I sommozzatori finlandesi hanno localizzato i quattro dispersi nel secondo ambiente della grotta di Thinwana Kandu, a circa 50-60 metri di profondità. Intanto emergono dubbi sulle autorizzazioni e sulle condizioni delle operazioni di soccorso
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Una ricostruzione dell'Ai delle grotte Thinwana Kandu, nell’atollo di Vaavu alle Maldive, dove sono rimasti intrappolati i cinque sub italiani
Sono stati individuati nel secondo ambiente della grotta sommersa di Thinwana Kandu, nell’atollo di Vaavu alle Maldive, i corpi dei quattro sub italiani ancora dispersi dopo la tragedia avvenuta durante un’immersione a circa 50-60 metri di profondità. Il recupero sarà effettuato in due operazioni distinte: due corpi verranno riportati in superficie martedì e gli altri due mercoledì.
La notizia è arrivata nel pomeriggio direttamente dalle squadre di soccorso impegnate nella complessa operazione subacquea all’interno del sistema di cavità noto anche come “Grotta degli squali”. Secondo quanto riferito dai sommozzatori finlandesi arrivati alle Maldive su richiesta del governo italiano, i quattro corpi si trovano «in fondo a un tunnel, sul fondo del secondo ambiente della grotta», un’area particolarmente difficile da raggiungere per profondità, correnti e conformazione dei passaggi.
Le immersioni di recupero vengono considerate estremamente rischiose. Il portavoce del governo maldiviano Mohamed Hussain Shareef ha spiegato che il team internazionale dispone di attrezzature tecniche provenienti da Regno Unito e Australia, scooter subacquei e sistemi avanzati di riciclo dell’aria, ma ogni immersione operativa non può superare le tre ore. In caso di ostacoli o problemi tecnici, i sommozzatori sono costretti a interrompere immediatamente la discesa e tornare in superficie.
La morte del soccorritore
La tragedia ha già provocato una sesta vittima indiretta. Nei giorni scorsi è infatti morto anche il sergente maggiore delle Forze di difesa maldiviane Mohamed Mahadi, colto da un malore durante un’immersione di soccorso. Secondo le prime ricostruzioni, il militare potrebbe essere stato colpito da malattia da decompressione. Le sue condizioni avevano immediatamente destato preoccupazione nella comunità dei sub professionisti locali.
Proprio dalle Maldive, intanto, emergono tensioni e polemiche. Alcune guide subacquee locali hanno raccontato al Corriere della Sera che il militare deceduto sarebbe stato spinto a immergersi nonostante non disponesse dell’attrezzatura adeguata. «Gli avevamo detto di non scendere», ha raccontato una guida esperta che conosceva personalmente Mahadi. «C’erano troppe pressioni».
Il giallo delle autorizzazioni
Restano inoltre molti interrogativi sulle autorizzazioni all’immersione. Le autorità maldiviane sostengono che soltanto tre dei cinque italiani coinvolti fossero autorizzati a superare i 30 metri di profondità. Una versione contestata dal marito della professoressa Monica Montefalcone, tra le vittime insieme alla figlia Giorgia Sommacal. «Non credo assolutamente che mia figlia non fosse autorizzata», ha dichiarato Carlo Sommacal. «Mia moglie era preparatissima e coscienziosa. Se fosse stata un’immersione rischiosa non ci avrebbe mai portato nostra figlia».
Le vittime
Le vittime della tragedia sono Monica Montefalcone, docente di Ecologia marina dell’Università di Genova, la figlia ventiduenne Giorgia Sommacal, l’istruttore subacqueo Gianluca Benedetti — unico corpo già recuperato nei giorni scorsi — la biologa marina Muriel Oddenino e Federico Gualtieri, biologo marino e istruttore sub certificato.
Sulla vicenda indagano sia le autorità delle Maldive sia la Procura di Roma. Gli investigatori dovranno chiarire cosa sia accaduto all’interno del sistema di grotte sommerse di Thinwana Kandu, una struttura geologica caratterizzata da tunnel stretti, camere interne e forti correnti oceaniche, considerata tra le immersioni più tecniche e pericolose dell’atollo di Vaavu.
