L’incontro con i Kleos, che studiano all’Unical e coltivano la passione per la musica, spiega il desiderio di tanti giovani pronti a resistere per interrompere la fuga. La loro storia è un segnale e una speranza per tutti: cosa siamo pronti a fare per aiutarli?
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Quattro ragazzi. Quattro ventenni. Studenti dell’Università della Calabria. Nome del gruppo: Kleos. Loro sono Aurelio Pellicanò - batteria 19 anni iscritto ad economia aziendale primo anno ed al conservatorio; - Tommaso Paonessa – chitarrista 20 anni secondo anno di ingegneria meccanica; Alessandro Conforti - cantante 21 anni terzo anno di ingegneria informatica; Alessandro Valente, 20 anni - bassista. Li unisce una passione antica e potente: la musica. E un’idea semplice, forse rivoluzionaria per questi tempi: mettere insieme una band e girare la Calabria.
Ci siamo dati appuntamento davanti a un caffè in un bar di Cosenza. Un po’ di chiacchiere, qualche sorriso, e pian piano è emersa tutta la loro emozione. Ma anche la loro determinazione.
«Amiamo la Calabria e non ce ne vogliamo andare». È bello sentirlo dire da una nuova generazione troppo spesso raccontata come fredda, distante, disillusa, sempre con il telefonino in mano. E invece, durante quell’ora passata insieme, nessuno di loro ha mai tirato fuori il cellulare. Colpevolmente, l’avevo io in mano, perché per il lavoro che faccio purtroppo è indispensabile. Loro no. Ho notato che i telefonini erano rimasti in silenzio. Letteralmente. Nessuno squillo, nessuna notifica. Erano tutti silenziati.
Ragazzi giovani, brillanti, belli anche nella forza delle idee. Acuti nelle riflessioni, ma anche in pensiero per quanti hanno dovuto abbandonare la Calabria.
Ma vogliono assolutamente provarci. Con gli studi universitari, con la futura professione, ma anche con la musica. Mi hanno parlato degli anni Sessanta come se li avessero vissuti. Dei grandi interpreti, dei grandi artisti degli anni ’60 e ’70, fino ai giorni nostri, che loro vogliono reinterpretare e riportare nelle piazze calabresi, nei locali, nei piccoli centri.
La musica come collante.
La musica come passione.
La musica come strumento per restare.
Chiedono una mano. Chiedono di essere ascoltati, conosciuti, sostenuti. E non è difficile capire perché. In Calabria, quando quattro ragazzi hanno un’idea, un progetto, un sogno da realizzare, difficilmente trovano un’istituzione pubblica pronta ad aiutarli davvero. Troppo spesso si ritrovano schiacciati da montagne di carte, procedure infinite, burocrazia inutile. Una macchina che finisce per uccidere entusiasmo, creatività e speranze.
Forse non è un caso che si siano rivolti proprio a noi. A questo gruppo editoriale. A queste testate. Mi dicono che hanno notato che a LaC si dà spazio ai giovani, li si lascia parlare, scrivere, raccontare, condurre. Tra noi ci sono ragazzi che hanno iniziato a sedici anni e oggi, a diciassette, scrivono già articoli e commenti. Ci sono tanti ventenni e trentenni che imparano, progettano, fanno servizi, costruiscono idee.
Loro questo lo hanno visto. E forse è anche questa la nostra forza: mettere insieme l’esperienza dei grandi giornalisti con l’energia delle nuove generazioni. Far convivere esperienze diverse per lanciare un segnale alla Calabria.
Perché quei quattro ragazzi sono una speranza.
Sta emergendo una generazione che vuole interrompere la fuga. Una generazione che non vuole più considerare la partenza come un destino inevitabile. Me lo hanno detto chiaramente: «Noi vogliamo restare qui. Vogliamo costruire qui il nostro futuro».
Ed è probabilmente la frase più bella che oggi si possa ascoltare in Calabria.
Ma la Calabria che cosa è disposta a fare per questi ragazzi? Cosa risponde alle nuove generazioni che non vogliono più dover partire?


