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Mendicino, le scarpe di Jordan e la laurea: «Vivo il sogno americano dentro»

Mendicino, le scarpe di Jordan e la laurea: «Vivo il sogno americano dentro»

Mendicino è diventato Supermendo. L’uomo del momento si è preso lo spogliatoio del Cosenza: «Ho fatto la tesi sull’importanza della comunicazione per l’allenatore sportivo. Vieri e Dani Alves il top sui social, ho conosciuto “saluta Andonio”».

Ettore Mendicino è l’uomo del momento in casa Cosenza. Non è solo il gol messo a segno a Matera, per lui dal grande valore simbolico, ad aver scardinato ogni resistenza. E’ il modo con cui ha conquistato lo spogliatoio del Marulla. Ha carattere, non ha timore della sala stampa ed usa in maniera costante i social, senza superare i limiti. Insomma, le caratteristiche del leader moderno ci sono tutte.

Dottor Mendicino, il “calciatore-laureato” inizia a non essere più un’eccezione!
«E’ vero, fino a poco tempo fa era luogo comune considerare i calciatori ignoranti. Ad oggi, siamo sicuramente favoriti anche dall’esistenza di soluzioni diverse. Io mi sono laureato in un’università telematica, quindi con la possibilità di studiare in maniera flessibile e dare gli esami senza obbligo di frequenza. In questo modo intraprendere un percorso di laurea è diventato più accessibile per chi fa un lavoro come il mio. Inoltre, il calcio di oggi non è più quello di un tempo, non ti offre le stesse garanzie e non girano gli stessi soldi: tutta una serie di fattori hanno fatto sì che diversi miei colleghi iniziassero a fare questa scelta. Nel mio caso è stata tutta una questione di motivazioni: a 21 anni mi sono ritrovato fuori rosa alla Lazio e avvertivo la necessità di sentirmi realizzato in qualcosa, così mi sono iscritto all’università per pormi un obiettivo».

In cosa è laureato Mendicino?
«In Scienze della comunicazione, media e pubblicità, con la votazione di 100/110. La mia tesi trattava l’importanza della comunicazione per l’allenatore sportivo».

Le piacerebbe un giorno diventare allenatore?
«No, o meglio, ancora non ho idea di cosa mi piacerebbe fare in futuro. Ci sono momenti in cui dico “uscirò dal mondo del calcio”, perché il calcio ti logora sotto diversi punti di vista. In altri, invece, penso che non riuscirei mai a staccarmi dal pallone… Ad ogni modo è ancora lunga, avrò tempo per prendere le mie decisioni».

Ci parli dell’America, si dice che per lei abbia un significato particolare.
«L’America per me significa libertà. Sono cresciuto negli anni in cui tutte le fiction televisive, i grandi eventi sportivi, i grandi marchi erano made in USA. Vedevo l’America come qualcosa di grandioso ed inarrivabile e vivevo con il sogno di poterla un giorno visitare».

Sogno poi realizzato?
«Sì, la prima volta nel 2014 con alcuni miei compagni di squadra dell’epoca. Poi ci sono ritornato altre due volte. Di questi viaggi ne porto il ricordo sulla pelle: ho fatto un tatuaggio il primo anno a San Francisco, un altro il secondo anno a Chicago e poi ne ho ancora un terzo che riguarda Los Angeles. Questo, però, l’ho fatto in Italia. Ho visitato quasi tutte le località più famose degli States, ma credo che ci sia ancora tanto da scoprire. Spero di tornarci il prima possibile. Non so se ne avrò il tempo quest’estate, spero vivamente di no…».

Il viaggio è un tema ricorrente nella sua vita. Sul suo profilo Instagram campeggia una frase: “I haven’t been everywhere, but it’s on my list”.
«È una frase di Susan Sontag che ho scoperto all’interno di un orologio acquistato a Vicenza (la traduzione è “non sono stato dappertutto, ma ho in programma di farlo”, ndr). La trovo bellissima e rispecchia il mio modo di vivere. Non è solo l’America, se un amico mi dice “andiamo in Umbria”, per esempio, sono già pronto per partire. Grazie ai viaggi ho conosciuto un miliardo di persone, visitato tantissimi posti e collezionato esperienze incredibili. Ti fa crescere, ti apre la mente e ti rende migliore. Mi ritengo una persona molto fortunata a potermi permettere di viaggiare».

Un’altra sua passione sono le scarpe.
«E’ una passione nata contemporaneamente ai miei viaggi in America e trasmessami da un mio caro amico, Luca Tremolada (calciatore della Virtus Entella, ndr). Vado proprio alla ricerca di pezzi limitati, di scarpe che hanno una storia dietro. Ci sono, ad esempio, delle scarpe indossate da Michael Jordan in una finale del 1989 di cui sono state fatte delle riedizioni ed il cui valore è inestimabile».

Hai nominato Michael Jordan. Mendicino, segue anche l’NBA?
«Si, ma il basket non è uno sport che amavo da bambino: è una curiosità alimentatasi col tempo. In parte perché sono diventato amico di alcuni atleti della nazionale italiana di pallacanestro, quali Peppe Poeta e Pietro Aradori, ed in parte per la mia ammirazione nei confronti di uno sportivo quale appunto Michael Jordan. Non esagero se dico che secondo me andrebbe studiato alle scuole elementari, per quello che ha dato allo sport e per ciò che ha fatto nella vita. E’ uno dei personaggi più influenti del panorama sportivo mondiale di sempre».