La tragedia nel buio dei fondali
Un ingresso nascosto nella parete del reef a oltre 50 metri di profondità. Poi il buio. Tunnel stretti, cunicoli, camere sommerse e un fondale che precipita fino a 78 metri. È dentro questo labirinto sottomarino di Thinwana Kandu, nell’atollo di Vaavu alle Maldive, che si sarebbe consumata la tragedia dei cinque sub italiani morti durante un’immersione estrema diventata, secondo gli investigatori, una trappola senza via di fuga.
Con il passare delle ore emergono dettagli sempre più inquietanti sulla conformazione della grotta conosciuta dai sub tecnici come uno dei punti più difficili e pericolosi dell’arcipelago maldiviano.
L’ingresso della cavità si troverebbe tra i 50 e i 60 metri di profondità, già ben oltre il limite ricreativo dei 30 metri previsto alle Maldive senza autorizzazioni specifiche. Da lì la grotta si svilupperebbe per oltre 60 metri all’interno della parete corallina, attraversando strettoie e ambienti completamente privi di luce naturale.
La volta partirebbe intorno ai 58 metri, mentre alcune camere interne raggiungerebbero addirittura i 78 metri di profondità.
Non una normale immersione turistica, dunque, ma una vera immersione tecnica in ambiente “overhead”, assimilabile alla speleologia subacquea, dove non esiste la possibilità di una risalita diretta verso la superficie.
A rendere ancora più pericolosa la cavità sarebbero le forti correnti dei “kandu”, i canali oceanici che attraversano gli atolli maldiviani, capaci di alterare orientamento, consumi d’aria e visibilità.
La fuga disperata di Gianluca Benedetti
Secondo le ricostruzioni investigative, uno dei sub potrebbe essere rimasto in difficoltà all’interno della grotta e gli altri avrebbero tentato di soccorrerlo, restando a loro volta intrappolati nel sistema di tunnel sommersi.
Un’ipotesi che spiegherebbe anche la posizione in cui è stato ritrovato Gianluca Benedetti, istruttore e capo barca, unico recuperato nelle prime ore dopo la tragedia. Il suo corpo sarebbe stato individuato vicino all’ingresso della prima camera della grotta, separato dagli altri quattro sub localizzati invece nel secondo ambiente più interno.
La sua bombola risultava quasi completamente vuota.
Un dettaglio che, secondo gli investigatori, potrebbe indicare un disperato tentativo di fuga verso l’esterno. Benedetti aveva con sé anche un bombolino di Nitrox, miscela utilizzata nelle emergenze e nella decompressione, ma non sarebbe riuscito a raggiungere i 30 metri necessari per poterla utilizzare correttamente.
A quelle profondità, spiegano gli esperti, il margine di errore è praticamente nullo. Oltre i 60 metri il consumo di gas aumenta enormemente, la narcosi da azoto può compromettere lucidità e orientamento e ogni minuto trascorso sul fondo richiede lunghe tappe decompressive.
Dentro una grotta, inoltre, non è possibile risalire verticalmente: bisogna ritrovare l’uscita attraversando nuovamente i tunnel percorsi all’andata.
«È stretta e buia, ci sono pochi minuti per uscire», raccontano fonti vicine agli ambienti della subacquea tecnica citate dai media italiani.
Intanto le indagini si stanno concentrando sulle autorizzazioni e sulle procedure di sicurezza adottate durante la spedizione.
Il ministero del Turismo delle Maldive ha sospeso a tempo indeterminato la licenza della “Duke of York”, la safari boat sulla quale viaggiavano i sub italiani.
La spedizione era stata commercializzata dal tour operator piemontese Albatros Top Boat di Verbania e organizzata dalla società maldiviana Island Cruiser Limited Company di Malé. La legale del tour operator ha dichiarato che la società non sarebbe mai stata informata del fatto che l’immersione avrebbe superato i 30 metri di profondità previsti dalla normativa locale senza autorizzazioni speciali.
Dubbi analoghi emergono anche sull’organizzazione operativa della discesa e sulla gestione di un’immersione che avrebbe richiesto standard cave diving e deep diving molto elevati.

