C'è una Calabria che, ogni 15 agosto, si svuota nelle città e si riversa altrove. Le strade dei centri urbani si fanno improvvisamente silenziose, le case si chiudono, le automobili si mettono in movimento. C'è chi prende la direzione del mare, chi sale verso la Sila, chi raggiunge il Pollino, chi torna nel paese dei nonni. È una migrazione breve, rituale, quasi necessaria. Osservando questa grande partenza collettiva si comprende che il Ferragosto calabrese è qualcosa di assai più antico della moderna vacanza estiva. 

Ferragosto culturale

Il 15 agosto, in Calabria, non è mai stato soltanto il giorno dell'ombrellone, della grigliata o dell'anguria tagliata a metà. È stato il giorno del ritorno. Il giorno della Madonna. Il giorno della tavola apparecchiata per molti. Il giorno nel quale il paese, per qualche ora, tornava a essere una comunità.

Prima di Ferragosto venne Augusto

La parola stessa conserva la memoria di un mondo lontanissimo. Ferragosto discende infatti dalle feriae Augusti, le festività introdotte da Ottaviano Augusto nel 18 avanti Cristo, all'interno del complesso delle celebrazioni estive legate al calendario agricolo romano. Era un periodo di riposo dopo le grandi fatiche dei campi, nel quale il lavoro lasciava spazio ai banchetti, ai giochi e alle celebrazioni.
Secoli più tardi il cristianesimo avrebbe sovrapposto a quella stagione festiva la celebrazione dell'Assunzione della Vergine Maria, fissata al 15 agosto.
È da questo incontro fra calendario agricolo, devozione cristiana e cultura popolare che nasce gran parte del Ferragosto che conosciamo. In Calabria questa stratificazione è particolarmente evidente.

ll Ferragosto cosentino: una geografia della festa

Se si osserva la provincia di Cosenza dall'alto, il Ferragosto appare quasi come una grande carta geografica della cultura popolare. Da una parte il Tirreno: Praia a Mare, Scalea, Diamante, Belvedere, Paola, Amantea.
Dall'altra lo Jonio: Cariati, Rossano, Corigliano, Trebisacce.
In mezzo, la Sila e il Pollino. E Cosenza, al centro di questa geografia, diventa per decenni il luogo dal quale si parte. È significativo che una cronaca regionale del 2016 descrivesse proprio così il Ferragosto calabrese: «città quasi deserte e località marine e montane gremite, con migliaia di persone dirette verso Camigliatello, Lorica, il Pollino e le coste».
È un'immagine moderna, certo. Ma racconta una consuetudine assai più antica: il Ferragosto è sempre stato un movimento verso un luogo altro.Fuori dalla città. Fuori dalla casa. Fuori dalla quotidianità.

Cosenza e la montagna: il picnic come rito

Per il cosentino, soprattutto nel Novecento, la montagna ha rappresentato una sorta di grande spazio pubblico naturale. Camigliatello Silano, Lorica, Fago del Soldato, Spezzano della Sila e le tante località dell'altopiano diventavano, nei giorni centrali di agosto, luoghi di incontro familiare. Si partiva presto. Le automobili venivano caricate con tovaglie, ceste, bottiglie, pane, salumi, formaggi, pasta, carne, frutta e l'immancabile cocomero. Il picnic, che oggi potrebbe apparire come una semplice abitudine estiva, possedeva allora una precisa dimensione sociale: era il pranzo fuori casa di una società che aveva ancora un fortissimo rapporto con la terra. La tovaglia stesa sull'erba diventava una tavola domestica trasferita nella natura. Il bosco diventava una sala da pranzo. La montagna, per un giorno, diventava la casa di tutti.
Ancora oggi il Ferragosto silano conserva questa vocazione. E la tradizione religiosa dell'Assunta continua a dare forma al calendario festivo.

A Camigliatello, per esempio, la celebrazione dell'Assunta si sviluppa attorno a una vera Quindicina, dal primo al 15 agosto, con processioni, momenti liturgici, luminarie, musica e spettacoli.
Il Ferragosto, dunque, non arriva improvvisamente il 15 agosto. Si prepara.

L'anguria nella sorgente:
Se esiste un'immagine capace di raccontare il Ferragosto antico del Cosentino, è quella dell'anguria immersa nell'acqua. A Castrovillari, presso la chiesetta della Pietà, la festa del 15 agosto possiede una storia antica e documentata. La ricorrenza era legata alla devozione per Santa Maria della Pietà, al pellegrinaggio, al mercato e alla convivialità. La tradizione voleva che le famiglie mettessero a raffreddare il cocomero nell'acqua della sorgente. Un gesto apparentemente minimo, eppure straordinariamente eloquente. La natura forniva ciò che oggi affidiamo al frigorifero. La sorgente diventava dispensa. L'acqua diventava refrigerio. L'anguria diventava il frutto stesso della festa.

