Sistema in crisi totale, con tanti camici bianchi (circa il 27% degli iscritti all’Ordine) che passano al privato o emigrano. L’allarme della Fondazione Gimbe, ecco cosa servirebbe per invertire la rotta
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Il Servizio sanitario nazionale sta affrontando una crisi strutturale: non si tratta più solo di liste d’attesa e reparti sotto pressione, ma dello svuotamento stesso del capitale umano che garantisce la cura pubblica. Secondo le rilevazioni più recenti della Fondazione Gimbe, oltre 90.000 medici italiani non lavorano più nel SSN, pari a circa il 27% dei medici iscritti all’Ordine attivi in Italia: molti sono passati al privato, altri sono emigrati o hanno abbandonato l’attività ospedaliera per condizioni di lavoro insostenibili.
La carenza più grave colpisce la medicina territoriale: mancano oltre 5.700 medici di famiglia, una lacuna che interessa 18 Regioni. Tra il 2019 e il 2024 il numero dei medici di medicina generale è calato di oltre 5.100 unità, una perdita che si somma all’aumento del 10% della popolazione over‑65 nello stesso periodo, accentuando i bisogni assistenziali (FNOMCeO).
In alcune aree rurali e interne la copertura scende sotto il medico ogni 3.000 abitanti, rispetto alla media nazionale di circa 1 medico di famiglia ogni 1.300 abitanti.
Parallelamente cala l’attrattività delle professioni infermieristiche: le immatricolazioni ai corsi di Infermieristica sono diminuite in molte università fino al 15–20% rispetto a cinque anni fa, con alcuni atenei che non raggiungono più il numero minimo di iscritti. Il rapporto infermiere/paziente nei reparti critici supera frequentemente le soglie raccomandate dall’Organizzazione mondiale della sanità, con punte di 1:10 nei turni notturni in ospedali sotto organico.
Le specializzazioni più critiche, pronto soccorso, anestesia, medicina d’urgenza, restano sotto‑domanda: il numero di contratti di specializzazione attivati per queste discipline copre solo il 60–70% del fabbisogno stimato dagli ospedali.
Nel complesso, il sistema perde personale più velocemente di quanto riesca a formarne: tra pensionamenti e dimissioni volontarie si stimano oltre 40.000 uscite nei prossimi cinque anni se non si interviene.
Per la Fondazione Gimbe, il nodo non è solo aumentare i numeri di laureati, ma creare condizioni che rendano il lavoro nel pubblico sostenibile e attrattivo: salari adeguati (i medici ospedalieri italiani guadagnano in media il 20–30% in meno rispetto alle retribuzioni comparabili in alcuni Paesi europei), contratti modernizzati, organizzazione del lavoro, sicurezza e percorsi di carriera. Senza interventi rapidi e mirati, aumento dei posti in specialità critiche, incentivi per la medicina territoriale, piani per trattenere i giovani operatori, la spinta verso il privato e l’esodo all’estero potrebbero trasformare il SSN da sistema universalistico in un servizio sempre più condizionato dalla capacità di spesa dei cittadini.
I segnali sono già visibili: liste d’attesa crescenti (con accessi chirurgici programmati che aumentano i tempi medi del 30–40% rispetto al 2019), maggiore spesa sanitaria privata (+10% spesa out‑of‑pocket in alcune regioni) e pronto soccorso in affanno (aumenti del 15–25% degli accessi non differibili). L’allarme lanciato da Gimbe è un monito politico: senza un piano organico per personale, contratti e formazione, il diritto costituzionale alla salute rischia di diventare sempre meno garantito.

