Vivere a pochi passi dall’Unical costa sempre di più. Tra canoni, utenze, trasporti, vitto e tasse universitarie, il peso sui bilanci familiari cresce. E chi resta appena fuori dalle agevolazioni rischia di pagare il prezzo più alto
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A Quattromiglia fittare una stanza sta diventando un bene da contrattare con la cautela con cui un tempo si cercava un appartamento. Il mercato degli affitti universitari, nell’area immediatamente prossima all’Università della Calabria, ha assunto una fisionomia che merita una riflessione meno epidermica di quella suggerita dalla semplice legge della domanda e dell’offerta.
Le cifre sono ormai eloquenti. Negli ultimi anni il costo delle stanze è cresciuto sensibilmente e, nelle soluzioni più ambite, si arriva a cifre che possono sfiorare i 400 euro mensili. Un dato che va letto anche alla luce di rilevazioni recenti: nell’area di Quattromiglia vengono oggi segnalate singole comprese indicativamente fra i 3000 e i 350 euro, mentre precedenti rilevazioni avevano documentato casi arrivati fino a 400 euro. Addirittura, alcune stanze, trovate nel mese di ottobre/novembre arrivano a costare sui 450 euro.
Il problema, naturalmente, non consiste nel pretendere che il proprietario di un immobile rinunci alla legittima remunerazione del proprio bene. Nessuno può seriamente contestare il principio secondo cui un appartamento debba produrre un reddito adeguato alle sue caratteristiche, alla sua posizione, allo stato di conservazione e ai costi di gestione. Il punto è un altro: che cosa accade quando il prezzo di mercato comincia a divorare la capacità economica di una parte consistente della domanda?
È qui che emerge il paradosso della fascia media.
L’Unical dispone di un sistema di diritto allo studio che comprende borse, servizi e residenze. Il bando disciplina differenti forme di contribuzione al costo dell’alloggio, distinguendo fra studenti beneficiari, idonei non beneficiari e studenti non idonei. Per questi ultimi è previsto anche l’alloggio a pagamento.
Tutto questo è necessario e va riconosciuto. Ma non esaurisce la questione.
Esiste, infatti, una platea di famiglie che si colloca in quella zona grigia nella quale il reddito familiare è troppo elevato per consentire l’accesso alle agevolazioni più consistenti e, contemporaneamente, non è abbastanza elevato da rendere irrilevante il costo di una stanza da 300, 350 o 400 euro al mese.
È la cosiddetta fascia media: quella che raramente beneficia delle misure destinate alle situazioni economiche più fragili, ma che non dispone neppure di risorse tali da poter assorbire senza conseguenze l'aumento continuo dei costi.
E il problema non riguarda soltanto l’affitto.
A una stanza occorre aggiungere le utenze, il trasporto, il vitto, i libri, le tasse universitarie (che superano i 2000 euro annui) le spese quotidiane. Il figlio che studia fuori sede diventa così una voce strutturale nel bilancio familiare. Un incremento di cento euro mensili non equivale, nella vita concreta, a una cifra astratta: significa 1.200 euro in più all’anno. Per una famiglia può voler dire rinunciare ad altro, ricorrere all’aiuto dei nonni, aumentare il lavoro dei genitori o, nei casi più difficili, interrogarsi sulla possibilità stessa di sostenere un percorso universitario fuori dal proprio comune.
Ed è proprio questo il punto sul quale sarebbe opportuno riflettere.
Una città universitaria non può diventare progressivamente inaccessibile proprio agli studenti che la sua università dovrebbe attrarre e formare.
Quattromiglia gode di una posizione privilegiata: prossimità all’ateneo, servizi, attività commerciali, ristorazione, collegamenti e una concentrazione di vita studentesca che ne fa una delle aree maggiormente richieste. È comprensibile, dunque, che il mercato attribuisca a quella posizione un valore maggiore.
Ma proprio perché il prezzo è determinato anche dalla concentrazione della domanda, occorre interrogarsi sul limite oltre il quale l’aumento rischia di diventare controproducente.
Perché anche il mercato, prima o poi, incontra la propria soglia. Oggi lo studente c’è. Domani potrebbe scegliere un’altra zona. Dopodomani potrebbe cercare un alloggio a Cosenza, a Commenda, ad Arcavacata o in altri quartieri, se il differenziale economico dovesse diventare sufficientemente rilevante. Oppure potrebbe organizzarsi diversamente, condividendo maggiormente gli spazi, riducendo la permanenza a Rende o, nei casi più delicati, rinunciando alla soluzione che aveva inizialmente scelto.
