Turni massacranti e lavoro nero. Le storie raccolte da Open raccontano un Paese dove l’occupazione cresce solo nei numeri, ma il lavoro vero e pagato il giusto resta un lusso. Sui social l’Osservatorio sullo sfruttamento raccoglie ogni giorno decine di testimonianze anonime non solo calabresi
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«Mi hanno offerto mille euro lordi all’anno». «Pagati solo se non pioveva». «Non troverai altre aziende che ti valorizzino come noi». Sono alcune delle testimonianze raccolte da Open nell’inchiesta pubblicata nei giorni scorsi sul lavoro povero e sulle offerte occupazionali considerate umilianti da chi ha deciso di rifiutarle.
Un viaggio dentro un’Italia che continua a lamentare la mancanza di personale, ma che spesso propone condizioni economiche e contrattuali che molti lavoratori considerano inaccettabili. Dallo stage da 500 euro mensili per un ingegnere laureato con 110 e lode al tirocinio da mille euro lordi all’anno, fino alle false partite Iva e ai contratti che esistono soltanto sulla carta.
L'inchiesta di Open racconta un fenomeno nazionale che attraversa professioni, territori e generazioni diverse. E che trova riscontri anche in Calabria.
Negli ultimi mesi, infatti, una pagina Facebook dal titolo emblematico – «Il pagamento? Poi vediamo» – ha iniziato a raccogliere decine di testimonianze anonime di lavoratori calabresi. Un vero e proprio osservatorio spontaneo sullo sfruttamento lavorativo, alimentato da racconti che arrivano soprattutto dai settori del turismo, della ristorazione, del commercio e dei servizi.
Le storie pubblicate disegnano una geografia del lavoro precario che attraversa l'intera regione.
C'è chi racconta di aver lavorato per sedici anni a Tropea senza un contratto regolare, senza ferie e senza giorni di riposo tra maggio e settembre. «Mai un contratto regolare, mai un giorno libero neanche per andare ai funerali», scrive un lavoratore che parla anche di problemi di salute mai riconosciuti e di un clima di continua pressione.
Un'altra testimonianza riguarda il settore dell'animazione turistica. Una giovane racconta di aver firmato un contratto da 42 ore settimanali, poi ridotto formalmente a 36, per una retribuzione di 650 euro al mese. Le ore effettive, però, sarebbero state molte di più. Il giorno libero? «Quando pioveva». Successivamente il trasferimento in un albergo, con almeno cinquanta ore di lavoro settimanali e nessun compenso aggiuntivo.
In provincia di Cosenza, invece, qualcuno racconta di aver svolto dieci giorni di prova in un supermercato ricevendo appena cento euro. Lo stesso lavoratore riferisce poi di aver lavorato in un bar per cento euro a settimana e di aver partecipato a uno stage di due mesi presso un ente pubblico senza alcuna retribuzione.
Un'altra testimonianza arriva da Reggio Calabria. Durante un colloquio di lavoro sarebbe stata proposta una collaborazione part-time da tre giorni a settimana, con turni dalle 9.30 alle 13 e dalle 16 alle 20, per una retribuzione complessiva di 360 euro al mese. «Ti va bene?», sarebbe stata la domanda finale. Il candidato ha rifiutato.
Particolarmente significativo anche il racconto di una lavoratrice che descrive un colloquio per una struttura alberghiera. La richiesta comprendeva disponibilità per tre mansioni diverse – bar, ristorante e pulizia camere – oltre a turni spezzati, weekend, festività e reperibilità costante. L'offerta finale: un contratto da stagista a 600 euro mensili.
Molte testimonianze convergono su alcuni elementi ricorrenti: contratti part-time che coprirebbero soltanto una minima parte delle ore realmente svolte, straordinari non pagati, lavoro festivo non riconosciuto, salari bassi e una diffusa incertezza sulle condizioni economiche. Ma accanto alle denunce emergono anche posizioni opposte.
Tra i commenti pubblicati dall'Osservatorio compare infatti la voce di un imprenditore turistico di Tropea che contesta questa rappresentazione del settore. Secondo il suo racconto, oggi sarebbero le aziende a faticare nel reperire personale, tanto da cercare lavoratori fuori regione offrendo vitto e alloggio. «Non ci sono più lavoratori ricattati o sfruttati», sostiene, affermando che il problema sarebbe semmai la carenza di manodopera.
Due narrazioni che sembrano inconciliabili ma che fotografano una delle principali contraddizioni del mercato del lavoro contemporaneo.
Da una parte gli imprenditori denunciano la difficoltà nel trovare personale qualificato. Dall'altra, molti lavoratori raccontano offerte economiche considerate insufficienti, contratti precari e condizioni che spesso non garantirebbero una reale stabilità.
L'inchiesta di Open e le testimonianze raccolte dall'Osservatorio calabrese finiscono così per convergere su una domanda centrale: il problema è davvero che i giovani non vogliono lavorare o, piuttosto, che una parte del mercato continua a proporre condizioni che molti non sono più disposti ad accettare?
In attesa della direttiva europea sulla trasparenza salariale, che imporrà alle aziende di indicare retribuzioni e fasce di stipendio già negli annunci di lavoro, il dibattito resta aperto. Nel frattempo, centinaia di racconti continuano ad accumularsi online, componendo un mosaico che mostra il volto meno visibile del lavoro in Calabria e nel resto del Paese.