Che rapporto ha con i social network? Segue i blogger e gli “influencer” del momento?
«Si, mi capita di seguire i personaggi che vanno di moda, per esempio i miei preferiti sono Bobo Vieri e Dani Alves. Oltre a questi, seguo molti blog di viaggi e famosi fotografi come Steve McCurry. Non seguo invece i fashion blogger, dopo un po’ li trovo tutti uguali. Tuttavia penso che un personaggio come Chiara Ferragni, arrivata a soli 30 anni ad essere studiata ad Harvard e a fatturare 10 milioni di euro l’anno, non può che essere applaudito. Si potrebbero sollevare mille critiche, ma è un dato di fatto che qualche merito l’abbia avuto».

A proposito di fenomeni del web, ha conosciuto di persona Marco Morrone, in arte “Saluta Andonio”…
«Ho scoperto chi fosse questo personaggio quando sono arrivato qui a Cosenza, perché i ragazzi guardavano i suoi video negli spogliatoi (ride di gusto, ndr) . Poi una sera l’ho incontrato in un locale a Rende ed abbiamo fatto un breve video insieme per il mio profilo Instagram. Ho scoperto che è seguito addirittura da un manager! Alla fine è bello così, il potere dei social network è talmente forte che chiunque può trovare il suo momento di celebrità».

Mendicino, domanda secca: Nord o Sud?
«Faccio fatica a scegliere. Il Nord lo associo a ritmi frenetici, al lavoro, alla propositività. Il Sud invece lo percepisco come relax, purezza, un luogo dove “staccare”. Sono due facce imprescindibili della stessa medaglia. Io sono fortunato perché ho un padre calabrese, una mamma campana ma di adozione romana, e sono nato a Milano. In più, grazie al mio lavoro, ho vissuto ogni parte d’Italia, trovandomi bene praticamente ovunque. Le uniche esperienze negative, le ho avute nei posti in cui le cose non andavano bene calcisticamente».

Quanto può influire, in alcune piazze, la pressione dei tifosi? La trova più invadente o gratificante?
«È sia il bello che il brutto del gioco. Per dire, a Siena avevo molta serenità: conducevo la mia vita quotidiana senza dovermi preoccupare di nulla e  potevo tranquillamente uscire la sera, se mi andava. La domenica in ogni caso andavo in campo dando il meglio di me stesso e provando a fare gol, più che altro per una soddisfazione personale. In altre piazze come Cosenza, Salerno, Taranto è diverso. Il gol della domenica può darti una carica dieci volte superiore. Allora a quel punto ti viene da pensare che vale la pena trascorrere anche 30 giorni chiuso in casa, per un giorno così. In alcuni momenti l’ambiente può toglierti un po’ di quella serenità, ma poi ti restituisce tutto con gli interessi».

Chi era il suo calciatore preferito da bambino?
«Gli anni della mia infanzia erano quelli di Del Piero, Totti, Inzaghi, Vieri. Quando invece iniziai a giocare a calcio, ai tempi della Lazio, mi rivedevo in Corradi e cercavo di imitarlo. Successivamente, nell’epoca in cui mi avvicinavo alla prima squadra, il mio idolo diventò Fernando Torres. Impazzivo per lui. Ancora oggi mi piange il cuore se penso al calo di rendimento che ha avuto, perché in quegli anni fu uno degli attaccanti più forti al mondo».

Matera. Una città che nella sua storia, curiosamente, ritorna. Ci racconta cosa accadde nel 2014?
«E’ curioso come alla fine si sia chiuso il cerchio. Si disputava un Matera-Salernitana ed io ero appena rientrato da un infortunio al collaterale, infatti fino alla vigilia non sarei dovuto essere tra gli undici titolari. Durante la rifinitura, mi allenai talmente bene che Menichini decise di schierarmi insieme a Calil. Ad un certo punto della partita ricordo solo di aver saltato di testa e poi il buio totale. Mi risvegliai dopo diverse ore in ospedale, attorniato da alcuni miei compagni e dai miei genitori, che la partita la stavano seguendo da casa, a Roma. Basti questo a darvi un’idea di quante ore rimasi incosciente. Devo dire che alla fine l’incidente fu meno grave di quanto in un primo momento potesse sembrare, nonostante mi sia costato diversi mesi di terapie per tornare ad essere quello di prima. E senza dimenticare l’enorme spavento procurato alla mia famiglia. Ringrazierò per tutta la vita De Franco (difensore del Matera, ndr), che ebbe l’istinto di aprirmi la bocca e tirare fuori la lingua con le sue mani».

A distanza di qualche anno da quel pomeriggio da incubo, la città dei Sassi le ha regalato una grande gioia.
«Non mi era più capitato di giocare a Matera. Non nascondo che durante questa stagione più volte mi ero trovato a immaginare contro chi avremmo potuto disputare i playoff e nella mia mente il pensiero “Matera” iniziava a diventare ricorrente. Quando ho saputo che se avessimo battuto la Paganese, ci sarebbe stato proprio il Matera ad attenderci, ho iniziato seriamente a credere che non poteva essere solo una coincidenza. Ho lavorato psicologicamente su me stesso: volevo essere nella miglior condizione possibile, perché ero sicuro che lì mi sarei preso la mia rivincita. Tant’è che, prima della partita, pubblicai una storia su Instagram contenente la data del 2014 insieme alla data di quel giorno. Per qualche istante ebbi un tentennamento scaramantico e volevo eliminarla, ma poi decisi che dovevo assecondare le mie sensazioni. Quando ho visto quella palla entrare in rete è stato uno dei momenti più belli della mia vita».  (Carmen Esther Artusi)

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