Nel cuore della Calabria ionica esiste un luogo dove il tempo non scorre, ma si stratifica. È l’Arbëria crotonese, territorio in cui la cultura arbëreshe continua a vivere come esperienza quotidiana, custodita nei gesti, nella lingua e nei riti tramandati da oltre cinque secoli.

A Pallagorio, questa eredità si è trasformata in un viaggio esperienziale che ha coinvolto il gruppo del CAI Cosenza insieme ai Mistery Hunters e all’associazione Oncorosa Onlus, ospiti del progetto Fili Meridiani. Una giornata che ha intrecciato tradizione, identità e benessere, inserendosi nel percorso della Montagnaterapia, iniziativa del Club Alpino Italiano che utilizza il cammino e il contatto con la natura come strumenti di cura e inclusione.

In questo contesto si colloca il progetto “(Onco)rosa Trekking”, rivolto a donne operate al seno, pensato come un percorso di recupero fisico ed emotivo attraverso l’esperienza condivisa del territorio. Qui il paesaggio non è solo sfondo, ma parte attiva di un processo di ricostruzione personale, dove il movimento, la socialità e la cultura diventano strumenti concreti di benessere.

La giornata si è aperta con una colazione rurale, fatta di sapori semplici e autentici, capace di restituire immediatamente il senso dell’ospitalità arbëreshe. Subito dopo, l’omaggio a Giorgio Castriota Skanderbeg ha segnato un passaggio simbolico: la memoria delle origini come elemento ancora vivo e fondante.

Passeggiando tra le vie del borgo, il racconto delle campane arbëresh e delle loro poesie ha restituito un’immagine sonora di una comunità che continua a riconoscersi nei propri codici culturali. Le chiese – dal Carmine a San Giovanni Battista – hanno svelato tracce di spiritualità orientale e di riti antichi, mentre il racconto del Pupugheji ha riportato alla luce pratiche di comparaggio che un tempo strutturavano i legami sociali.

Accanto alla tradizione, anche il linguaggio contemporaneo trova spazio: il murale dedicato a Paolo Staltari diventa segno visivo di un’identità che continua a rinnovarsi. È qui che la giornata ha raggiunto uno dei momenti più intensi, con la Vagha, il ballo tondo arbëresh, che ha unito partecipanti e comunità in un unico cerchio, accompagnato dalla musica di Peppino Siciliani.

La cultura si è poi fatta esperienza concreta a tavola, con un pranzo arbëresh capace di raccontare l’incontro tra radici balcaniche e tradizione mediterranea. Nel pomeriggio, i laboratori hanno trasformato i partecipanti in protagonisti: dalle Dromësat, pasta simbolica della tradizione, alle uova rosse pasquali, fino al Morci, il braccialetto che segna l’arrivo della primavera.

Il percorso si è concluso al MUZÉ – Fili Meridiani, spazio dedicato alla memoria arbëreshe, dove abiti, immagini e contenuti multimediali restituiscono una narrazione stratificata e ancora viva.

«I Mistery Hunters raccontano una Calabria altra, lontana dai grandi riflettori», spiega Alfonso Morelli, sottolineando l’importanza di costruire una mappa alternativa fatta di identità locali e storie nascoste. Per Alessandro Frontera, guida AIGAE, «accompagnare in Arbëria significa offrire un’esperienza autentica, dove la cultura non è distanza ma relazione».

Sul piano terapeutico, il valore dell’iniziativa è evidente. «Il contatto con l’ambiente e le relazioni umane rappresentano strumenti concreti di benessere», evidenzia l’oncologa Candida Mastroianni, spiegando come il cammino e la partecipazione attiva contribuiscano a migliorare la qualità della vita, soprattutto nei percorsi oncologici.

A Pallagorio, tutto questo prende forma in modo naturale. Qui la cultura non è un patrimonio da osservare, ma una dimensione da attraversare. E il viaggio non è solo nello spazio, ma dentro un’idea di comunità che continua, ostinatamente, a resistere.