Il caso del trigesimo non celebrato diventa occasione di riflessione ecclesiale su ascolto, misericordia e corresponsabilità tra sacerdote e fedeli
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Il cristianesimo è “vivere per” (gli altri). Un pensiero potente che Tonino Bello – il vescovo salentino degli Ultimi – amava ripetere spesso nelle sue omelie. La Croce, secondo il presule nativo di Alessano, è una “memoria storicamente sovversiva” che scuote profondamente le coscienze, insegnando loro il cammino verso l’amore, la condivisione, le responsabilità sociali.
Don Milani e la sua scuola lavorano molto sul piano educativo per costruire una pedagogia della cura, capace di tenere insieme gioia e dolore, attesa e fragilità, nel senso della piena accoglienza dell’esperienza umana, segnata dal rischio dell’abbandono e del tradimento.
L’ingresso di Gesù a Gerusalemme, nella Domenica delle Palme, segna l’inizio di un percorso che porta alla scoperta della Croce – e della sua straordinaria forza salvifica di liberazione – e della Risurrezione pasquale come pedagogia della speranza e della luce che vincono sull’ombra della morte.
In questo orizzonte, quanto accaduto a Cellara, piccolo paese del Cosentino, proprio in occasione delle Palme, può essere letto pacatamente, a distanza di un mese dai fatti, come un momento significativo di riflessione ecclesiale, al di là delle fratture che ha generato nella piccola comunità di fedeli del luogo.
I riti nella tradizione cristiana non sono derubricabili a un datario da segnare su un ripetitivo calendario poiché intrecciano la loro simbologia con il vissuto vivo, di carne, delle persone: il dolore, la memoria, e soprattutto la speranza.
La mancata celebrazione di una messa di trigesimo, come a Cellara, è stata vissuta con (grande) sofferenza da una famiglia e dalla collettività che si è stretta al suo lutto, condividendone il dolore e orientando la sua grammatica verso l’alfabeto della Risurrezione.
Crediamo che sia particolarmente importante trasformare le difficoltà di dialogo e le incomprensioni pastorali manifestate in questa occasione, in rinnovati spazi di ascolto e di cura delle parole nella prospettiva di arrivare insieme alla “Parola”. Ogni comunità spirituale cresce quando trasforma le fratture in dialogo, riscoprendo in tal modo il senso più vero del valore delle relazioni fondate sulla cura, la corresponsabilità e la condivisione di cammini esistenziali.
Essere Chiesa insieme è una “fatica” che richiede reciprocità tra il ministero sacerdotale e i fedeli dentro una comune visione dell’accompagnarsi e del sostenersi: la vita ecclesiale è uno spazio inesauribile di prossimità e di fraternità. Abbiamo bisogno di unità ma anche di credibilità nell’esercizio della funzione spirituale.
Proprio la Domenica delle Palme ricorda a tutti e tutte che la fede cristiana non è estranea alle contraddizioni dell’esperienza umana: non possiamo che accogliere le fragilità di ciascuno e ciascuna di noi con un profondo senso di comunione, facendo parlare nella nostra intimità coscienziale la misericordia di Dio e la narrazione della sua accoglienza.
Gesù non smette di amarci neanche quando il suo corpo viene trafitto dai chiodi della Crocifissione. Cellara, lungo queste coordinate simboliche, può diventare un luogo di una rinnovata consapevolezza: non tanto per ciò che è accaduto, ma per quello che può nascere da questa dolorosa esperienza. Una comunità che accetta la sfida dell’ascolto, dell’interrogarsi, che prova ricercare terreni di condivisione, è una comunità che può crescere. Ed è proprio in questa rigenerazione dei cuori – anche quando sono addolorati perché delusi – che la Chiesa continua a testimoniare la speranza del Vangelo, la cui pedagogia siamo chiamati e chiamate a vivere nelle cose più semplici. (*docente di Pedagogia dell’Antimafia Università della Calabria)



