Prima delle bancarelle globali e degli stand moderni, la Fiera di San Giuseppe era un grande mercato popolare che riempiva il centro storico di mercanti, animali e voci. Un viaggio tra aneddoti, tradizioni e memorie di una delle manifestazioni più antiche della Calabria
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Facciamo un salto carpiato verso il passato, dimenticando il peruviano che vende flauti, la signora delle borse di Salerno, le caramelle della Puglia vendute a lingotti al chilo, lo zucchero filato che esce caldo da macchine ronzanti, i caciocavallini, i furgoni bianchi bardati di pashmine, le offerte a un euro, gli stock “solo roba firmata”, i panni asciugatutto.
Immaginare la Fiera di San Giuseppe antica vuol dire visualizzare strade polverose e chiassose, bestie che trasportano merci sul dorso, il profumo del fiume, suoni diversi, niente di meccanico o elettronico. L’aria leggera, non ancora zavorrata dai fumi delle auto.
Durante quei giorni di un lontano passato a Cosenza arrivavano venditori da tutta la Calabria con carri carichi di merci e animali. Erano viaggi lunghi e faticosi, su strade sterrate anche pericolose. Le cronache raccontano che nei giorni della fiera la popolazione della città praticamente raddoppiasse. Locande e osterie non bastavano per tutti e molti mercanti si arrangiavano a dormire nei carri o nelle stalle. Dopo aver faticato tutto il giorno, si accontentavano di qualche cucchiaio di minestra e di un sorso di vino per scaldarsi nelle umide nottate di primavera e, al sorgere del sole, erano già in piedi pronti a riprendere il lavoro.
Il centro storico era invaso da muli, cavalli e bancarelle già all’alba. Il vociare si srotolava come un tappeto per tutte le vie della città vecchia.
Gli “urlatori” della fiera erano i veri personaggi di quei giorni: venditori abilissimi che attiravano le persone con filastrocche improvvisate per pubblicizzare ammennicoli da cucina o utensili agricoli. Ogni tanto qualche sventurato finiva nel mirino dell’intrattenitore da banco e allora erano dolori per lui e risate per tutti. Si racconta che la gente si fermasse anche mezz’ora solo per ascoltare la capacità degli imbonitori di convincere i passanti a comprare, senza risparmiare battute e detti coloriti che il pubblico adorava.
Fino agli anni Cinquanta molti agricoltori calabresi aspettavano proprio la Fiera di San Giuseppe per acquistare gli attrezzi necessari alla stagione dei campi. Era il momento dell’anno in cui si compravano aratri, corde, falci e utensili. Per questo la fiera coincideva simbolicamente con l’inizio del lavoro primaverile, a ridosso dell’equinozio.
Per i cosentini andare alla fiera significava – e significa ancora – mangiare le zeppole di San Giuseppe. In passato venivano fritte direttamente per strada nei grandi pentoloni e il profumo, inconfondibile, si sentiva da lontano e faceva da richiamo.
La manifestazione originaria – la Fiera della Maddalena – si svolgeva nel mese di settembre. Dopo l’alluvione del 1544, che devastò l’area vicino al ponte della Maddalena e rese impraticabile la zona del mercato, l’evento fu sospeso. Quando venne ripristinato (siamo nel 1564), sotto il governo vicereale spagnolo, si decise di spostarlo al 19 marzo, giorno di San Giuseppe. La scelta aveva un significato preciso: coincidere con l’inizio della stagione agricola.
La fiera era anche l’occasione per “maritare” le figlie o incontrare parenti o conoscenti che vivevano in altri paesi della provincia. La fiera ospitava anche saltimbanchi, mangiafuoco, domatori di animali e piccoli teatranti ambulanti. Questi artisti montavano palchi improvvisati e attiravano il pubblico con numeri spettacolari incantando i più piccoli con numeri che agli occhi dell’infanzia apparivano straordinari.
La Fiera moderna ha assunto negli anni tutt’altra veste, e non solo a Cosenza. Oggi la sfida sembra essere quella di recuperare almeno una parte di quel gusto antico nelle edizioni che verranno: uno sguardo al passato, ma senza nostalgia.


