parte dall’energia, attraversa l’agricoltura e arriva fino agli scaffali dei supermercati, rendendo sempre più costosa la vita quotidiana delle famiglie calabresi.

In questo contesto prende sempre più corpo l’ipotesi di un “lockdown energetico”, uno scenario che potrebbe avere effetti economici persino più duri di quelli registrati durante la pandemia, soprattutto nei territori più fragili. La Calabria si trova così in prima linea, esposta a una crisi che non è più solo energetica ma anche alimentare.

E mentre la tregua annunciata da Trump prova a guadagnare tempo e a stabilizzare i mercati mondiali, resta l’incertezza su ciò che accadrà nelle prossime settimane. Perché se è vero che la crisi nasce a migliaia di chilometri di distanza, è altrettanto vero che i suoi effetti, in Calabria, sono già presenti. E rischiano di diventare ancora più pesanti.