Intorno alla chiesetta si riunivano pellegrini e famiglie, con offerte di prodotti agricoli, formaggi, animali, pranzi e momenti di preghiera. La festa possedeva persino una dimensione matrimoniale e sociale: era un luogo nel quale ci si incontrava, ci si riconosceva, si mostrava la propria famiglia.
La sera arrivavano poi le fucarine, i grandi fuochi della tradizione popolare. Il sacro della giornata lasciava progressivamente spazio alla musica, ai canti e alla convivialità.
È difficile immaginare una sintesi più perfetta della cultura calabrese: Madonna, sorgente, campagna, famiglia, cibo e fuoco.

Nella Sibaritide il Ferragosto aveva il sapore della melanzana

C'è poi una tradizione gastronomica che merita di essere sottratta alla banalità delle classifiche sui “piatti tipici”.
Nell'Alto Jonio cosentino il Ferragosto aveva, e in parte conserva, un protagonista preciso: la melanzana. La tradizione delle polpette di melanzane appartiene alla cultura alimentare della Sibaritide in una straordinaria varietà di forme: con pane e aceto, con mollica, con caciocavallo, con olive, con sarde salate, con menta e persino con sardella. Non è soltanto gastronomia. È cultura.
Ogni variante racconta un territorio, una contaminazione, una disponibilità agricola.
Nelle comunità arbëreshe, per esempio, la preparazione assume caratteristiche proprie; altrove si incontrano influenze della cucina bizantina e della tradizione marinara.
Il Ferragosto diventa così una sorta di atlante commestibile del Cosentino. E la truscia, la bisaccia nella quale si riponevano le vivande prima di partire verso la montagna, restituisce perfettamente l'immagine di una Calabria nella quale il pranzo fuori casa era ancora una prosecuzione della vita domestica.

La “remurata”: quando la festa aveva un suono
Nella Sibaritide esiste poi una curiosità che merita di essere ricordata: la remurata.
In diversi centri dell'Alto Jonio cosentino, la festa popolare ferragostana è stata accompagnata da un particolare richiamo sonoro, quasi una convocazione collettiva.
La sirena, il suono, il richiamo pubblico: la festa si annunciava alla comunità.
È una caratteristica che appartiene a una civiltà nella quale gli eventi non venivano comunicati attraverso uno smartphone. La festa si sentiva. Le campane, i tamburi, le bande, le sirene, i fuochi: erano tutti strumenti di comunicazione collettiva. La cronaca della Sibaritide ha raccolto questa tradizione insieme alle scampagnate, alle polpette di melanzane e alle feste popolari che da Cariati a Trebisacce, da Corigliano-Rossano fino ai paesi dell'interno scandivano la mezza estate.

Praia a Mare: la Madonna entra nel mare
Spostandoci verso il Tirreno cosentino incontriamo una delle tradizioni più spettacolari.
A Praia a Mare, la festa della Madonna della Grotta ha sviluppato una forma di devozione intimamente legata al mare: la processione in mare.
La statua della Vergine viene accompagnata dalle imbarcazioni lungo la costa, mentre dai lidi e dalla riva la comunità segue il passaggio della Madonna.
Un'immagine potentissima: la devozione mariana che abbandona la terraferma e attraversa proprio quell'acqua che costituisce l'identità economica e paesaggistica della costa.
Anche qui il sacro si incontra con la festa popolare.
Il passaggio della processione viene accompagnato da applausi e fuochi d'artificio. Il mare diventa, per qualche ora, una cattedrale.

L'Assunta di Scala Coeli e la memoria che scompare
Un'altra testimonianza preziosa arriva da Scala Coeli. Qui la Chiesa Madre dedicata a Maria Santissima Assunta era un tempo il centro della festa del 15 agosto. La celebrazione comprendeva la messa solenne, la processione, i canti, le luminarie e il ritorno degli emigrati.
Le case venivano preparate, le strade decorate, il percorso processionale allestito.
Era una festa che apparteneva all'intero paese. E proprio questa testimonianza contiene una riflessione importante per il nostro presente. Molte tradizioni non scompaiono in un giorno.
Si assottigliano. Prima diminuisce la partecipazione. Poi scompaiono alcuni gesti.
Infine rimane soltanto il ricordo. Il Ferragosto è dunque anche una storia di tradizioni perdute.

Mendicino: una chiesa nata il 15 agosto
Nel territorio cosentino esiste persino un luogo di culto la cui storia è intimamente legata alla data ferragostana. A Mendicino il Santuario di Santa Maria dell'Accoglienza fu costruito grazie all'opera dell'eremita fra Raffaele Filippelli. I lavori terminarono il 15 agosto 1917, e la chiesa fu dedicata proprio a Santa Maria Assunta. La festa principale del santuario continua a celebrarsi il 15 agosto, preceduta da un novenario. È una coincidenza soltanto apparente.
Perché nella cultura popolare calabrese il 15 agosto ha spesso rappresentato una data fondativa: si inaugura una chiesa, si consacra un luogo, si compie un voto, si rinnova una promessa. L'Assunta diventa così una data inscritta nella memoria stessa dei luoghi.

