Il progetto “Lavoro in Vista” ha accompagnato quattro persone attraverso formazione accessibile, tutoraggio e stage in aziende del territorio
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Dalla formazione personalizzata all’ingresso in un autentico contesto professionale. Per dodici mesi, quattro persone con disabilità visiva hanno potuto misurarsi con competenze, strumenti e attività lavorative grazie al progetto “Lavoro in Vista”, realizzato a Cosenza per trasformare il diritto all’occupazione in un’opportunità concreta.
L’iniziativa è stata promossa da S.A.M. – Sicurezza Autonomia e Mobilità OdV insieme all’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti di Cosenza e alla cooperativa sociale SocialNet. Il progetto è stato sostenuto dalla Regione Calabria con risorse statali del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, nell’ambito del Fondo per le Non Autosufficienze.
L’intervento è nato per affrontare ostacoli ancora presenti nell’accesso al mercato del lavoro: piattaforme digitali non sempre fruibili, strumenti poco accessibili e una conoscenza spesso insufficiente, da parte delle aziende, delle esigenze connesse alla disabilità visiva.
Formazione accessibile e percorsi personalizzati
Prima dell’avvio delle attività, i partecipanti sono stati coinvolti in una fase di ascolto e profilazione finalizzata alla predisposizione dei Piani assistenziali individualizzati. Il percorso è stato quindi costruito tenendo conto delle inclinazioni, delle competenze e degli obiettivi professionali di ciascuno.
La formazione ha interessato tre ambiti: giornalismo, con 80 ore di didattica; progettazione sociale, con 110 ore; operatore amministrativo con funzioni segretariali, con 100 ore.
Le lezioni hanno alternato moduli teorici, esercitazioni, simulazioni e project work. I partecipanti hanno utilizzato materiali accessibili e ricevuto un supporto tifloinformatico, indispensabile per lavorare in condizioni di autonomia.
«All’inizio ero terrorizzato», racconta uno dei corsisti. «Non sapevo se sarei stato all’altezza. Alla fine ho scoperto che il problema non era la disabilità. Era che nessuno mi aveva mai insegnato a usare gli strumenti giusti».
Un modello costruito intorno alle persone
L’obiettivo del progetto non era chiedere ai partecipanti di adattarsi a un mercato del lavoro spesso poco inclusivo, ma intervenire sui contesti affinché ogni persona potesse esprimere capacità e aspirazioni.
«Non volevamo chiedere ai partecipanti di adattarsi ancora una volta a un mondo che li aveva già lasciati ai margini», spiega Giovanni Bilotti, presidente di S.A.M. OdV. «Volevamo fare l’opposto: costruire intorno a ciascuno di loro le condizioni per esprimere capacità, desideri e talento. Dietro ogni tirocinio non c’è una pratica amministrativa, ma una persona che, forse per la prima volta, ha potuto pensare al proprio futuro senza sentirsi fuori posto».
I tirocini nelle realtà del territorio
Il passaggio centrale di “Lavoro in Vista” è stato rappresentato dai tirocini di inclusione sociale svolti presso Lionice S.r.l., Top Call S.r.l., l’associazione PIEFFE e I.Ri.Fo.R. Cosenza.
Le quattro realtà, attive nei settori amministrativo, aziendale, editoriale e del terzo settore, hanno accolto i tirocinanti garantendo tutoraggio e attività in contesti professionali reali.
«Il tirocinio è stata la parte più dura», afferma uno dei partecipanti. «Ma anche quella che mi ha fatto capire che il lavoro non è un’idea astratta. È una cosa che puoi fare, se qualcuno ti dà una possibilità e ti mette nelle condizioni di riuscirci».
Un altro tirocinante sottolinea il valore degli strumenti e della fiducia ricevuta: «Abbiamo fatto le stesse cose degli altri. Con gli strumenti giusti. E con qualcuno che ci credeva».
Una rete da consolidare dopo il progetto
La conclusione delle attività lascia sul territorio competenze professionali, collaborazioni tra enti e imprese e una maggiore consapevolezza sul valore dell’accessibilità nei luoghi di lavoro.
Secondo Bilotti, per rendere effettivo il diritto all’occupazione servono aziende disponibili, formazione accessibile, personale preparato e istituzioni in grado di accompagnare le persone durante il percorso.
«Questi quattro ragazzi non avevano bisogno di compassione, ma di fiducia e occasioni concrete», osserva il presidente di S.A.M. OdV. «Quando quelle occasioni sono arrivate, hanno dimostrato quanto potevano dare».
La fine del progetto non viene considerata un punto di arrivo, ma la base dalla quale sviluppare nuove iniziative. «Abbiamo aperto una porta che per troppo tempo è rimasta chiusa», conclude Bilotti. «Ora abbiamo il dovere di non richiuderla e di fare in modo che altre persone possano attraversarla».
Il risultato più importante emerge dalle parole di uno dei quattro partecipanti: «Prima non sapevo cosa aspettarmi dalla vita. Adesso so cosa voglio fare. E so che posso farcela».

