Sono passate alcune ore dalla strage di cui abbiamo letto e, purtroppo, anche visto. Questa barbarie non deve essere associata al nome della bella cittadina nella quale è avvenuta, ma al fenomeno criminale che l'ha generata. Ero certo che la Procura della Repubblica e le Forze dell'Ordine avrebbero dato risposte immediate all'accaduto: li ringrazio ancora una volta per il loro prezioso operato.

Ringrazio il vescovo di Cassano, mons. Savino, per il suo intervento lucido e coerente, che va oltre le responsabilità individuali delle bestie che hanno compiuto l'atto. Ho mal compreso, invece, le posizioni di quanti si dicono scioccati dell'accaduto mentre sistematicamente ed ipocritamente hanno ignorato o addirittura ostacolato ogni azione tesa alla lotta contro il sistema criminale dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo in agricoltura.

Il caporalato è una forma di schiavitù generata anche da un sistema istituzionale che piuttosto di governare fenomeni economici e sociali globali, finge di poterli "cancellare", facendoci campagna elettorale per poi prendere atto del fatto che si tratta di fenomeni inarrestabili.

Le migrazioni, soprattutto quelle temporanee che si generano intorno all'agricoltura, sono spesso la risposta legittima ad una richiesta altrettanto legittima del tessuto produttivo del territorio. Ecco perché vanno realizzate strutture di governo del fenomeno, di integrazione e trasparenza: queste garantiscono legalità e sicurezza per tutta la comunità. Sono esattamente le strutture che in questi anni sono state smantellate, come gli SPRAR, o che vengono goffamente ostacolate.

Mi unisco all'appello pubblico di Mons. Savino e mi permetto di estenderlo anche alle comunità migranti che vivono in Calabria, ai loro riferimenti sociali, politici e religiosi, affinchè lavorino insieme a noi delle istituzioni, ai sindacati, alle associazioni, alle parrocchie, alle tante imprese sane per uscire da qualsiasi situazione di illegalità: dall'alloggio al trasporto passando per il contratto di lavoro ed il rispetto del bene comune.

Banalmente anche vivere in 10, senza contratto, in un alloggio che può ospitare 4 persone, alimenta il ricatto sul quale si basa il sistema criminale dello sfruttamento che, come una trappola, ti uccide se provi ad alzare la testa. Stessa partecipazione a questo sistema criminale hanno i proprietari immobiliari che speculano con esso.

Serve che tutti quanti noi facciamo di più, preferibilmente senza ipocrisie elettorali. La sicurezza di tutti si raggiunge solo con l'integrazione, che non è un percorso di assistenza ma di responsabilità collettiva e reciproca.
*Flavio Stasi, sindaco di Corigliano Rossano