Francesco Alimena è stato tra gli amministratori che hanno fortemente sostenuto l’arrivo dell’UniCal nel centro storico di Cosenza. Lo abbiamo intervistato.

Come nacque concretamente questa intuizione e quali furono i passaggi decisivi che portarono alla scelta del complesso di San Domenico?

L’idea nacque quasi per caso, durante una visita dell’allora Rettore Nicola Leone e del Sindaco Franz Caruso agli spazi del complesso di via San Tommaso, l’edificio che impropriamente viene chiamato Palazzo Spadafora. Su mia proposta, quegli ambienti erano stati appena destinati a ospitare il COI – Cosenza Open Incubator.

Si trattava dell’unico progetto del CIS affidato all’UniCal, inizialmente previsto presso il Convitto Nazionale, ma che rischiava di andare perduto a causa dei cronici ritardi della Provincia nell’attuazione dei propri interventi.

Approfittando di quella visita, invitammo il Rettore a conoscere anche il complesso di San Domenico, dove stava per partire un importante intervento di riqualificazione finanziato dal CIS. Fin dall’inizio, la nostra strategia per il centro storico era ispirata a un principio molto semplice: evitare che gli edifici restaurati diventassero l’ennesima “scatola vuota”. Mentre si recuperava il contenitore, bisognava immaginare già il contenuto, così da dare una funzione concreta agli spazi e scongiurare lo spreco di risorse pubbliche.

Fu proprio in quel momento che iniziò a prendere forma l’idea di insediare l’Università della Calabria nel complesso di San Domenico, trasformando un intervento CIS di recupero edilizio in un progetto capace di portare stabilmente studenti, ricerca e vita nel cuore della città storica.

Lei sostiene che non basta restaurare gli edifici, ma occorre immaginarne fin dall’inizio la funzione. Ritiene che oggi questa visione si stia realizzando oppure che il progetto abbia perso parte della sua spinta originaria?

Il recupero del complesso di San Domenico rappresenta certamente un passaggio importante, ma da solo non è mai stato sufficiente. Ho sempre sostenuto che restaurare un edificio senza costruire intorno ad esso le condizioni perché possa vivere significhi correre il rischio di creare una nuova “scatola vuota”.

L’arrivo dell’Università nel centro storico avrebbe bisogno di essere accompagnato da una pianificazione urbanistica integrata. Questo significa non solo riqualificare spazi da destinare ad aule e laboratori – un obiettivo raggiunto con il recupero del complesso di San Domenico e delle Scuderie – ma anche realizzare residenze studentesche, come si sarebbe potuto fare a Palazzo Ferrari, un’opportunità che purtroppo non è stata colta. Allo stesso tempo, era fondamentale investire sul potenziamento dei trasporti e dei servizi digitali, perché un polo universitario non può funzionare se resta isolato dal resto della città.

Da questo punto di vista credo che il progetto abbia bisogno di ritrovare la sua spinta originaria. L’integrazione dell’Università nel tessuto urbano richiede una strategia complessiva, capace di mettere insieme rigenerazione urbana, mobilità, servizi e politiche abitative. Senza questa visione, il rischio è che un’iniziativa potenzialmente trasformativa non riesca a esprimere fino in fondo il suo impatto sul rilancio del centro storico.

3. Una delle criticità che lei evidenzia riguarda i servizi: residenze per studenti, mobilità, connessioni digitali e spazi di socialità. Quali sono, oggi, le priorità assolute per fare del centro storico un vero quartiere universitario?

La priorità assoluta è evitare che la trasformazione del Centro Storico in quartiere universitario riproduca gli stessi squilibri che abbiamo visto in molte altre città italiane: aumento incontrollato degli affitti, crescita della speculazione immobiliare e progressiva espulsione dei residenti storici.

Una città universitaria deve essere prima di tutto una città accogliente, accessibile e inclusiva. Gli studenti non possono essere considerati soltanto una presenza temporanea o una leva economica: sono una comunità che porta energie, cultura, innovazione e nuove relazioni sociali. Per questo il diritto allo studio deve andare di pari passo con il diritto a vivere la città, senza che i costi degli alloggi e dei servizi diventino una barriera.

Servono quindi politiche abitative adeguate, a partire dalla creazione di residenze universitarie e da un utilizzo intelligente del patrimonio immobiliare pubblico e privato, per garantire agli studenti la possibilità di vivere il Centro Storico senza trasformarlo in un luogo inaccessibile per chi già lo abita.

Accanto alla questione abitativa, ci sono poi le infrastrutture fondamentali. Occorre una rete di mobilità sostenibile che colleghi in modo efficace stazioni ferroviarie, nodi urbani principali e il polo universitario, attraverso trasporto pubblico efficiente, BRT, car sharing e percorsi ciclabili. Allo stesso modo è necessario potenziare la connettività digitale, con Wi-Fi pubblico, banda ultralarga e sistemi di informazione in tempo reale, strumenti ormai indispensabili per una comunità universitaria contemporanea.

