Ordine degli Avvocati, Consulta forense e Comitato Pari Opportunità proclamano lo stato di agitazione contro le nuove disposizioni
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L’Avvocatura cosentina alza il livello dello scontro sul decreto sicurezza e lo fa con un documento durissimo firmato dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Cosenza, dalla Consulta delle associazioni forensi e dal Comitato Pari Opportunità del Coa. Nel mirino non finisce solo il contenuto delle nuove norme, ma anche le dichiarazioni della presidente del Consiglio, che nelle ultime ore ha sostenuto di non comprendere perché non si possa riconoscere un compenso all’avvocato che segue una pratica di rimpatrio volontario.
La risposta del Foro cosentino è netta già nel titolo del comunicato: «Presidente Meloni, la nostra Toga non deve essere “incentivata”, ma solo rispettata!». Da qui prende forma una presa di posizione che intreccia difesa dei principi costituzionali, tutela dei soggetti più fragili e rivendicazione dell’autonomia della professione forense, fino alla proclamazione dello stato di agitazione.
L’Avvocatura di Cosenza contro le norme su espulsioni e rimpatri
Nel documento, l’avvocatura cosentina contesta anzitutto l’articolo 29 del decreto, che abroga l’articolo 142 del Testo Unico sulle spese di giustizia. Per Ordine, Consulta forense e Comitato Pari Opportunità, quella disposizione «non era un’anomalia, ma una fondamentale “scelta di civiltà giuridica”», perché garantiva il patrocinio a spese dello Stato nei procedimenti di impugnazione dei decreti di espulsione.
Il testo insiste sul fatto che si trattasse di una norma costruita per riconoscere «le oggettive e insormontabili difficoltà» di chi arriva in Italia senza documenti, trattenuto in un Cpr e impossibilitato a produrre certificazioni consolari entro tempi processuali rigidi. Per questo, secondo l’avvocatura cosentina, cancellare quella tutela significa costruire «un muro invalicabile verso la giustizia».
Nel documento si legge infatti che «l’abrogazione di questa garanzia non è un ritorno alla “normalità”, ma la costruzione di un muro invalicabile verso la giustizia. È la negazione dell’articolo 24, terzo comma, della Costituzione». La critica è dunque radicale: senza quel presidio, si rischierebbe di sottrarre al controllo del giudice un provvedimento fortemente limitativo della libertà personale come l’espulsione, colpendo la persona proprio nel momento della sua massima vulnerabilità.
«Una barriera alla giustizia» per i più vulnerabili
L’Avvocatura di Cosenza legge questa modifica come un attacco diretto al diritto di difesa delle persone più deboli. Il comunicato spiega che, in questo modo, «si lascia che un provvedimento gravemente limitativo della libertà personale, come l’espulsione, sfugga al vaglio di un giudice per un mero impedimento burocratico».
È su questo punto che il documento assume un tono apertamente politico e costituzionale. Per i firmatari, la questione non riguarda un dettaglio tecnico, ma il cuore del rapporto tra Stato e diritti fondamentali. In gioco, viene spiegato, c’è la possibilità concreta per chi non ha mezzi di poter ancora accedere alla giustizia.
L’accusa più dura: «Avvocato trasformato in rappresentante legale a cottimo»
Il passaggio più severo riguarda però l’articolo 30-bis, che introduce un compenso forfettario di 615 euro per il «rappresentante legale» che assista lo straniero nell’adesione a un programma di rimpatrio volontario. La somma verrebbe erogata solo «ad esito della partenza dello straniero».
Per l’avvocatura cosentina, questo meccanismo è «giuridicamente e moralmente inaccettabile». Nel documento si legge che si tratta di «una sorta di… “incentivo all’esodo”», oltre che di «un vero e proprio patto scellerato che mira a corrompere la funzione difensiva».
Il primo profilo contestato è quello del conflitto di interessi. Il testo sostiene infatti che «l’avvocato, da difensore dei diritti dell’assistito, viene trasformato in un agente dello Stato, economicamente incentivato – seppure per “pochi spiccioli” – a promuovere il rimpatrio anziché la tutela giurisdizionale». Per l’Ordine degli Avvocati di Cosenza, in questo modo «il diritto di difesa diventa una merce di scambio».
«Svilimento della professione» e tradimento della funzione difensiva
Il documento aggiunge che il compenso previsto dal decreto finirebbe per degradare la professione forense. Si parla infatti di una prestazione intellettuale «retribuita “a cottimo”», mentre l’uso del termine «rappresentante legale» viene definito «un tentativo malcelato di dequalificare la funzione difensiva».
La parte più forte del testo è però quella che chiama in causa l’identità stessa dell’avvocato. Secondo i firmatari, «l’avvocato non è un funzionario dello Stato, ma un garante dei diritti del cittadino, anche e soprattutto contro lo Stato». Da qui la conclusione: «Retribuire un difensore per convincere il proprio assistito a non esercitare i suoi diritti è la negazione dell’indipendenza e dell’autonomia che sono il fondamento della nostra Professione».
In un altro passaggio, il documento sottolinea che la norma «non si limita a violare un principio, ma tradisce l’essenza stessa della funzione difensiva».
Lo stato di agitazione proclamato dall’Avvocatura cosentina
Di fronte a quella che viene definita «deriva autoritaria», l’avvocatura cosentina annuncia una risposta esplicita. Il documento afferma che il Foro di Cosenza «non può e non intende rimanere in silenzio e non resterà a guardare mentre si barattano i diritti fondamentali per una manciata di denari».
Per queste ragioni, l’Avvocatura cosentina «denuncia la palese incostituzionalità di queste norme liberticide, che rappresentano un attacco frontale al Diritto di Difesa e alla Dignità della Professione Forense», «esorta il Parlamento a un sussulto di dignità» e «proclama lo stato di agitazione dell’Avvocatura del Foro, pronta a ogni iniziativa per contrastare questo inaccettabile attacco allo Stato di Diritto».
«Il giuramento è alla Costituzione, non al Governo»
La chiusura del comunicato concentra il senso dell’intera presa di posizione. «L’Avvocatura ha giurato fedeltà alla Costituzione, non a un’agenda di governo», si legge nel documento, che aggiunge come il compito della toga resti quello di «difendere i diritti di tutti, perché è il nostro dovere irrinunciabile».
L’ultima frase è la più simbolica e segna il tono politico e civile della protesta: «Il giorno in cui un avvocato venisse pagato per far rinunciare a un diritto, la Repubblica avrebbe tradito la promessa scritta nell’articolo 24 della Carta Costituzionale». Pertanto, gli avvocati cosentini hanno proclamato lo stato d’agitazione.


