La riforma torna alla Camera, dove a luglio il centrodestra è già caduta nella trappola del voto segreto. Ma stavolta, dietro la disciplina della maggioranza, si incrociano anche il futuro personale dei parlamentari, la scadenza previdenziale del 14 aprile 2027 e l’ascesa di Futuro Nazionale. Non ci sono certezze per nessuno
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Giorgia Meloni può blindare la legge elettorale con la fiducia, richiamare deputati e senatori alla disciplina e pretendere che, quando arriverà il momento decisivo, a Montecitorio non manchi nessuno; ciò che non può blindare, neppure disponendo di tutta l’autorità politica accumulata in questi anni, è il futuro degli uomini e delle donne chiamati ad approvare le regole con le quali dovranno poi tentare di tornare in Parlamento. Una ricandidatura si può promettere, un posto in lista si può negoziare, persino un collegio favorevole può diventare materia di trattativa; un seggio sicuro per tutti, invece, non può garantirlo neppure Giorgia Meloni.
Ed è precisamente qui che una riforma nata per disciplinare il prossimo voto comincia ad assomigliare a una tagliola per una parte di coloro che devono approvarla.
Il precedente, del resto, è troppo recente per essere dimenticato. Il 14 luglio, alla Camera, l’emendamento sulle preferenze sostenuto dalla maggioranza venne bocciato a scrutinio segreto per un solo voto, 188 contrari contro 187 favorevoli, nonostante il centrodestra si fosse presentato alla vigilia formalmente compatto; Riccardo Molinari, capogruppo della Lega, calcolò allora in 31 i voti che non tornavano rispetto alle dichiarazioni dei gruppi, mentre altre ricostruzioni produssero cifre leggermente differenti. Bastò comunque quella manciata di schede per aprire la caccia ai franchi tiratori e ricordare a Palazzo Chigi una delle più antiche leggi non scritte del Parlamento: tra ciò che un deputato promette al proprio partito e ciò che vota quando nessuno può controllarlo può esserci una distanza politicamente enorme.
Non occorre perciò immaginare complotti, riunioni clandestine o improbabili congiure per capire perché l’ultimo passaggio della riforma venga seguito con tanta attenzione. Le inquietudini raccontate in queste settimane riguardano la futura composizione delle liste, il peso dei singoli partiti nella coalizione e, inevitabilmente, il destino personale di chi occupa oggi uno dei quattrocento seggi della Camera: quando arriverà il momento di ricandidare gli uscenti, promuovere nuovi nomi, garantire gli equilibri territoriali e rispettare quelli interni ai partiti, l’aritmetica farà ciò che la politica preferisce generalmente rinviare, cioè stabilire chi trova posto e chi no.
Il 14 aprile, l’altra tagliola
A complicare la faccenda c’è poi un secondo calendario, molto meno solenne di quello delle riforme istituzionali ma probabilmente consultato con altrettanta attenzione da una parte dei parlamentari: quello che porta al 14 aprile 2027, data indicata nelle ricostruzioni sul trattamento previdenziale degli eletti alla prima legislatura.
Il punto merita precisione perché il vecchio vitalizio non esiste più nelle forme del passato e il sistema attuale è contributivo, ma per chi si trova al primo mandato la durata effettiva della legislatura continua ad avere conseguenze concrete. Il nodo, soprattutto, non coincide semplicemente con la data di un eventuale scioglimento delle Camere o con quella delle elezioni, perché deputati e senatori restano nelle loro funzioni fino alla riunione delle nuove Camere: è dunque il calendario completo di un’eventuale conclusione anticipata della legislatura a diventare rilevante.
Da questo punto di vista nasce un paradosso politico niente male. Il parlamentare che teme di non trovare spazio nelle prossime liste potrebbe essere tentato di contrastare una riforma considerata sfavorevole al proprio futuro e, contemporaneamente, avere pochissimo interesse a provocare una crisi tanto rapida da accorciare eccessivamente la legislatura. Due istinti di conservazione perfettamente legittimi, ma diretti in senso opposto: salvaguardare il Parlamento di domani oppure non chiudere troppo presto quello di oggi.
Per Palazzo Chigi può essere un elemento di stabilizzazione, ma non una garanzia, perché i parlamentari non condividono tutti la stessa anzianità, le stesse prospettive elettorali o gli stessi rapporti con le rispettive leadership. Ed è proprio la diversità degli interessi individuali, molto più di un’improbabile cabina di regia dei dissidenti, a rendere difficile prevedere ciò che potrebbe accadere qualora il voto tornasse a essere segreto.
Poi è arrivato Vannacci
Come se seggi e calendario non bastassero, nel frattempo è cambiato anche il quadro politico nel quale la legge era stata concepita. Roberto Vannacci e Futuro Nazionale rappresentano ormai una variabile autonoma e la simulazione realizzata da YouTrend per Sky TG24 il 15 settembre ha mostrato quanto la collocazione del nuovo partito possa incidere applicando le intenzioni di voto al sistema elettorale in discussione: si tratta di una simulazione, non di una previsione del risultato delle prossime elezioni, ma fotografa la dimensione del problema aritmetico con il quale il centrodestra deve confrontarsi.
Anche i dati utilizzati nella nostra simulazione del 17 settembre hanno reso evidente il peso della variabile: centrodestra al 40,7%, campo largo con Italia Viva al 42,3%, Futuro Nazionale al 7,7%. Numeri che non autorizzano a immaginare alleanze future né tantomeno a stabilire oggi chi vincerebbe le elezioni, ma spiegano perché un soggetto politico cresciuto fuori dall’attuale coalizione possa modificare i calcoli sulle liste, sui rapporti di forza e persino sui tempi della prossima competizione elettorale.
Il fattore tempo entra così nella partita senza bisogno di attribuire a Meloni intenzioni che non ha dichiarato: approvare la legge significa disporre delle nuove regole, mentre l’eventuale scelta di anticipare le elezioni rimane un’altra decisione, politicamente e costituzionalmente distinta. Nel frattempo, però, i sondaggi continuano a muoversi e con essi cambiano le aspettative dei partiti, il valore delle candidature e la percezione che ogni parlamentare ha delle proprie possibilità di ritorno.
A quel punto il problema di Palazzo Chigi diventa molto più concreto di una discussione sui sistemi elettorali. Da una parte c’è una maggioranza che deve approvare la riforma; dall’altra ci sono centinaia di persone che, mentre discutono di soglie, premi, preferenze e capilista, inevitabilmente fanno anche i conti con il proprio destino politico. Il precedente di luglio ha già dimostrato che, quando lo scrutinio diventa segreto, la consistenza teorica dei gruppi parlamentari e il risultato effettivo dell’urna non necessariamente coincidono.
A Palazzo Chigi possono contare i voti, nelle segreterie i posti disponibili nelle liste, nei sondaggi le percentuali. A Montecitorio qualcuno conta anche i giorni che mancano al 14 aprile.
Tre aritmetiche diverse che confluiscono nello stesso passaggio parlamentare e che spiegano perché, questa volta, la sopravvivenza della legge elettorale possa intrecciarsi con quella politica - e per alcuni anche previdenziale - di chi deve approvarla.
Ed è proprio qui che scatta la tagliola.
Finché il voto resta palese, ogni scelta ha un nome e un cognome. Quando diventa segreto, resta soltanto un numero.