Un altro elemento decisivo riguarda la capacità di creare un ecosistema in cui università, ricerca e territorio dialoghino. Strutture come il COI, la Biblioteca Civica e il Centro Studi Telesiani, Bruniani e Campanelliani possono diventare punti di connessione tra studenti, ricercatori, imprese e comunità locale. In questa prospettiva, anche strumenti come il Bando Aiuti alle Imprese di Agenda Urbana per il Centro Storico avevano una precisa funzione: stimolare nuove attività e trattenere sul territorio competenze e giovani talenti.

Infine, una città universitaria ha bisogno di luoghi di incontro e socialità. Spazi verdi, impianti sportivi, aree culturali e luoghi di aggregazione devono essere pensati per studenti e residenti insieme, perché l’obiettivo non è creare un quartiere universitario separato, ma un centro storico vivo e condiviso. In questo senso poteva essere un’occasione, attraverso la nuova Agenda Urbana, il progetto di completamento di Piazza Tommaso Campanella e Piazza San Gaetano. Magari ci penseremo con la prossima Agenda.

La vera sfida è quindi costruire un equilibrio: un Centro Storico capace di accogliere l’università senza perdere la propria identità, trasformando la presenza degli studenti in un investimento sociale e culturale per tutta la città.

4. Lei propone la nascita di un Urban Center come luogo permanente di confronto tra Comune, Università, cittadini e studenti. Perché ritiene che questo strumento possa fare la differenza e quali risultati concreti potrebbe produrre per Cosenza?

L’Urban Center può rappresentare uno strumento fondamentale perché permette di superare un limite che spesso caratterizza le trasformazioni urbane: la mancanza di un luogo stabile in cui istituzioni, cittadini, università e comunità locali possano confrontarsi e costruire insieme una visione della città.

Non si tratta semplicemente di creare un nuovo spazio fisico, ma di costruire un presidio permanente di partecipazione e conoscenza. In diverse città italiane, come Milano, Torino e Cagliari, gli Urban Center o Urban Lab hanno svolto proprio questa funzione: raccontare le trasformazioni in corso, coinvolgere i cittadini attraverso mostre, dibattiti e workshop, raccogliere proposte e accompagnare i processi di rigenerazione urbana.

A Cosenza questa proposta era già stata avanzata durante la campagna elettorale del centrosinistra del 2016, anche grazie a uno studio di fattibilità realizzato dall’Ordine degli Ingegneri. Credo che oggi avrebbe ancora più senso, soprattutto alla luce delle sfide che la città si trova ad affrontare: il rapporto con l’Università, il futuro del Centro Storico, la mobilità, la rigenerazione degli spazi pubblici e la capacità di attrarre e trattenere giovani competenze.

L’Urban Center potrebbe diventare il luogo in cui queste politiche vengono coordinate, evitando che interventi strategici vengano pensati e realizzati in modo frammentato. A Bologna, un’esperienza simile si è evoluta nella Fondazione per l’Innovazione Urbana, dimostrando come questi strumenti possano anche generare nuove opportunità professionali per figure altamente qualificate e innovative.

Non è un percorso impossibile. L’esperienza di Bari dimostra che un Urban Center può nascere anche attraverso una riorganizzazione interna della macchina amministrativa, mettendo in relazione settori come Urbanistica, Trasporti e Cultura. È una scelta di metodo: intorno a una missione strategica per il futuro della città bisogna costruire una struttura capace di far dialogare competenze diverse, evitando quella frammentazione per cui spesso “la mano destra non sa cosa fa la mano sinistra”.

Per Cosenza significherebbe dotarsi di uno spazio di progettazione collettiva, capace non solo di accompagnare le trasformazioni urbane, ma anche di restituire ai cittadini un ruolo attivo nella costruzione del futuro della propria città.

5. Guardando ai prossimi dieci anni, quale dovrebbe essere il ruolo dell’amministrazione comunale nel rapporto con l’UniCal? E qual è la sua idea di centro storico: un luogo da conservare o una parte della città da ripensare profondamente attraverso la presenza dell’università, della ricerca e dell’innovazione?

Cosenza Vecchia è un posto incredibile dove già accadono cose incredibili se sai dove guardare. Solo nel 2023 grazie ad Aiuti alle Imprese di Agenda Urbana sono nate 12 realtà innovative in altrettanti rioni del quartiere: Cosmo Cosenza Micromondi, Badia, Potia, la Dimora d’Arte Ellebi solo per citarne alcune. Solo questo mese hanno aperto Criscia, la Boca e altri si preparano a farlo. La creazione di un quartiere hub per startuppers e southworkers che avevamo immaginato é in corso, la prossima apertura del LabOratorio di San Gaetano ne sarà l’emblema. Le start up del COI di UniCal ospiti a Cosenza Vecchia cominciano a muovere i loro primi passi anche fuori dal Complesso di Via San Tommaso e fare capolino su Corso Telesio. La volevamo in 5G, Cosenza Vecchia, e su questo c’è da lavorare. Dopo 20 anni di abbandono, 5 anni non bastano per camminare da sola ma di certo i suoi nuovi primi passi il Centro Storico li sta muovendo e sarà difficile, una volta re-imparato a camminare, poterla fermare.