Tutte 728×90
Tutte 728×90

Bimbo morto in piscina, «Giancarlo morì annegato»

Bimbo morto in piscina, «Giancarlo morì annegato»

Nuova udienza, ieri mattina, del processo che deve far luce sulla morte del piccolo Giancarlo Esposito deceduto nel 2014 nella piscina “Campagnano” di Cosenza. 2 luglio del 2014, una data che la sua famiglia non dimenticherà mai e oggi i suoi genitori attendono di conoscere la verità. Giancarlo poteva essere salvato? Sarà l’istruttoria dibattimentale a dirlo. 

A processo ci sono Carmine Manna, Francesca Manna, Luana Coscarello, Martina Gallo e Ilaria Bove. Secondo la procura di Cosenza «la morte del minore è stata cagionata da insufficienza respiratoria acuta conseguente ad asfissia meccanica, violenta e primitiva determinata da annegamento in acqua dolce (piscina, ndr)». In particolare, l’accusa sostiene che Carmine Manna, in qualità di gestore e responsabile della piscina comunale abbia omesso «di adottare tutte le necessarie ed idonee misure di sicurezza al fine di scongiurare sinistri nei confronti di terzi, consentendo a minori iscritti al corso Kinder Garden di effettuare attività in una piscina fisioterapica non avente quindi i requisiti tecnici e funzionali tali da essere adibita allo svolgimento di giochi per bambini».

La Procura, invece, contesta a Francesca Manna, in qualità di coordinatrice del corso “Kinder Garden”, di aver omesso di adottare tutte le necessarie e idonee misure di sicurezza, mentre Luana Coscarello, Martina Gallo e Ilaria Bove non avrebbero «impedito per colpa generica, negligenza, imprudenza e di imperizia un evento che avevano l’obbligo giuridico di impedire, omettendo di valutare i prerequisiti motori acquatici, di vigilare sul bimbo non avvedendosi che stava annegando, e di intervenire tempestivamente per soccorrere il bimbo stesso al fine di garantire adeguate possibilità di salvezza». Nel mirino è finita anche la vasca e nello specifico l’accusa ha evidenziato che chi doveva sorvegliare il bambino non sarebbe stato in possesso del brevetto di “assistente bagnante”, ma solo del brevetto di istruttore. 

Ieri mattina, come detto, il processo è ripreso davanti al giudice monocratico Marco Bilotta che ha riaperto la fase dibattimentale, sentendo altri testimoni dell’accusa. Sono interventi due consulenti tecnici della procura di Cosenza, Quiriconi (esperto Fin) e il professore Vinci dell’Università di Bari. Il primo, su domanda delle parti civili, ha evidenziato che la piscina riabilitativa non poteva essere usata dai bambini, perché troppo profonda e soprattutto che nessuno degli istruttori era abilitato assistente bagnanti e alcuni non avevano il brevetto di istruttore. Il professor Vinci invece ha spiegato che il piccolo Giancarlo è morto per annegamento e che in quel momento il bimbo non fu colpito da alcun malore. 

Nel controesame tuttavia gli avvocati Marcello Manna e Sabrina Rondinelli hanno fatto emergere alcune contraddizioni di Quiriconi che ha chiarito come abbia analizzato gli atti delle forze dell’ordine e di essersi recato nella piscina comunale insieme a loro. Inoltre ha aggiunto che le sue considerazioni, relative alla capacità o meno della piscina di contenere 20-22 bambini, erano in realtà delle ipotesi. Ha spiegato che un assistente bagnante non aveva provveduto a pagare la tassa annuale, mentre ha sottolineato che la tempistica relativa ai minuti che potrebbero volerci per causare una morte di annegamento è dovuta al fatto che è riportata nei libri di letteratura. Il professor Vinci, infine, ha ripercorso le fasi che hanno portato al decesso di Giancarlo: «Gli esami hanno dimostrato la presenza di acqua nei polmoni e ciò ha permesso di arrivare alla conclusione che il piccolo sia morto per annegamento».

Il processo poi è stato rinviato al 27 febbraio. Le parti civili sono rappresentate dagli avvocati Ernesto D’Ippolito, Francesco Chiaia e Ugo Ledonne, mentre nel collegio difensivo vi sono anche Concetta Coscarella e Rosaria Elia. (a. a.)

Related posts