È sterile, però, anche la replica di chi, di fronte al caro-affitti, liquida la questione con un semplice: «Bene, allora cercate casa altrove». Certo, è possibile. Ma non è una risposta al problema: è soltanto il modo più sbrigativo per spostarlo qualche chilometro più in là.
Uno studente è lì perché deve studiare, non perché abbia sottoscritto un voto francescano di povertà e debba dimostrare la propria vocazione ascetica attraverso stanze sovrapprezzate, pendolarismi esasperanti e sacrifici economici sempre più gravosi. Nessuno pretende il privilegio di abitare gratuitamente a due passi dall’Università; si chiede semplicemente che il diritto allo studio non venga accompagnato dall'obbligo di una penitenza immobiliare.
Del resto, sostenere che chi non può permettersi Quattromiglia debba semplicemente andare altrove significa dimenticare che anche la distanza ha un costo: economico, temporale e personale. Più chilometri significano trasporti, carburante o abbonamenti, tempo sottratto allo studio, minore accessibilità ai servizi universitari e, in molti casi, una qualità della vita inferiore.
Non si può, dunque, trasformare ogni critica al caro-affitti in un generico invito a «cercare altrove». Un mercato efficiente dovrebbe confrontarsi anche con la capacità reale della domanda di sostenere i prezzi che esso stesso produce.
E allora l’invito ai proprietari non vuole essere una predica morale, né una negazione del diritto alla redditività. È, semmai, una considerazione di puro buon senso economico: non sempre il massimo canone possibile coincide con il massimo rendimento possibile nel lungo periodo.
Un appartamento vuoto non produce reddito.
Una stanza che rimane sfitta per mesi perché il prezzo richiesto supera la capacità di spesa degli studenti non è necessariamente un affare migliore di una stanza locata a una cifra più equilibrata. E un mercato che esaspera progressivamente i prezzi rischia di impoverire la stessa platea dalla quale trae la propria redditività.
Oggi Quattromiglia può ancora contare su una domanda fortissima. L’Unical continua a rappresentare il principale motore di quella particolare economia immobiliare. Ma sarebbe miope considerare questa domanda come una riserva inesauribile.
L’università, del resto, non è soltanto un luogo nel quale gli studenti frequentano lezioni. È un ecosistema che produce commercio, ristorazione, trasporti, servizi, occupazione e, naturalmente, reddito per chi mette a disposizione gli immobili. Se il costo dell’abitare diventa eccessivo, il danno non resta confinato allo studente: si riverbera sull’intero sistema.
La questione, pertanto, non può essere ridotta allo scontro fra «proprietari» e «studenti». In mezzo vi sono famiglie, piccoli proprietari, operatori economici e soprattutto una comunità universitaria che ha bisogno di mantenere un equilibrio fra qualità della vita e sostenibilità economica.
Occorre anche evitare un equivoco: chiedere maggiore equilibrio nei canoni non significa pretendere affitti irrealisticamente bassi. Significa riconoscere che un mercato sano dovrebbe consentire al proprietario di ottenere una remunerazione congrua e allo studente di poter sostenere il costo dell’abitazione senza trasformare la propria esperienza universitaria in un esercizio permanente di sacrificio economico.
La fascia media, in questo quadro, rischia di diventare quella maggiormente esposta: abbastanza «ricca» per essere esclusa da una parte delle agevolazioni, abbastanza «povera» per subire pesantemente il caro-affitti.
È una contraddizione che merita attenzione.
Perché l’università non può essere davvero inclusiva soltanto per chi rientra nei parametri delle agevolazioni e, al tempo stesso, economicamente proibitiva per chi quei parametri li supera di poco.
E anche i proprietari dovrebbero guardare oltre l’incasso del prossimo mese.
Oggi una stanza a 350 o 400, addirittura 450 euro può trovare qualcuno disposto a pagarla. La vera domanda è se domani troverà ancora qualcuno disposto, o soprattutto in grado, di farlo.
Il mercato può sfruttare una domanda forte. Ma non può prescindere dalla sua capacità di sopravvivere. Perché quando il prezzo supera una certa soglia, non è più soltanto l’inquilino a cercare una casa.
È la casa che, lentamente, comincia a rischiare di non trovare più l’inquilino.

