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“LAQUEO” | «I soldi prestati alle vittime provenivano dalla “bacinella comune”»

“LAQUEO” | «I soldi prestati alle vittime provenivano dalla “bacinella comune”»

Il pentito Roberto Violetta Calabrese spiega la provenienza del denaro illecito dato agli imprenditori vessati dalla criminalità organizzata. Le persone offese confermano quanto gli veniva intimato dagli indagati. In un caso sarebbe stato “speso” anche il nome della ‘ndrangheta reggina.

I prestiti usurai e la “bacinella comune” della criminalità organizzata. Le vittime sentite dai magistrati della Dda nell’ambito dell’operazione “Laqueo”, che ha permesso di arrestare 14 persone accusate a vario titolo di usura ed estorsione aggravate dal metodo mafioso, raccontano quanto gli veniva riferito dagli usurai, come il pentito Roberto Violetta Calabrese. Le varie persone offese all’unisono dicono che le somme che loro percepivano e che dovevano restituire con gli interessi, che variano dal 10 al 30% mensile, provenivano dalla cassa della ‘ndrangheta cosentina.

Uno di esse, che avrebbe fatto i lavori a casa di Francesco Modesto e Luisiano Castiglia a parziale estinzione di un presunto debito che avrebbe avuto nei loro confronti, afferma che in quel periodo «durante l’esecuzione dei lavori, sono stato continuamente compulsato e minacciato da Calabrese Violetta Roberto che, in un’occasione, è venuto, direttamente, presso la mia abitazione di Taverna di Montalto Uffugo terrorizzando mia moglie che ha assistito alle minacce infertemi». E ancora: «Per quanto posso ricordare gli assegni dati in garanzia a Calabrese Violetta Roberto mi sono stati restituiti quando ho ultimato i lavori di cui ho riferito appena sopra», riferendosi alle abitazioni di Castiglia e Modesto. «Calabrese – aggiunge la vittima – mi riferiva sempre che il danaro era di Mimmo Castiglia, in un’occasione, fra il 2005 e il 2006 allorché gli avevo consegnato in esecuzione del rapporto usuraio, fra interessi e capitale, 15mila euro, in contanti, Calabrese mi pregava di non farne parola con Castiglia spiegandomi che glieli avrebbe dati entro una quindicina di giorni. Posso quantificare i lavori complessivi eseguiti in favore di Castiglia Mimmo in euro 250mila fra materiale e manodopera». Perché l’attuale collaboratore di giustizia avrebbe dovuto minacciare l’imprenditore edile cosentino? «Fra le minacce che mi infliggeva Calabrese Violetta Roberto, quella più ricorrente era che il danaro che mi aveva prestato proveniva dalla “bacinella” cioè dalle casse della criminalità organizzata per cui mi diceva che, ove non avessi pagato, o comunque, non eseguito i lavori di cui ho riferito sopra “mi sarebbero venuti a prendere a casa”. Per quanto concerne i lavori che eseguivo in favore di Mimmo Castiglia così per quanto concerne i lavori eseguiti in favore dello stesso Calabrese, egli mi diceva che dovevano mettere il controvalore in contanti in “bacinella”». I rapporti tra la vittima in questione e il pentito risalgono al 2004 quando l’imprenditore entra nel calcio, chiedendo il primo prestito usuraio. Ma dalla “bacinella” secondo quanto riferito da Violetta Calabrese sarebbe stato usato del denaro «per mancate restituzioni di debiti non garantiti da assegni». E il pentito afferma di aver mostrato «in diverse occasioni, questo resoconto a Francesco Patitucci ma, quando ho annotato gli apporti di capitale di Francesco Modesto, Mimmo Castiglia si è fortemente adirato in quanto non voleva che si sapesse o comunque non voleva che Francesco Patitucci sapesse che il genero guadagnava con le usure. Proprio in ragione delle annotazioni concernenti Francesco Modesto ho iniziato ad avere forti problemi con Mimmo Castiglia che pretendeva gli dessi questa computisteria per cancellare traccia degli apporti di capitale provenienti dal genero. Comunque, ad ogni modo» riferisce il pentito ai magistrati della Dda di Catanzaro «io avevo detto a Francesco Patitucci che Modesto dava al suocero capitali da investire ad usura… omissis… in quella occasione Patitucci parimenti si infuriava dicendo che Francesco Modesto aveva un contratto milionario come calciatore e non doveva guadagnare spendendo il nome della bacinella». Ed è in questo contesto che il collaboratore di giustizia si dice certo che «Francesco Modesto era consapevole che il danaro consegnato al suocero veniva impiegato in attività criminali o comunque usuraie».

LA ’NDRANGHETA COSENTINA E… REGGINA. Un altro imprenditore vessato a colpi di interessi usurai spiega ai carabinieri del Ros di Catanzaro dove e quando ha conosciuto Roberto Violetta Calabrese. «L’ho conosciuto alla fine del 2007 » e «mi ha cambiato due assegni dell’imposto di 15mila euro ciascuno che aveva ricevuto» da un altro soggetto, dichiarando che «Calabrese mi ha sempre detto che il denaro che mi dava in prestito proveniva anche dalla criminalità organizzata cosentina per cui dovevo essere puntuale nella corresponsione degli interessi e nella restituzione del capitale». Nel 2008 invece «ho contratto un ulteriore credito a tasso usuraio per il tramite di Guarasci Giovanni», uno dei 14 arrestati «che è un imprenditore di Mangone, proprietario dell’Hotel Estange. Guarasci mi ha consegnato 10mila euro, imponendomi il pagamento di interessi mensili, pari a 1500 euro, cioè al 15 per cento al mese. Guarasci mi ha sempre detto che il danaro non era suo ma proveniva da pericolosi ’ndranghetisti del reggino. Evidentemente, il riferimento agli ’ndranghetisti mi ha determinato ad essere sempre puntuale nel pagamento degli interessi». Ma nel 2010 sarebbe subentrata la moglie di Guarasci, Ermanna Costanzo finita anch’essa in carcere. «Questa donna nel settembre del 2010, mi diceva che ’ndranghetisti reggini stavano compulsando anche lei, che non ce la faceva più, per cui dovevamo estinguere il debito». Altro indagato chiamato in causa è Francesco Magurno, «che è cugino carnale di mia suocera». Il debito avrebbe avuto inizio nel 2010. «Mi ha prestato 4mila euro, imponendomi il pagamento di 1200 euro al mese, ciò interesse mensile, pari al 30 per cento. Anche Magurno mi ha intimidito dicendomi che il danaro proveniva dalla criminalità organizzata cosentina». Magurno avrebbe calcolato interessi su interessi, arrivando a minacciare di morte la vittima. «“Ti ammazzo, ti sparo”. Negli ultimi tempi è intervenuto anche il figlio che si chiama Danilo che, in più occasioni, anche di recente, è venuto presso la mia abitazione rivolgendomi minacce di morte perché estingua il debito». Accuse rivolte nel 2013 e sfociate tre anni dopo in una misura cautelare in carcere vergata dal gip Distrettuale di Catanzaro Carlo Saverio Ferraro.

Tuttavia, nelle carte dell’inchiesta non vi è riferimento a chi fossero quei presunti ’ndranghetisti reggini ma l’articolo 7 si configura anche «ponendo in essere una condotta idonea ad esercitare una particolare coartazione psicologica».

L’inchiesta “Laqueo” a breve dovrà confrontarsi con i giudici del Riesame ai quali si rivolgeranno gli avvocati difensori degli indagati per chiederne la scarcerazione. (a. a.)

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