Ridurre la sua figura professionale e umana alla scelta di aver esercitato il diritto di difesa nei confronti di un imputato significa ignorare il valore costituzionale della funzione difensiva
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Apprendo con profondo sconcerto quanto riportato dalla Camera Penale in merito alle dichiarazioni che sarebbero state rese dalla regista del docufilm “Chi ha ucciso Giovanni Losardo” nel corso del “Festival Voci di Legalità” organizzato dall’amministrazione di cui faccio parte, secondo cui sarebbe stato «inconcepibile che un comunista come Luigi Gullo abbia potuto difendere uno degli imputati dell’omicidio del dott. Giovanni Losardo».
Da avvocato penalista e da Presidente della Commissione Legalità del Comune di Cosenza, non posso che dissociarmi con fermezza da un’affermazione che considero gravissima, non solo perché offensiva nei confronti della memoria del Maestro Avvocato Luigi Gullo, ma soprattutto perché esprime una concezione incompatibile con i principi fondamentali dello Stato di diritto.
L’Avvocato Luigi Gullo ha rappresentato una delle più autorevoli espressioni dell’avvocatura calabrese e italiana. Ridurre la sua figura professionale e umana alla scelta di aver esercitato il diritto di difesa nei confronti di un imputato significa ignorare il valore costituzionale della funzione difensiva e misconoscere uno dei pilastri della civiltà giuridica.
Ancora più sconcertante è che una simile affermazione venga pronunciata nell’ambito di una manifestazione dedicata alla legalità. La legalità non può essere invocata a corrente alternata né interpretata secondo logiche ideologiche. La legalità è rispetto delle regole, delle garanzie costituzionali e dei diritti fondamentali di ogni persona, compreso il diritto alla difesa, che la nostra Costituzione riconosce come inviolabile.
Trovo particolarmente allarmante che si possa ritenere “inconcepibile” l’attività difensiva svolta da un avvocato nei confronti di un imputato che, peraltro, è stato assolto dalla giustizia. Un’affermazione del genere denota una preoccupante assenza di cultura giuridica e della legalità, proprio di quella legalità che si dichiara di voler promuovere.
Avevo già manifestato il mio stupore per il mancato coinvolgimento della Commissione Legalità del Comune di Cosenza da parte dell’Assessora al Welfare e della delegata alla cultura nell’organizzazione e nella programmazione del Festival. Una interlocuzione istituzionale avrebbe certamente consentito di offrire un contributo utile ad ampliare e approfondire il significato autentico della cultura della legalità.
Perché legalità non significa soltanto raccontare alcune vicende o affrontare determinati fenomeni criminali. Legalità significa anche discutere delle ingiuste detenzioni, degli errori giudiziari, delle vittime della malagiustizia, delle condizioni del sistema penitenziario e dei suicidi in carcere. Significa difendere i diritti e le garanzie di tutti, anche quando ciò appare impopolare.
Per queste ragioni, esprimo la mia più netta dissociazione dalle affermazioni attribuite alla regista e rinnovo il mio impegno affinché il dibattito pubblico sulla legalità sia sempre accompagnato da rigore culturale, rispetto delle istituzioni e piena consapevolezza dei principi costituzionali che governano il nostro ordinamento.
* Chiara Penna, avvocato penalista e da Presidente della Commissione Legalità del Comune di Cosenza

