Il grande problema degli innovatori sono i discepoli. Mettersi dietro la spuma di chi corre veloce e guida per conto suo e in solitaria è come saltare la fila approfittando del passaggio di un’ambulanza. Un inganno. C’è chi riesce a fare meglio del maestro, va detto, ma sono eccezioni rare come un orso albino. A guardare la coda di quelli che rivendicano il diritto alla genialità, c’è da cambiare corsia a ogni metro.

Nell’arte quella degli pseudo epigoni è una piaga che riesce a ingannare perfino gli occhi allenati, quelli che dovrebbero distinguere un capolavoro da una crosta. In questi anni il cinema sta divorando un certo tipo di atmosfere e storie del passato perché non sa più inventare e la smania di rispolvero è racchiusa tutta in una parola sola: “rivisitazione”. Tutto va riletto, ammodernato, rilucidato, rivisto in chiave preferibilmente pop. O così o niente.

Il disastroso “Cime tempestose” ne è la prova. Emerald Fennell non è Sofia Coppola, così come Mike Flanagan, che ha voluto mettere mano a “Carrie”, non è Brian De Palma, Lanthimos non è Kubrick, Refn non è Lynch e così via. Ma loro, come la consunta storia del calabrone che non può volare, non lo sanno e continuano purtroppo a macinare “geniali” riletture senza soluzione di continuità.

Ed è per questo che “Ragione e sentimento”, ora nelle sale, che aveva già visto una fedele trasposizione diretta da Ang Lee trent’anni fa, ora nella versione di Georgia Oakley mantiene stretto al petto il sacrosanto diritto a non inventare niente solo per il gusto di mostrarsi differente, ma semplicemente racconta una storia classica come si deve e nel miglior modo possibile, permettendo al pubblico di godersi il viaggio. Una rivoluzione quasi. Sembra un paradosso, ma è la naturale evoluzione della saturazione.

La terra letteraria di Jane Austen, lei sì innovatrice audace e sincera, continua a innamorare generazioni di lettori e lettrici appassionate dei suoi intrecci, delle sue donne, delle atmosfere di un’Inghilterra Regency che profuma di lavanda, di the, dolci alla cannella, burro fresco, che se ne stava avvolta negli abiti di cotone, accarezzata da brughiere e dalle edere che avvolgono ancora oggi i cottage nelle Cotswold.

Oakley racconta fedelmente la storia delle sorelle Dashwood, messe alla porta dopo la morte del padre. La famiglia dice addio alla casa dove era stata felice e si adatta a un nuovo, più modesto alloggio nel Devonshire. Elinor, la più pacata e saggia, Marianne, passionale e sulfurea, e la piccola Margaret, insieme alla madre, capiranno che a volte il destino avverso è solo l’anticamera per una nuova felicità. Ma, per arrivare alla gioia, le pene d’amore più lancinanti devono ferire fino a far sanguinare il cuore. 

Il cast femminile è proprio come l’immaginazione suggerisce: Daisy Edgar-Jones è una perfetta Elinor, così come Esme Creed-Miles nei panni di una Marianne spettinata, sfatta, caotica e ribelle. Entrambe non fanno rimpiangere il paragone con il film del ’95, dove le parti erano di Emma Thompson e Kate Winslet.

Un po’ meno azzeccato il cast maschile, ma, come due occhi di diverse gradazioni, la vista viene compensata e resta più che gradevole. “Ragione e sentimento” non è pop, psichedelico, punk; non innova, non rilegge e non rivisita. Perché non ce n’è alcun bisogno.