E poi ci sono gli emigrati
Forse nessun aspetto spiega meglio il significato del Ferragosto calabrese quanto il rapporto con l'emigrazione. Per decenni agosto è stato il mese del ritorno. Le automobili cariche di valigie arrivavano dal Nord. I treni riportavano figli e nipoti. Dalla Svizzera, dalla Germania, dalla Francia, dal Belgio, dalle grandi città italiane si tornava al paese. E il Ferragosto diventava il momento nel quale la famiglia poteva finalmente ricomporsi. Per questo le feste dell'Assunta erano spesso molto più affollate di qualsiasi altra celebrazione dell'anno. Il paese ritrovava i suoi assenti. La processione incontrava chi era partito.
La tavola riuniva generazioni che la geografia aveva separato. È una delle ragioni per cui, in Calabria, la parola Ferragosto evoca ancora oggi qualcosa di diverso dalla semplice vacanza. Evoca casa. La Calabria tutta, dal Pollino all'Aspromonte Questa grammatica del Ferragosto non appartiene soltanto alla provincia di Cosenza. Nel Catanzarese, nel Vibonese, nel Reggino, nel Crotonese e nell'area grecanica dell'Aspromonte ritroviamo lo stesso intreccio di devozione, convivialità, musica, processioni e ritorno.

A San Lorenzo, nel Reggino, l'Assunta è al centro di una tradizione processionale nella quale l'icona della Vergine attraversa il territorio della comunità. A Motta San Giovanni, il 15 agosto viene portato in processione un quadro del 1906 che riproduce il gruppo statuario dell'Assunta.
E poi c'è la straordinaria Varia di Palmi, che costituisce una delle massime espressioni della devozione calabrese all'Assunta. La grande macchina votiva viene portata a spalla dai mbuttaturi e la tradizione è stata inserita dall'UNESCO nel patrimonio culturale immateriale attraverso la Rete delle grandi macchine a spalla italiane.
Non si celebra esattamente il 15 agosto, ma appartiene allo stesso grande ciclo rituale dell'Assunta.
E qui la Calabria raggiunge una delle sue immagini più alte:
una comunità che porta il cielo sulle proprie spalle.

Il Ferragosto moderno è figlio del Novecento
C'è poi un'altra trasformazione da ricordare.
Il Ferragosto che conosciamo oggi — quello del mare, delle automobili, delle ferie e delle gite fuori porta — è soprattutto un'invenzione della società contemporanea.
Nel Novecento il tempo libero diventa progressivamente un diritto sociale e la festa si trasforma in turismo. Il viaggio diventa parte del rito. La macchina diventa protagonista. La spiaggia sostituisce progressivamente la campagna. La radio e poi la televisione trasformano il Ferragosto in un evento nazionale. Ma in Calabria la struttura antica resiste. La famiglia continua a riunirsi. Il paese continua a celebrare la Madonna. Il pranzo continua ad avere una dimensione rituale. La montagna continua ad accogliere le comitive. Il mare continua a essere teatro di processioni. La notte continua a concludersi con la musica e i fuochi.

C'è ancora un Ferragosto calabrese?
Forse questa è la domanda più interessante che dobbiamo porci. Il rischio contemporaneo è quello di trasformare una festa antichissima in un semplice contenitore commerciale. Una discoteca. Un concerto. Una sagra. Un pranzo al ristorante. Un aperitivo sulla spiaggia. Tutto legittimo, naturalmente. Ma il Ferragosto culturale comincia quando dietro questi gesti torniamo a riconoscere la storia. La sorgente di Castrovillari. Le polpette di melanzane della Sibaritide. Le scampagnate della Sila. La Madonna che attraversa il mare di Praia. Le processioni dell'Assunta. Le case riaperte dagli emigrati. Le tavole apparecchiate sotto gli alberi. Le fucarine della notte. Le campane. Le bande. Il paese che si ritrova.
Allora comprendiamo che il Ferragosto calabrese è una delle più interessanti forme di continuità culturale della nostra terra. Ha cambiato abito, ha cambiato linguaggio, ha cambiato persino paesaggio.
Ma conserva una medesima necessità ritrovarsi. Perché il Ferragosto, prima ancora di essere una data sul calendario, è un rito di appartenenza. E forse è proprio questa la ragione per cui, ancora oggi, quando arriva il 15 agosto, molti calabresi sentono il bisogno di tornare da qualche parte. Al mare. In montagna. In una piazza. Davanti a una chiesa. A casa dei nonni. In un paese che magari durante l'anno sembra vuoto e che per una notte torna a respirare. Il Ferragosto è questo. È la Calabria che, per un giorno, si ricorda di essere comunità.